Questo weekend di San Patrizio ho fatto una cosa che consiglio a chiunque ami il teatro, la storia e Dublino: ho visitato l’Abbey Theatre durante le speciali aperture organizzate per il festival. Per l’occasione, il teatro nazionale irlandese ha aperto le porte dei suoi backstage e degli spazi normalmente riservati agli addetti ai lavori, con visite guidate che portavano il pubblico dietro le quinte, tra i corridoi, le macchine sceniche e i meccanismi nascosti che fanno funzionare ogni rappresentazione.
Una visita che mi ha lasciato con due cose in testa
La prima è una di quelle curiosità che sembrano banali finché non le senti spiegare per bene: perché fischiare in teatro porta male. Durante la visita ho scoperto che non si tratta di superstizione vuota. Nei teatri di una volta, le corde che alzavano e abbassavano i fondali, le scenografie e gli effetti di scena non erano manovrate da tecnici moderni con sistemi automatizzati: erano gestite da marinai. Sì, marinai: esperti di corde, nodi e manovre, reclutati proprio per la loro familiarità con sistemi di rigging complessi. E come i marinai a bordo di una nave, comunicavano tra loro attraverso fischi in codice. Un fischio significava una cosa precisa: lasciare andare la corda. Fischiare a caso, dunque, poteva far precipitare una scenografia intera, con tutto ciò che ne conseguiva per chi si trovava sul palco. Da qui la regola, diventata col tempo tabù, poi scaramanzia, poi leggenda. La storia vera, però, è questa: fischiare in teatro era pericoloso, letteralmente.
La seconda cosa che ho scoperto, e che mi ha colpito anche di più, è che la costruzione del nuovo teatro nazionale irlandese, di cui si parla da anni e troppi anni, è stata finalmente confermata. I lavori inizieranno a breve. Per tutti i dettagli su questo progetto straordinario, continuate a leggere.
Le origini: un sogno di Yeats e Lady Gregory
L’Abbey Theatre aprì le sue porte al pubblico per la prima volta il 27 dicembre 1904. Fu il primo teatro sovvenzionato dallo Stato nel mondo anglofono: dal 1925 in poi ricevette un sussidio annuale dallo Stato Libero d’Irlanda.
La sua fondazione nasce dall’incontro tra due figure straordinarie della letteratura irlandese. Lady Gregory incontrò Yeats nel 1898, e lui le confidò il sogno di creare un teatro in cui mettere in scena nuovi e ambiziosi drammi irlandesi. L’idea sembrò via via più realizzabile man mano che parlavano, e alla fine del loro primo incontro avevano già un piano per costruire un “teatro nazionale”.
Nei suoi primi anni di vita, l’Abbey divenne il cuore pulsante del Rinascimento Letterario Irlandese. Sul suo palco debuttarono opere destinate a cambiare per sempre la storia del teatro mondiale: The Playboy of the Western World di J.M. Synge nel 1907, accolto con vere e proprie sommosse dal pubblico che vi vedeva un’offesa alla dignità irlandese, e The Plough and the Stars di Seán O’Casey nel 1926, altrettanto controverso per la sua rilettura critica dell’insurrezione del 1916. Il teatro non era solo un palcoscenico: era un campo di battaglia culturale e identitario.
Il fuoco del 1951 e la rinascita del 1966
Il 15 luglio 1951 un incendio distrusse gran parte dell’edificio originale. Mentre prendevano forma i piani per finanziare e progettare il nuovo Abbey, la compagnia si trasferì al Queen’s Theatre su Pearse Street, una sala più grande ma inadatta al repertorio del teatro nazionale, fredda, con acustica inadeguata, più abituata a operette e variety musicali.
Il progetto del nuovo edificio fu affidato all’architetto Michael Scott, con il consulente teatrale francese Pierre Sonrel. Il nuovo auditorium principale poteva ospitare 628 spettatori, circa un centinaio in più rispetto all’edificio originale.
Il 3 settembre 1963, il presidente d’Irlanda Éamon de Valera pose la prima pietra del nuovo teatro, che riaprì il 18 luglio 1966. Il costo finale fu di £725.000, ben oltre il preventivo iniziale di £235.000, tanto da portare la Commissione dei Conti Pubblici del Dáil a richiedere un’indagine sugli sforamenti. Un copione che, come vedremo, sembra destinato a ripetersi.
Perché l’edificio attuale non basta più
L’edificio in cui è ospitato il Teatro Nazionale ha più di cinquant’anni ed è ampiamente riconosciuto come carente nelle strutture che offre ad artisti, al pubblico e al personale, nonché in termini di efficienza energetica. I palcoscenici si trovano sotto il livello del suolo, una scelta degli anni Sessanta che oggi comporta costi operativi significativi e problemi di sicurezza tutt’altro che banali. Gli spazi per le prove sono inadeguati, l’accessibilità per persone con disabilità è limitata e non esiste un’area pubblica degna di un teatro nazionale europeo del ventunesimo secolo.
Una portavoce del teatro ha dichiarato che il gruppo ritiene l’edificio attuale “inadeguato per artisti, pubblico e personale” e di star cercando una soluzione da oltre dieci anni.
L’investimento pubblico: 80 milioni di euro dallo Stato
Il piano del Dipartimento della Cultura, Heritage e del Gaeltacht, Investing in our Culture, Language & Heritage 2018-2027, prevede un investimento indicativo di 80 milioni di euro per questo progetto di riqualificazione.
Per capire la portata di questo impegno, basta un confronto: il governo irlandese ha destinato all’Abbey Theatre, nell’ambito di Project Ireland 2040, una cifra superiore a quella stanziata complessivamente per la National Library of Ireland, il National Archives e il National Museum of Modern Art.
Il finanziamento sarà comunque misto: il progetto sarà finanziato “attraverso una combinazione di fonti pubbliche e private”.
Il progetto architettonico: cosa verrà costruito
Il piano è radicale. Non un restauro, non un ampliamento: una demolizione quasi totale e una ricostruzione da zero su un’impronta molto più ampia.
La demolizione e il nuovo sito
Il teatro vuole demolire l’edificio attuale e il contiguo Peacock Theatre, costruendo due auditorium da 700 e 250 posti affacciati sul fiume Liffey. Per rendere possibile questa espansione verso il fiume, nel settembre 2012 l’Abbey Theatre ha acquistato i numeri 15-17 di Eden Quay, e nel 2016 i numeri 22-23 di Eden Quay.
Gli spazi del nuovo teatro
Il nuovo edificio ospiterà un teatro principale da 700 posti e una seconda sala da 250 posti, un caffè e un ristorante, ulteriori spazi prove, un hub per le arti creative e uffici ampliati per il personale. La capienza complessiva passerà da 631 a 950 posti.
Un teatro che guarda il fiume
L’ambizione dei direttori è costruire “un importante nuovo centro culturale nel nord del centro città , su un sito che incorpora la sede attuale all’incrocio tra Abbey Street e Marlborough Street e si estende ad aprirsi sul fiume Liffey”, uno spazio pensato come destinazione per gli artisti e hub accessibile per il pubblico, durante il giorno e la sera.
L’altezza dell’edificio: la battaglia dei 12 piani
I piani iniziali prevedevano una fly tower di 12 piani nell’angolo tra Abbey Street e Marlborough Street, il che avrebbe reso il nuovo Abbey uno degli edifici più alti del centro di Dublino. Le proposte furono ridimensionate dopo che il direttore generale del Dublin City Council, Owen Keegan, espresse le proprie riserve, dichiarando che l’altezza sembrava “motivata più dal desiderio di creare un landmark che dalla necessità di spazio aggiuntivo”.
La risposta della presidenza del teatro fu articolata: il problema non era estetico, ma tecnico. La presidente Frances Ruane spiegò che i palcoscenici degli attuali due teatri si trovano ben sotto il livello del suolo, “il che non è positivo per molte ragioni, tra cui salute e sicurezza e costi operativi”, e che nel nuovo edificio i palcoscenici devono trovarsi al livello del suolo o sopra, con ovvie implicazioni sull’altezza della torre.
Il compromesso raggiunto è più discreto: circa quattro piani su Eden Quay, con un edificio più alto su Abbey Street ma in linea con l’altezza del VHI Building adiacente, che si sviluppa su sette piani.
Gli espropri: una storia di resistenze e accordi
I proprietari contrari ai CPO sostennero che sarebbe stato “senza precedenti” che una proprietà privata fosse acquisita dallo Stato tramite esproprio per uso culturale. Tali procedure sono normalmente riservate a grandi infrastrutture come strade, ferrovie o ciclovie. Tra i casi più emblematici, Roy Wilson, proprietario di una mews house su Old Abbey Street, si oppose all’esproprio della sua abitazione dove viveva da quarant’anni e che desiderava lasciare ai suoi quattro figli.
Alla fine, tutte le obiezioni sono cadute. An Bord Pleanála ha confermato che non vi sono più obiezioni ai piani del Dublin City Council di acquisire per esproprio i numeri 18-21 di Eden Quay, 24-26 di Lower Abbey Street e i numeri 7, 8 e 20 di Old Abbey Street. I documenti ottenuti tramite Freedom of Information rivelano che Dublin City Council ha pagato 2 milioni di euro per l’acquisto di uno degli immobili, il numero 24 di Lower Abbey Street.
Il significato culturale: un teatro per l’Europa
L’obiettivo dichiarato è che il nuovo Abbey “onori la storia e il patrimonio del teatro, equiparandosi ai teatri nazionali delle altre capitali europee”. È un’ammissione implicita che l’edificio attuale, progettato negli anni Sessanta, non regge il confronto con il National Theatre di Londra, la Comédie-Française di Parigi o il Burgtheater di Vienna.
I co-direttori CaitrÃona McLaughlin e Mark O’Brien hanno sottolineato che i prossimi anni saranno dedicati a “gettare solide basi per un futuro luminoso”, tra le priorità il progresso dei piani edilizi, l’espansione digitale e il potenziamento delle tournée. L’ambizione è quella di un polo culturale vivo tutto il giorno, non solo la sera degli spettacoli, dove artisti creano, il pubblico esplora e la città si incontra.
Dove siamo adesso
Il percorso è stato lungo. La domanda di permesso di costruire non era ancora stata presentata all’inizio del 2023, e i tempi di un progetto di tale complessità non sono mai rapidi. Eppure i segnali sono positivi: gli espropri sono risolti, il finanziamento statale è confermato, la leadership del teatro è stabile e la strategia è chiara.
Dublino ha già vissuto questo momento. Nel 1951 un incendio distrusse tutto, e ci vollero quindici anni per riaprire. Questa volta non si tratta di ricostruire dalle ceneri, ma di scegliere, con lucidità e ambizione, che tipo di istituzione culturale voglia essere il Teatro Nazionale d’Irlanda per i prossimi cinquant’anni.
Un teatro che guarda il Liffey, con due sale, un ristorante, spazi creativi e palcoscenici finalmente al livello del suolo. Non è poco.
E nel frattempo, che siate a teatro all’Abbey o altrove, per favore: non fischiate.

