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Violet Gibson, la dublinese che sparò a Mussolini: cent’anni fa oggi

Scritto da Maurizio Pittau

Esattamente cento anni fa, il 7 aprile 1926, una donna irlandese cambiava la storia d’Italia, e quasi il corso della storia mondiale. Si chiamava Violet Gibson, era nata a Dalkey nel 1876, era cresciuta al numero 12 di Merrion Square a Dublino, e quella mattina si alzò presto, pregò in cappella, fece colazione e uscì di casa con una rivoltella in tasca. Per pochi millimetri, la storia stava per cambiare.

Il suo bersaglio era Benito Mussolini.

Nel 1926 il fascismo italiano era al potere da quattro anni e stava consolidando la propria presa sulla società civile. Solo due anni prima, nel giugno 1924, il deputato socialista Giacomo Matteotti era stato assassinato per ordine del regime. L’Europa democratica guardava con crescente preoccupazione, ma i governi occidentali sceglievano il silenzio diplomatico. Violet Gibson aveva visto tutto questo da vicino, e aveva deciso che qualcuno doveva agire.

Benito Mussolini

Benito Mussolini con un cerotto sul naso dopo l’attentato

Alle 9:30 di un mattino di sole in Piazza del Campidoglio a Roma, Violet si avvicinò al Duce a distanza ravvicinata e aprì il fuoco. In quell’istante preciso, Mussolini alzò la testa per godere delle acclamazioni della folla, e il proiettile gli sfiorò soltanto il naso. Un secondo tentativo: la rivoltella si inceppò. Mussolini si portò una mano al volto sanguinante, disse “non è niente”, e rientrò all’interno. Violet fu travolta dalla folla e trascinata via dalla polizia.

Non era un gesto improvvisato. Violet si era procurata un revolver Modèle 1892 mesi prima, nascosto quella mattina in uno scialle nero. Aveva con sé anche un sasso, nel caso fosse stato necessario rompere il finestrino dell’auto del Duce. Aveva studiato i movimenti di Mussolini, conosceva il programma della giornata: il Duce aveva appena tenuto un discorso al Congresso Internazionale dei Chirurghi, in cui aveva parlato, con solenne ironia della storia, delle meraviglie della medicina moderna.

Era la quarta volta che qualcuno cercava di uccidere il Duce, ma era l’unica in cui riuscì a ferirlo. Violet Gibson rimane l’unica persona nella storia ad aver fatto versare sangue a Mussolini.

Chi era questa donna? Figlia di Edward Gibson, Lord Cancelliere d’Irlanda, convertita al cattolicesimo con scandalo della famiglia protestante, attivista per la pace a Parigi prima della Grande Guerra, Violet aveva una vita segnata da malattie, lutti e fragilità mentale. Aveva perso il fratello preferito nel 1922; era stata ricoverata in un sanatorio. Ma era anche una convinta antifascista, decisa, a suo modo, a salvare l’Italia.

Agli interrogatori della polizia italiana dichiarò di aver sparato “per glorificare Dio”. Ma nelle settimane successive, esaminata da psichiatri italiani, dimostrò una lucidità politica che imbarazzò le autorità: reagì con violenza quando un detenuto le passò un foglio con scritto “Viva Mussolini”. Dopo venti giorni di esami clinici, inclusi test di natura sessuale perché ritenuta “anormale” per non aver mai desiderato formare una famiglia, fu dichiarata affetta da “paranoia cronica”. Una diagnosi comoda per tutti.

Mussolini partì per la Libia con il cerotto sul naso, dichiarando sprezzante: “Lasciamo la vecchia irlandese nel silenzio della sua cella.” Il governo del Free State irlandese, guidato da William Cosgrave, si affrettò a congratularsi con il Duce per lo scampato pericolo.

Non fu solo Dublino a voltarsi dall’altra parte. Anche re Giorgio V d’Inghilterra inviò a Mussolini i propri auguri di pronta guarigione, condannando pubblicamente l’atto di Gibson. In Italia, paradossalmente, l’attentato rafforzò il regime: l’ondata di solidarietà popolare verso il Duce ferito accelerò l’approvazione di nuove leggi fasciste che consolidarono ulteriormente il potere di Mussolini.

La targa commemorativa per Violet Gibson a 12 Merrion Square

Violet non tornò mai libera. Dopo oltre un anno di carcere in Italia, fu riportata in Inghilterra dalla famiglia nel 1927 e internata direttamente in un ospedale psichiatrico a Northampton, dove trascorse i successivi trent’anni. Scrisse decine di lettere ai potenti del mondo, incluse la principessa Elisabetta e Winston Churchill. Nessuna venne mai spedita. Morì il 2 maggio 1956, a 79 anni. Al suo funerale non andò nessuno.

Quelle lettere, mai spedite dalla direzione dell’ospedale, si trovano ancora negli archivi del St Andrew’s Hospital di Northampton. Sono una testimonianza silenziosa di una mente lucida, intrappolata. Anche alcuni amici tentarono di contattarla nel corso degli anni, ma le loro lettere non le furono mai recapitate. Violet Gibson scomparve dalla storia mentre era ancora in vita.

La riscoperta è avvenuta lentamente. Nel 2010 la storica britannica Frances Stonor Saunders pubblicò “The Woman Who Shot Mussolini”, primo studio approfondito sulla sua vicenda. Nel 2014 RTÉ Radio 1 trasmise un documentario firmato da Siobhán Lynam, poi trasformato in film da Barrie Dowdall. Più recentemente, la cantautrice irlandese Lisa O’Neill le ha dedicato una canzone, “Violet Gibson”, inclusa nel suo album “Heard a Long Gone Song”.

La sua storia è rimasta sepolta per decenni, più comoda da dimenticare che da raccontare: per la famiglia, per le istituzioni britanniche, per l’Irlanda stessa. Solo nel 2022 una targa è stata finalmente apposta sulla sua casa natale a Merrion Square, grazie alla campagna del consigliere comunale di Dublino Mannix Flynn.

Una dublinese antifascista, coraggiosa fino alla follia, dimenticata dalla storia ufficiale. Cent’anni dopo, Radio Dublino la ricorda.

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Maurizio Pittau