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Kilkenny Roots Festival: i Satellite Inn portano l’Americana italiana in Irlanda

Satellite Inn
Scritto da Maurizio Pittau

Una band italiana di alt-country ha attraversato mezza Europa in furgone e in traghetto per arrivare a Kilkenny. Il viaggio, il senso della strada, l’odissea verso un orizzonte musicale lontano da casa sono esattamente la materia di cui sono fatti i Satellite Inn. E quando li abbiamo incontrati al Kilkenny Roots Festival, abbiamo capito subito che non si trattava solo di un concerto, ma di una tappa significativa in un percorso iniziato trent’anni fa in una città dell’Emilia-Romagna.

Da Forlì a Kilkenny, via tutto

Il viaggio per arrivare in Irlanda è stato, a parole di Stiv Cantarelli, “un’odissea degna di un romanzo di Kerouac.” Dall’Italia verso la Francia, poi attraverso la Manica, su su fino al porto di Holyhead, il traghetto per Dublino, e poi ancora verso sud fino a Kilkenny. Ore e ore di furgone, caselli, strade di campagna, stanchezza. Eppure arrivare al festival con quell’energia addosso, quel senso di avercela fatta, ha reso tutto più autentico. Del resto, i Satellite Inn sono una band che ha sempre preferito, come loro stessi hanno detto, i pub fumosi e i roadside bar alle luci dei grandi palchi. Kilkenny era esattamente il posto giusto per loro.

Il live al Barrel Yard

I satellite Inn hanno suonato durante il weekend in diverse venue. Noi li abbiamo visti in una delle venue più suggestive dell’intero Roots Trail: il Barrel Yard dello Smithwick’s Experience. Lo spazio ha offerto un contesto ideale per valutare davvero la proposta dei Satellite Inn. La corte all’aperto, resa accogliente da ampi tendaggi pronti a proteggere dalla pioggia  ha favorito una partecipazione attiva del pubblico, attento e coinvolto fin dalle prime battute. La band ha mostrato una solidità dal vivo che va oltre la semplice riproposizione dei brani: il set, prolungatosi ben oltre il tempo previsto, ha mantenuto coerenza e intensità senza cali evidenti. Va però segnalato che la resa sonora non è stata sempre all’altezza del contesto. Nonostante il Barrel Yard fosse considerato uno degli spazi meglio attrezzati del Roots Trail, l’assenza di un sound check strutturato si è fatta sentire, con alcuni problemi di bilanciamento tra voce e strumenti soprattutto nelle prime fasi del set. Una situazione che non ha compromesso il coinvolgimento del pubblico, ma che ha limitato in parte la percezione più dettagliata del suono della band. Non è mancata una risposta concreta anche da parte degli addetti ai lavori presenti, con alcuni promoter britannici che, a fine concerto, hanno manifestato interesse per future date nel Regno Unito. Un segnale che suggerisce come il progetto possa trovare una sua dimensione anche fuori dal circuito italiano.

Intervista di Kristina Tomic

Chi sono i Satellite Inn

La loro storia comincia nel 1994, quando Uncle Tupelo era ancora in tour e i Whiskeytown erano una band anonima da bar, proprio come loro. L’unica differenza era la distanza di diecimila chilometri: Ryan Adams e la sua gang a Jacksonville, Florida; i Satellite Inn a Forlì, in Italia. Uno dei pochi esponenti italiani dell’Americana, questo trio si è formato nei primi anni Novanta, con Stiv Cantarelli alla guida come cantante, chitarrista e principale compositore, affiancato dal bassista Fabrizio Gramellini e dal batterista Antonio Perugini.

Il loro suono è difficile da incasellare, e questo è sempre stato il loro punto di forza. Folk, rock, punk, country mescolati con una naturalezza che non ha mai saputo di esercizio accademico. L’approccio è quello del punk rock applicato a brani costruiti attorno ai topoi della musica country tradizionale, catturando perfettamente lo spirito dell’alt-country. Sono un’anomalia nella musica italiana, un unicum: una band che non ha mai cercato di italianizzare l’Americana, ma che l’ha abitata dall’interno, con onestà e senza filtri.

L’ingaggio americano e le produzioni nel cassetto

Nel 1997, la label di Raleigh, MoodFood Records, avendo appena perso i Whiskeytown verso la Geffen attraverso il manager dei R.E.M. Scott Litt, scelse i Satellite Inn per rimpiazzarli nella scena alternative country ancora in piena ebollizione negli States. Una band italiana di alt-country negli USA: sembrava impossibile, eppure accadde. Il primo album, “Cold Morning Songs”, uscì nell’ottobre del 1998 e ricevette ottime recensioni. Nel 2001 suonarono al SXSW e fecero un mini-tour della costa ovest, con Stiv Cantarelli che nel frattempo si era trasferito a Boston. Le cose sembravano andare benissimo.

Poi il colpo di scena. Nel 2002, mentre erano in Italia come band di supporto per Robert Fisher della Willard Grant Conspiracy, nacque la collaborazione per quello che avrebbe dovuto essere il secondo album. Fisher accettò di produrlo, ma con solo quattro canzoni registrate e inviate all’etichetta, arrivò il disastro: le finanze della label collassarono e il contratto saltò. Anni di lavoro, registrazioni, sogni, tutto rimasto in una scatola di nastri inutilizzati. Un archivio silenzioso che aspettava il momento giusto per tornare alla luce.

“From Nowhere Revisited”: i nastri perduti diventano disco

Quasi un decennio dopo la morte di Robert Fisher, quei nastri perduti riaffiorarono da una scatola di master inutilizzati dei Satellite Inn. Il materiale era così ispirante che la band decise di rendere omaggio al loro vecchio produttore, trasformando quei brani in una nuova registrazione. Per l’occasione i Satellite Inn si sono nuovamente uniti ai vecchi amici della storica label El Cortez di Portland, Oregon, fondata da Richmond Fontaine e oggi è piattaforma per la band The Delines.

Il risultato è “From Nowhere Revisited”, uscito il 13 marzo 2026: nove tracce che vanno da “Faded By Time”, apertura spettrale con chitarra acustica e slide guitar, fino alla title track finale, una ballata spoglia e bellissima. Il disco presenta contributi di Dave Curry (Willard Grant Conspiracy, Thalia Zedek), Steven Honeywill (Lone Pine), Roberto Villa (Silent Strangers, Ronin) ed Edward Abbiati (Lowlands, Rattling Chains), e segna un altro capitolo straordinario del percorso dei Satellite Inn.

Il festival: Kilkenny diventa capitale dell’Americana

Il Kilkenny Roots Festival esiste dal 1998 e nel 2026 celebra la sua 28ª edizione. Il format è semplice: oltre 30 venue sparse nel centro storico medievale, più di 40 artisti irlandesi e internazionali, oltre 90 concerti, tra gratuiti e a pagamento, dall’inizio del pomeriggio fino a tarda notte. Il pubblico si sposta da un pub all’altro, da un teatro a un cortile, scoprendo la musica dietro ogni angolo. Swing, bluegrass, rockabilly, cajun, folk, blues: tutto convive senza forzature.

Nel corso degli anni il festival ha ospitato Calexico, Drive-By Truckers, Jason Isbell, Richmond Fontaine, Sturgill Simpson e Alabama Shakes, tra gli altri. L’edizione 2026, svoltasi dal 1 al 4 maggio nel classico weekend del Bank Holiday, ha visto tra i punti di forza i Long Ryders e Willi Carlisle  al Set Theatre e Chris Eckman al Ryan’s Bar, con diversi show sold out già nei primi giorni.

In questo contesto, l’arrivo dei Satellite Inn aveva un senso tutto particolare. Una band italiana che ha costruito la propria storia guardando all’America più autentica, arrivare a Kilkenny via furgone e traghetto è stato un po’ come tornare a casa in un posto in cui non erano mai stati prima.

Sul palco a Kilkenny

La performance al Kilkenny Roots Festival è stata esattamente quello che ci si aspetta da una band così: nessun orpello, nessuna scenografia, solo quattro musicisti che suonano come se non esistesse un domani. Stiv Cantarelli è un frontman anomalo, la voce ruvida ma precisa, la chitarra sempre protagonista senza mai sopraffare. Abbiamo parlato con lui prima di un concerto e la sua lucidità sulla propria storia è rara. Non c’è nostalgia fasulla, non c’è rimpianto esibito. Solo la consapevolezza di aver fatto qualcosa di autentico in un momento storico in cui, in Italia, quella musica non aveva mercato, pubblico, praticamente nulla.

“Dal principio eravamo degli outsider nel nostro stesso paese perché nessuno suonava quella musica, e non c’erano agenzie di booking, non c’erano etichette, non c’erano club, non c’era davvero niente”, racconta Stiv. “Le cose sono cambiate molto. Venticinque anni fa il movimento americano non era così grande fuori dagli Stati Uniti, anche se nel Regno Unito c’era già qualcosa. Adesso ci sono molte più persone che seguono l’americana, e molte più band.”

L’Americana in Italia e il mercato estero

La storia dei Satellite Inn è anche la storia di un genere che faticava a trovare radici nel suolo italiano. In Italia il pubblico dell’Americana resta limitato, spingendo da sempre band come i Satellite Inn a guardare soprattutto ai mercati esteri, soprattutto anglosassone: UK, USA, e ora anche Irlanda. Il loro pubblico naturale non parlava italiano, ma capiva perfettamente quella musica.

Stiv spiega il paradosso con una lucidità disarmante: nella zona rurale in cui lui e i suoi compagni sono cresciuti, la musica locale era il Liscio, la musica folk orchestrale da ballo italiana. “Quella volontà instancabile di essere in tour, di trattare la tua musica come un lavoro, di fermarti in qualsiasi posto e suonare il tuo concerto come se fosse l’ultimo,” dice Stiv, “la so cosa vuol dire quella vita on the road. Forse l’abbiamo ereditata dagli orchestrali di liscio della nostra zona, che erano i migliori musicisti da strada che l’Italia abbia mai avuto.”

Country, folk e western: un pontefice tra Irlanda e Italia

Non è un caso che i Satellite Inn abbiano scelto l’Irlanda. L’Irlanda ha una relazione con la musica folk e country che va ben oltre il turismo culturale: è una tradizione viva, presente nei pub, nei festival, nelle famiglie. Il Kilkenny Roots Festival ne è la prova ogni anno, portando artisti da tutto il mondo in una delle città medievali più belle d’Europa. C’è un filo sottile ma resistente che collega la tradizione folk celtica a quella roots americana: il senso della comunità, il racconto della strada, la malinconia come forma d’arte. I Satellite Inn, italiani di Forlì con l’anima a Nashville, si infilano in quel filo con una naturalezza sorprendente.

In Irlanda, il country e il folk western sono diffusi capillarmente, con festival che spaziano dal bluegrass al Cajun fino all’alt-country più sperimentale. In Italia la situazione è diversa, ma sta cambiando: ci sono club, piccole etichette, festival di nicchia, e soprattutto una nuova generazione di ascoltatori che ha scoperto l’americana attraverso lo streaming. I Satellite Inn, in questo senso, sono stati pionieri incompresi in patria e celebrati all’estero.

Nel contesto del Kilkenny Roots Festival 2026, dominato in larga parte da proposte fedeli alla tradizione americana e folk, i Satellite Inn si sono distinti per un approccio meno ortodosso. Se molti artisti in cartellone hanno privilegiato una rilettura rispettosa dei canoni dell’Americana, la band italiana ha introdotto elementi di contaminazione più marcati, arrivando a filtrare nel proprio sound suggestioni inusuali come echi di valzer e persino richiami al liscio, rielaborati però attraverso una sensibilità alt-country credibile. Questo li ha resi meno “puri” rispetto ad altri nomi del festival, ma anche più riconoscibili. In un programma ricco di esecuzioni solide ma spesso prevedibili, il loro set ha offerto una variazione significativa, capace di dividere forse i puristi ma di attirare l’attenzione di un pubblico più curioso e aperto.

Un ritorno che è un inizio

Incontrare Stiv Cantarelli a Kilkenny, parlargli del viaggio, delle registrazioni ritrovate, di Robert Fisher, di Richmond Fontaine, è stata una di quelle conversazioni che si portano a casa. Ci sono band che hanno una storia e poi ci sono band che sono una storia. I Satellite Inn appartengono alla seconda categoria.

“From Nowhere Revisited” rappresenta un passaggio importante per la band, più come sintesi del percorso che come punto di arrivo definitivo. Un disco che conferma la coerenza del progetto, lasciando però aperta la domanda su quanto questa visione possa evolversi ulteriormente nel contesto internazionale.

L’album è disponibile su Bandcamp e nelle principali piattaforme di streaming. Il CD in edizione limitata e’ disponibile in una bella confezione box con l’artwork dello stesso Cantarelli. Per chi vuole capire cos’è l’Americana vista dall’Italia, e perché quella visione sia tutt’altro che una copia sbiadita dell’originale, questo disco è il posto giusto da cui cominciare.

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