Alla fine del 2024, nel cuore dell’Europa, si consuma uno strappo diplomatico senza precedenti. Israele decide di chiudere la propria ambasciata a Dublino, lanciando un’accusa pesantissima: il governo irlandese, secondo Tel Aviv, porta avanti da tempo politiche e retoriche antisemite, basate sulla demonizzazione sistematica dello Stato ebraico.
La reazione di Dublino non è di scuse, ma di sdegno. Del resto, l’Irlanda era già stata il primo Paese europeo a riconoscere l’OLP nel lontano 1980; e, in tempi più recenti, la neoeletta Presidentessa della Repubblica Catherine Connolly (in carica dall’ottobre 2025) ha fatto della ferma opposizione alla guerra a Gaza il cuore della sua campagna elettorale, respingendo le accuse di razzismo e arrivando a definire pubblicamente Israele “uno Stato terrorista”.
Com’è possibile che un’isola all’estrema periferia dell’Europa sia diventata la nazione occidentale più visceralmente ostile alle politiche di Tel Aviv e più vicina alla causa palestinese? Per spiegare questa stranezza geopolitica non basta guardare alla cronaca recente. Bisogna calarsi nelle pieghe profonde della storia irlandese: i traumi dell’Impero, e l’impronta onnipresente e ingombrante della Chiesa cattolica.
Joyce, Bloom e la questione irlandese
La letteratura offre una lente privilegiata per misurare quanto le radici di questo tema siano lontane nel tempo. Nel 1922 James Joyce pubblica Ulysses, il grande romanzo che più di ogni altro mette a nudo le tensioni profonde della società irlandese moderna. Il protagonista, Leopold Bloom, è un ebreo diasporico, figlio di un immigrato ebreo ungherese e di una madre protestante irlandese. La sua identità non è un dettaglio biografico: è il punto da cui Joyce indaga le dinamiche profonde che legano appartenenza, identità nazionale ed esclusione.
Nel celebre episodio del Ciclope, Bloom si scontra con il “Cittadino”, figura del nazionalismo aggressivo e chiuso, che ne mette in dubbio la sua origine irlandese. Alla domanda su quale sia la sua nazione, Bloom risponde: “L’Irlanda. Ci sono nato”. In quella scena Joyce fotografa insieme due derive: da un lato il danno storico prodotto dal colonialismo britannico, dall’altro il rischio che l’oppressione subita si trasformi a sua volta in un’identità esclusiva, rancorosa, incapace di riconoscere l’altro.
Questo doppio registro è ancora essenziale per leggere l’Irlanda di oggi. Il Paese conserva una memoria fortissima della propria subordinazione all’Impero britannico, ma insieme porta in sé anche una lunga tradizione di moralizzazione della politica, di lettura etica dei conflitti, spesso filtrata dalla religione e dalla storia nazionale.
Anticolonialismo come chiave di lettura
La spiegazione più immediata del sostegno irlandese alla Palestina è l’anticolonialismo. Per larghi settori della società irlandese, il conflitto israelo-palestinese viene interpretato attraverso una griglia storica familiare: occupazione, espropriazione, controllo militare, umiliazione nazionale. In questo schema, i palestinesi vengono percepiti come un popolo colonizzato; Israele, invece, come una potenza occidentale armata e sostenuta dai grandi alleati angloamericani.
È una lettura fortemente identitaria, e proprio per questo molto potente. L’empatia con la Palestina, in Irlanda, non nasce soltanto dalla cronaca di Gaza, ma da una sovrapposizione simbolica con il proprio passato. È il motivo per cui il tema attraversa con facilità i partiti, le università, i sindacati, le associazioni civiche e una parte consistente dell’opinione pubblica.
Questa chiave, però, da sola non basta. Se ci si ferma all’anticolonialismo, si rischia di perdere un elemento decisivo: il modo in cui la Chiesa cattolica ha organizzato, per decenni, la sensibilità morale, il linguaggio pubblico e perfino l’educazione sentimentale degli irlandesi.
Il ruolo della Chiesa cattolica
Per gran parte del Novecento, l’Irlanda è stata uno dei paesi più cattolici d’Europa. Eppure, il solo aggettivo “cattolica” non esaurisce la complessità del quadro. Bisogna capire come il cattolicesimo si sia intrecciato con lo Stato e con l’identità nazionale. In Irlanda, a differenza dell’Italia, la Chiesa non è stata percepita per secoli come parte del potere dominante. Sotto il dominio britannico protestante, il cattolicesimo si è presentato come la religione della maggioranza oppressa, il rifugio culturale e simbolico degli irlandesi contro l’assimilazione imperiale.
Questo dato pesa ancora oggi enormemente. In Italia la Chiesa, almeno per una parte della modernità politica, è stata vissuta anche come pilastro dell’ordine costituito, del conservatorismo sociale, della mediazione col potere. In Irlanda, invece, il cattolicesimo ha a lungo coinciso con la sopravvivenza dell’identità nazionale. Essere cattolici significava, in una certa misura, essere irlandesi. E questo ha lasciato una traccia profonda nel modo in cui il Paese interpreta l’ingiustizia, la vittima, il sacrificio, la sofferenza collettiva.
Dopo l’indipendenza, il nuovo Stato irlandese era debole, povero, istituzionalmente fragile. Fu la Chiesa a occupare gran parte dello spazio lasciato vuoto dal potere pubblico, assumendo un controllo capillare su istruzione, ospedali e servizi sociali. Per decenni ha quindi formato non solo le coscienze religiose, ma anche il modo in cui venivano percepiti l’autorità, il bene comune, il peccato, la responsabilità e la sofferenza.
Oggi, l’Irlanda contemporanea è molto meno praticante di un tempo, e la Chiesa ha perso enormemente prestigio a causa degli scandali sugli abusi sessuali, delle adozioni forzate e della gestione degli istituti religiosi, tra cui le cosiddette Magdalene laundries. Ma il declino dell’istituzione non significa la cancellazione della sua impronta storica. L’etica pubblica irlandese continua a essere segnata, anche per reazione, da categorie morali assolute e da un immaginario della vittima che ha radici profondamente cattoliche.
È anche per questo che, di fronte a Gaza, una parte ampia della società irlandese reagisce in termini fortemente morali, prima ancora che geopolitici. Non si tratta solo di solidarietà internazionale o di lettura anticoloniale: c’è anche una grammatica emotiva e simbolica forgiata da decenni di cattolicesimo sociale, che rende più immediata l’identificazione con il popolo sofferente e più netta la condanna del potere armato.
Un rapporto cambiato, ma non cancellato
Il rapporto degli irlandesi con la Chiesa è attualmente profondamente ambivalente. Da una parte, il crollo della pratica religiosa e della fiducia nell’istituzione è stato rapidissimo. Dati recenti mostrano una profonda disaffezione per l’identità cattolica e un abbandono della pratica religiosa, con un declino molto più rapido rispetto a quello registrato in Italia. Dall’altra, la cultura politica e morale del Paese continua a portare dentro di sé la forma di quel passato.
In altre parole: la Chiesa irlandese è molto meno forte di prima, ma l’Irlanda resta in parte un Paese plasmato dalla sua lunga egemonia. Questo aiuta a spiegare perché il discorso pubblico non sia semplicemente “laico” o “post-religioso”, ma conservi toni spesso assoluti, etici, quasi escatologici. La causa palestinese, letta come storia di oppressione e vulnerabilità radicale, trova dentro questo terreno un’eco fortissima.
Antisemitismo: accusa politica o problema reale?
Questo ci porta allo snodo più critico dell’intera questione. Quando Israele, alla fine del 2024, ha deciso di chiudere la propria ambasciata a Dublino, ha accusato apertamente il governo irlandese di promuovere una retorica ostile e antisemita contro lo Stato ebraico. Le autorità irlandesi hanno respinto l’accusa parlando di “calunnia” e rivendicando una posizione fondata su diritti umani e diritto internazionale.
Ridurre tutto a propaganda diplomatica, tuttavia, significherebbe ignorare le sfumature. Evocare un vero e proprio antisemitismo irlandese è certamente una forzatura, ma liquidare il tema come una montatura lo è altrettanto. La comunità ebraica irlandese è piccolissima, circa 2.700 persone concentrate soprattutto a Dublino, e negli ultimi anni ha registrato episodi di intimidazione e crescente disagio. L’ex ministro della Giustizia Alan Shatter, figura di primo piano della comunità ebraica, ha denunciato minacce e un clima sempre più pesante.
A ciò si aggiunge un dato preoccupante: recenti sondaggi hanno mostrato una forte ignoranza sulla Shoah nella popolazione irlandese. Una quota significativa degli intervistati non conosce le dimensioni reali dello sterminio, e una minoranza non trascurabile ritiene che i numeri siano esagerati o falsi. Non è una prova automatica di antisemitismo diffuso, ma segnala certamente uno scollamento inquietante dalla memoria europea del Novecento.
La differenza con l’Italia
L’Italia, invece, porta sulle spalle il peso delle leggi razziali del 1938, della collaborazione fascista alle deportazioni e della partecipazione diretta al meccanismo dello sterminio. Questo ha prodotto nella cultura pubblica italiana una forma di cautela permanente, talvolta persino paralizzante, ogni volta che si tratta di criticare lo Stato di Israele.
L’Irlanda, al contrario, ha mantenuto la neutralità durante la Seconda guerra mondiale e non ha vissuto il medesimo trauma storico di complicità con la Shoah. Per questo può esprimere una condanna molto più diretta di Israele senza percepirla come un terreno storicamente minato. Da un lato questa distanza le dà una libertà politica che in Europa pochi altri Stati hanno; dall’altro, però, contribuisce a spiegare il rischio di una memoria più debole, meno strutturata, meno disciplinata dal senso del limite.
Il passato che abita il presente
Alla fine, la posizione irlandese sulla Palestina sfugge a qualsiasi formula semplificata. Non è solo anticolonialismo, benché questo ne sia il motore simbolico più potente. Non è solo l’eredità di un post-cattolicesimo in cui la lunga egemonia della Chiesa ha comunque lasciato un’impronta profonda nella grammatica morale del Paese. E non è pura e semplice libertà diplomatica, per quanto la mancanza di vincoli economici o militari con Israele giochi un ruolo determinante.
Questa postura è, piuttosto, l’esito di un processo molto più vasto. La politica di un Paese e l’istinto civile dei suoi cittadini non si formano mai nel vuoto della cronaca, ma sono il risultato di una densa stratificazione storica e memoriale. Le reazioni di oggi dipendono esattamente dal modo in cui, per decenni o secoli, le popolazioni hanno subito, metabolizzato o strenuamente combattuto la propria storia.
L’Irlanda rappresenta la sintesi esatta di questa dinamica: la sua bussola geopolitica intreccia il trauma secolare della dominazione britannica, la matrice cattolica della coscienza collettiva, una diversa interiorizzazione della memoria europea della Shoah e una sostanziale autonomia dagli interessi dell’industria bellica. In questo senso, il caso irlandese diventa rivelatore. Non perché abbia raggiunto una posizione moralmente “pura”, ma perché dimostra con rara nitidezza un paradigma fondamentale: le scelte politiche di oggi continuano a essere segretamente generate, e guidate, da storie molto più antiche di loro.
