Quando il New York Times dedica un articolo a una cittadina di 18.000 abitanti nel Wicklow, a 22 chilometri a sud di Dublino, significa che quella cittadina ha fatto qualcosa di straordinario. Oggi il quotidiano americano porta Greystones all’attenzione dei suoi lettori globali con un pezzo che racconta come una comunità irlandese abbia scelto tre anni fa di rinunciare collettivamente agli smartphone per i propri figli. Ma la storia è più lunga e merita di essere raccontata per intero.
Una cittadina che non è un villaggio
Un giornalista straniero aveva chiesto, con una certa ingenuità, se un “villaggio” come Greystones avesse davvero internet o se la gente vivesse ancora in case col tetto di paglia. La preside Rachel Harper non ride ancora. Greystones si trova sulla costa orientale dell’Irlanda, a 3,5 chilometri a sud di Bray e a 24 chilometri dal centro di Dublino. Con 22.009 abitanti secondo il censimento del 2022, è la seconda città più grande della contea di Wicklow, dopo Bray.
Non è un villaggio, ma ha ancora l’anima di uno. Jennifer Whitmore, TD dei Social Democrats per il Wicklow, la descrive così: “La chiamiamo ancora villaggio. Ha ancora quell’atmosfera di comunità, ma è cresciuta considerevolmente.” È una crescita che ha un prezzo. Whitmore, eletta nel 2020, riconosce che la crescita ha raggiunto livelli di pressione intensa, con tensioni sull’urbanistica, sui prezzi delle case, sui posti nelle scuole, sulla congestione del traffico e sul trasporto pubblico: “Siamo ora uno dei posti più costosi del paese per comprare e affittare.”
Il Wicklow, di cui Greystones è la città più rappresentativa, è considerato una destinazione “blue-chip” nel mercato immobiliare irlandese: una destinazione premium che attrae chi cerca qualità della vita, attività all’aria aperta e bellezze naturali, restando a portata di mano da Dublino. GoldGro Limited. Non a caso, il Wicklow ha superato Dublino per la prima volta come la contea più costosa d’Irlanda in cui acquistare una proprietà, con un prezzo mediano di 425.000 euro.
Greystones è il capolinea meridionale della linea DART, il sistema ferroviario suburbano che collega 31 stazioni lungo la costa orientale di Dublino. Questo la rende una delle cittadine meglio collegate alla capitale, punto di forza per i numerosi professionisti che vi risiedono e lavorano a Dublino.
Una classe politica progressista e di alto profilo
Greystones è anche, e non è un dettaglio marginale, una città con una rappresentanza politica di tutto rispetto e un orientamento marcatamente progressista. Tre dei cinque parlamentari nazionali del Wicklow risiedono a Greystones: il Taoiseach Simon Harris (Fine Gael), Jennifer Whitmore (Social Democrats) e, fino alle elezioni del novembre 2024, anche il ministro della Salute Stephen Donnelly (Fianna Fáil). I suoi parlamentari provengono tutti da un’area che, per certi aspetti, non è diversa dai sobborghi del sud di Dublino; l’Irish Times li definisce “liberali e benestanti”. È in questo contesto sociale, fatto di genitori istruiti, professionisti con redditi elevati e di una forte attenzione ai temi del benessere dei figli, che l’iniziativa “It Takes A Village” ha trovato il terreno più fertile.
Com’è cominciata
La storia inizia con Rachel Harper, preside della St Patrick’s National School, che tre anni fa si rivolse agli altri presidi delle scuole primarie di Greystones per discutere dei livelli crescenti di ansia tra gli alunni più grandi, in parte attribuiti alle difficoltà di adattamento durante il periodo Covid. Quei colloqui iniziali, apparentemente ordinari, avrebbero cambiato il modo in cui il mondo intero guarda al rapporto tra infanzia e tecnologia.
Il risultato fu un codice volontario “no smartphone” concordato tra tutte le associazioni dei genitori delle otto scuole primarie della città, valido fino all’ingresso nella scuola secondaria. La preoccupazione centrale era duplice: l’ansia crescente tra i bambini e l’esposizione precoce a contenuti per adulti online. Il ragionamento alla base era semplice ma efficace. “Se tutti lo fanno allo stesso modo, non ti senti diverso”, spiegò una madre di Greystones. “Diventa molto più facile dire no. Più a lungo riusciamo a preservare la loro innocenza, meglio è.”
Un patto, non una legge
L’iniziativa prevede un accordo volontario tra genitori e scuole (non una legge) in cui i genitori si impegnano a non dare uno smartphone ai figli fino all’inizio delle scuole superiori. Questo vale in generale: a casa, con gli amici, ovunque, non solo durante le ore scolastiche. Già prima molte scuole vietavano l’uso dei telefoni in classe o nell’edificio. L’accordo è stato preso proprio perché anche fuori dalla scuola i telefoni creavano problemi (social, chat, ecc.).
Va chiarito subito un aspetto fondamentale: il divieto di Greystones è volontario. Alcuni genitori potrebbero comunque permettere ai propri figli di usare uno smartphone, ma molte famiglie hanno aderito, convincendo gli organizzatori che fosse valsa la pena proseguire il progetto. Non è un divieto imposto dallo Stato o dalla polizia. È una scelta collettiva delle famiglie per ridurre la pressione del tipo “tutti ce l’hanno, lo voglio anch’io”.
È questa la sua forza più originale. Non una norma calata dall’alto, ma un patto comunitario che trasferisce il problema dalla singola famiglia all’intera comunità. L’obiettivo dichiarato era togliere pressione ai genitori che si sentivano in colpa se il proprio figlio era l’unico in quinta o sesta classe senza uno smartphone, mettendo tutti i bambini sullo stesso piano e rendendo la nuova norma il punto di riferimento per l’intera area.
Tre anni dopo: cosa è cambiato
Tre anni fa, era comune vedere bambini di nove anni con uno smartphone, e l’età si abbassava ancora. Oggi accade il contrario: molti bambini scelgono volontariamente di aspettare ben oltre l’ingresso alle scuole secondarie prima di andare online con uno smartphone.
I risultati riportati da insegnanti e genitori sono concreti. I voti sono migliorati, le amicizie si sono rafforzate e i rapporti in famiglia sono diventati più stretti. Una madre ha raccontato che prima il figlio era stanco e il telefono era il suo principale interesse al posto dello studio. Insegnanti e cappellani di Greystones affermano che i risultati sono difficili da ignorare.
La forza del progetto: i ragazzi più grandi come mentori
Forse l’aspetto più innovativo di “It Takes A Village” non è il divieto in sé, ma il modo in cui si è evoluto nel tempo. Nel secondo anno del progetto, gli organizzatori hanno coinvolto studenti del Transition Year per parlare con i bambini delle classi più alte delle scuole primarie. I sedicenni, come dice Rachel Harper, hanno molta saggezza da condividere e il loro messaggio arriva in modo molto più efficace di quello di insegnanti e genitori, pur dicendo le stesse cose.
Bodie Mangan Gisler, alunno di sesta classe della St Patrick’s, ha confermato il valore di questo approccio: i ragazzi del quarto anno capiscono i più piccoli e danno consigli utili su come affrontare situazioni difficili online, rassicurandoli che possono sempre parlare con i genitori.
Harper è convinta che questo programma di mentoring abbia tenuto in vita l’iniziativa nel tempo: senza di esso, i genitori si sarebbero probabilmente stancati del divieto volontario, ma il coinvolgimento dei ragazzi più grandi lo ha trasformato in un processo continuo. L’interesse internazionale per l’iniziativa evidenzia la natura globale delle sfide che giovani, genitori ed educatori devono affrontare di fronte all’ubiquità degli smartphone e l’attenzione mediatica è stata straordinaria fino all’articolo di oggi sul New York Times.
Il governo irlandese e la dimensione europea
L’iniziativa non è rimasta confinata a Greystones. Dopo il lancio del codice volontario, i ministri del governo irlandese hanno approvato nuove linee guida per il divieto di smartphone nelle scuole primarie.
Il ministro della Salute Stephen Donnelly, che abita vicino a Greystones, ha raccomandato l’approccio come politica nazionale, sottolineando la necessità di rendere più semplice per i genitori limitare i contenuti a cui i bambini sono esposti.
Sul fronte europeo, l’eurodeputata Fine Gael Nina Carberry ha dichiarato che la sicurezza online sarà una parte importante della presidenza irlandese dell’UE, aggiungendo che gestire le grandi aziende tecnologiche è più efficace a livello comunitario: con 27 paesi che lavorano insieme, la capacità di rendere le piattaforme responsabili è molto più forte. La ministra degli Esteri Helen McEntee ha aggiunto che il governo sta seguendo con attenzione l’esperienza australiana di restrizioni a alcune piattaforme social, ma che la verifica dell’età resta la priorità immediata.
Una questione di comunità, non di tecnologia
Rachel Harper ha sempre tenuto a chiarire un punto essenziale: “Non siamo contro la tecnologia. Non siamo contro i telefoni. Stiamo semplicemente chiedendo di attendere fino alla scuola secondaria.”
Il cambiamento più visibile è che avere uno smartphone non è più percepito come un rito di passaggio obbligato quando si arriva in quinta o sesta classe. Il cuore del messaggio è un altro, più profondo: il desiderio di dare priorità alle interazioni faccia a faccia rispetto a quelle digitali per il più lungo tempo possibile. Come ha detto una madre di Greystones: “L’infanzia si sta accorciando. È davvero importante che i bambini siano in un posto in cui possano essere felici e godersi il fatto di essere, semplicemente, bambini.”
Oggi, mentre il New York Times racconta questa storia ai lettori di mezzo mondo, Greystones dimostra che quella scelta era possibile, sostenibile e, soprattutto, ne valeva la pena.
