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Come protestano gli studenti in Irlanda: la politica senza slogan

Studenti Dublino
Scritto da Eugenia Arciero

I primi di marzo, a Dublino, migliaia di studenti dell’University College Dublin (UCD) si radunano all’ingresso del campus. Non ci sono bandiere di partito, né slogan anti-sistema. C’è, invece, una rabbia silenziosa, compatta e solidale. L’innesco della mobilitazione è una storia di violenza e di tradimento istituzionale: la diffusione non consensuale di immagini intime di una studentessa, un fatto gravissimo che ha rimesso prepotentemente al centro del dibattito la sicurezza, la tutela e la responsabilità delle istituzioni universitarie. Più che di “protesta” nel senso letterale e conflittuale del termine, si è trattato di un grande presidio di solidarietà.

Pochi giorni prima, la ragazza aveva trovato il coraggio di sedersi davanti alle telecamere dell’emittente nazionale RTÉ (Raidió Teilifís Éireann) per raccontare il suo incubo. Circa tre anni prima era stata vittima di uno stupro, durante il quale le era stata scattata la fotografia incriminata. Ne aveva scoperto l’esistenza solo due anni dopo, quando l’immagine era stata inviata in forma anonima a oltre 170 account del personale universitario, per poi finire in una chat WhatsApp studentesca con oltre 300 membri, inclusa la stessa vittima. L’aspetto più grave della sua denuncia, però, non riguardava soltanto il crimine in sé (oggi in tribunale come caso di revenge porn), ma anche il muro di gomma dell’università. La ragazza si era sentita abbandonata da un ateneo che aveva evitato di assumere una posizione ferma, preferendo minimizzare l’accaduto.

Di fronte a questa inerzia, l’Unione degli studenti ha preso le redini dell’indignazione, criticando con durezza l’UCD per la leggerezza dimostrata. Una pressione mirata e implacabile che ha costretto l’università a fare un passo indietro, dichiarando pubblicamente che lavorerà a stretto contatto con il sindacato studentesco per contrastare gli abusi e proteggere la comunità.

Azione, contrattazione, risultato. Ma questa manifestazione è il frutto di una profonda tradizione di attivismo studentesco o è un evento isolato? Come funzionano davvero le unioni studentesche in Irlanda? E che tipo di rapporto lega il mondo universitario alla politica, se lo paragoniamo alle piazze infuocate del nostro Paese?

Per rispondere a queste domande, e per capire cosa si muova realmente sotto la superficie dell’attivismo irlandese, ho avviato una ricerca dettagliata, setacciando riviste di approfondimento e articoli di cronaca. Soprattutto, ho cercato di contattare direttamente i protagonisti di queste dinamiche.

Per mappare questo mondo ho cercato il contatto con presidenti di ateneo, docenti, leader del movimento di boicottaggio (BDS) e professori della rete Academics for Palestine. La maggior parte, però, si è sottratta al dialogo: c’è chi ha addotto agende troppo fitte e chi, semplicemente, non ha mai risposto ai tentativi di contatto. Chi invece ha accettato di aprire le porte del movimento è stato László Molnárfi, ex presidente dell’Unione degli studenti del Trinity College per l’anno accademico 2023/2024. Il suo punto di vista, va precisato, è particolarmente radicale e dichiaratamente condizionato dalla matrice politico-ideale socialista in cui si riconosce. Tuttavia, le sue parole sono preziosissime, non da ultimo perché è stato proprio lui la mente a capo del clamoroso accampamento pro-Palestina davanti al Trinity College nel maggio del 2024.

László ha origini ungheresi. Nato e cresciuto in un piccolissimo paese a nord di Budapest, ha deciso di trasferirsi a Dublino all’inizio degli studi universitari. Lo incontro in un pomeriggio soleggiato di fine aprile, immerso nelle iconiche distese verdi del Trinity College. Subito dopo le presentazioni, la prima cosa che ci tiene a mostrarmi, con un inequivocabile sorriso compiaciuto, sono i segni ancora visibili sul prato lasciati dai picchetti delle tende, piantati durante l’accampamento del 2024 proprio davanti all’ingresso della mostra del Book of Kells.

Fresco di laurea in Sociologia e Filosofia con una tesi triennale su Karl Marx, e in procinto di proseguire gli studi con una magistrale in Comparative Social Change, László affianca all’attivismo l’impegno editoriale. Scrive infatti per la rivista Aontacht, che si definisce, per usare le sue parole, “non settaria e con una prospettiva socialista rivoluzionaria”.

Quando gli chiedo di ricostruire la sua esperienza nel movimento del Trinity, i ricordi del 2020 sono netti: “Ho trovato un’unione studentesca fortemente cooptata, integrata e letteralmente ‘catturata’ dalla gestione universitaria. Non cercavano affatto il confronto, anzi, erano quasi del tutto allineati con la dirigenza dell’ateneo. Non c’era una reale spinta politica; la storia dell’organizzazione era ferma, si limitavano a gestire l’ordinario senza voler cambiare nulla”. Li definisce “cani che abbaiano ma non mordono”, un gruppo che preferiva rilasciare forti dichiarazioni scritte piuttosto che organizzare il corpo collettivo degli studenti per azioni dirette.

Per rompere questo stallo, nel 2020 fonda, insieme ad altri compagni, un nuovo gruppo, Students For Change, con l’intento di imporre un approccio molto più radicale. Inizia una campagna elettorale estenuante, durata quattro anni e segnata anche da veri e propri atti di bullismo nei loro confronti. Alla fine, però, Molnárfi vince: viene eletto presidente con un margine del 7%, e la sua fazione strappa alla vecchia guardia le posizioni chiave del sindacato. Un caso fortuito vorrà poi che il fatidico 7 ottobre ricada proprio durante il suo mandato, offrendogli la possibilità di organizzare un movimento molto più ampio e dirompente.

Le Unioni Studentesche

La frustrazione iniziale di Molnárfi si spiega analizzando l’architettura legale del sistema sindacale universitario irlandese. È un impianto formale, iperistituzionalizzato, che collide frontalmente con la fluidità e l’informalità dei collettivi autonomi a cui siamo abituati in Italia.

La differenza radicale ha una data precisa: il 1997. In quell’anno viene approvato l’Universities Act, un atto legislativo che tutela le Students’ Unions e le riconosce a livello statale come enti politici preposti a “promuovere gli interessi generali degli studenti di un’università e a rappresentarli collettivamente e individualmente”. Le conseguenze di questa legge sono enormi. Ogni studente iscritto diventa automaticamente proprietario di una quota dell’Union, contribuendo direttamente alla sua finanziazione attraverso una parte delle tasse universitarie.

Durante le elezioni, queste Unioni si trasformano in straordinarie macchine elettorali, con turni di registrazione al voto, volantinaggio porta a porta e mobilitazione capillare. A capo di ciascuna di esse c’è il Sabbatical Team, eletto a suffragio universale. Il termine “sabbatical” non è casuale: i rappresentanti eletti hanno diritto a un anno sabbatico dagli studi per dedicarsi interamente alla politica. In quei dodici mesi percepiscono uno stipendio e ricevono un alloggio gratuito nelle residenze del campus, ricoprendo un ruolo sindacale che è a tutti gli effetti una professione.

Il loro ruolo ai vertici dell’ateneo è strutturale. All’interno delle amministrazioni universitarie, ai rappresentanti sono garantiti tre seggi e il diritto di voto su qualsiasi delibera. Gli atenei hanno l’obbligo normativo di indire tavoli sindacali periodici e di stabilire procedure formali di risoluzione delle controversie. È un percorso di contrattazione blindato: l’azione di protesta diretta mira a creare un danno economico o reputazionale, per forzare l’apertura del tavolo negoziale, che si conclude solo con la firma dell’accordo da parte di tutti. Negli ultimi anni la fase “eversiva” era quasi scomparsa, fagocitata dal dialogo istituzionale, appagando un interesse utilitaristico condiviso da entrambe le parti.

Guardando al sistema italiano, sembra di esplorare un altro pianeta. Oltre all’assoluta assenza di centralizzazione finanziari,  i rappresentanti italiani non sono stipendiati né usufruiscono di anni sabbatici — la differenza abissale sta nel sistema di rappresentanza, che in Italia è plurale e proporzionale. Le elezioni universitarie funzionano come le elezioni politiche nazionali: liste diverse, spesso legate ideologicamente ai partiti nazionali, si contendono i voti. L’affluenza media nazionale si aggira intorno al 20%, e non vi è obbligo di adesione economica automatica. I rappresentanti eletti siedono negli organi dell’amministrazione (Senato Accademico e CdA), ma il loro potere è essenzialmente consultivo e minoritario. Per questo motivo, la trattativa formale si blocca quasi subito, costringendo gli studenti ad abbandonare le vie istituzionali e a ricorrere alla piazza.

L’eccezione Palestina e la strategia del danno economico

Questa enorme differenza di potenziale ha raggiunto il suo culmine nel maggio 2024. L’accampamento al Trinity College, ribattezzato Gaza Solidarity Encampment, è stato una delle proteste più potenti degli ultimi decenni, proprio perché ha saputo piegare i meccanismi istituzionali.

“Quando è arrivato il 7 ottobre, si è presentata un’opportunità”, prosegue László. “Abbiamo iniziato con piccoli picchetti, aumentando gradualmente la pressione. Ispirati dalla Columbia University, abbiamo deciso di creare il primo accampamento in Irlanda”. L’arma retorica vincente per ottenere il consenso degli iscritti è stata l’ipocrisia: gli atenei avevano sanzionato la Russia per l’invasione dell’Ucraina, ma tacevano su Israele.

L’accampamento è stato organizzato militarmente dalla Students’ Union e dal gruppo BDS. Un centinaio di studenti ha montato trenta tende nella Fellows’ Square. Poi, la scelta di colpire l’ateneo sul piano economico: hanno barricato la piazza, bloccando l’accesso al Book of Kells. Il manoscritto genera milioni di euro all’anno per l’ateneo, che ne è l’unico proprietario. Il danno è stato immediato ed economico. L’università ha provato a stroncare la rivolta multando l’unione per 214.000 euro, ma il travolgente sentimento pro-Palestina dell’opinione pubblica irlandese l’ha costretta a fermarsi.

A differenza di altri Paesi, dove è intervenuta la celere, a Dublino i professori di Academics for Palestine hanno fatto da scudo agli studenti, impedendo l’ingresso alla polizia. Messo all’angolo, il Trinity ha firmato un accordo storico: il disinvestimento totale dalle aziende israeliane della lista nera dell’ONU, l’istituzione di una task force per indagare su tutti i legami accademici e l’impegno a non rinnovare gli accordi con istituzioni israeliane una volta scaduti quelli attuali.

L’accordo è firmato, la protesta si spegne all’istante. L’obiettivo ultimo di Molnárfi, ovvero unire la lotta studentesca ai sindacati dei lavoratori, è rimasto sulla carta, ma il movimento si è comunque fuso con l‘Ireland-Palestine Solidarity Campaign, ottenendo dal governo borse di studio e corridoi umanitari per gli studenti di Gaza.

Nello stesso periodo, in Italia nasceva l’Intifada studentesca. Se l’obiettivo formale era lo stesso (lo stop al Bando MAECI), il dibattito è subito deragliato in uno scontro ideologico e nell’antimperialismo di estrema sinistra, sfociando in violenze di piazza. A Torino, Milano, Bologna, Pisa e Roma le cariche della polizia, gli idranti e i lacrimogeni hanno dominato le cronache. Nonostante il richiamo del Presidente Mattarella al Viminale, il governo ha difeso le forze dell’ordine. Accademicamente, la mobilitazione italiana non ha prodotto grandi boicottaggi strutturali: nessun ateneo ha interrotto i rapporti con Israele in nome della libertà di ricerca, i professori si sono mossi solo a titolo individuale, e la protesta si è arenata, trasformandosi in un vasto caso politico e giudiziario.

La Tigre Celtica

Per comprendere a fondo la natura contrattuale della protesta irlandese, non si può però ignorare il contesto economico in cui si è sviluppata. Le lotte per la Palestina sono un’eccezione internazionale in un panorama storicamente dominato da battaglie interne.

Dalla metà degli anni ’90, l’Irlanda è uscita dalla depressione diventando la “Tigre Celtica”, con crescite del PIL superiori al 10% annui grazie a una tassazione spregiudicata per le multinazionali tecnologiche e farmaceutiche. Questo boom ha invertito il trend storico, trasformando l’Irlanda in terra di immigrazione. Ma la crisi finanziaria del 2008 ha fatto esplodere la bolla immobiliare, lasciando macerie sociali. La gestione neoliberista della crisi ha innescato speculazioni catastrofiche e un vertiginoso caro vita.

In questo quadro si inserisce la più violenta manifestazione del secolo: nel 2011, tra i 30.000 e i 40.000 studenti marciarono su Dublino per bloccare l’aumento delle tasse universitarie, occupando il Ministero delle Finanze e scontrandosi duramente con la polizia antisommossa. Quell’evento ha marchiato a fuoco l’attivismo irlandese: le università locali hanno rette tra le più care d’Europa, e la crisi degli alloggi grava pesantemente sulle nuove generazioni. Di fronte a questa deregolamentazione, che tratta l’università come un’azienda e lo studente come un cliente, le Unioni studentesche hanno abbandonato le utopie rivoluzionarie per trasformarsi in efficaci “sindacati dei consumatori”, lottando esclusivamente per il tetto agli affitti e il diritto allo studio.

L’Italia, invece, scende in piazza per l’ideologia: le riforme scolastiche, l’edilizia fatiscente, il clima dei Fridays For Future. Si protesta con un approccio “di piazza”, bloccando il Paese con numeri inimmaginabili per l’Irlanda, ma parlando un linguaggio ideologico, strutturale, quasi filosofico.

La democrazia e l’inconscio politico

Mettendo a confronto i due sistemi, la tentazione di giudicare è fortissima. Da un lato c’è l’efficienza aziendale irlandese: veloce, pragmatica, capace di ottenere accordi e stanziamenti concreti in pochi giorni. Dall’altro, il perenne scontro italiano: frammentato, conflittuale, profondamente ideologico e, spesso, apparentemente inconcludente davanti all’intransigenza delle istituzioni.

Fermarsi a questa constatazione sarebbe però un errore di prospettiva. La straordinaria efficienza irlandese, figlia dell’utilitarismo anglosassone, nasconde infatti una profonda crepa: la preoccupante assenza di una reale e diffusa coscienza politica. L’abitudine a inquadrare la vita universitaria attraverso la lente del diritto dei consumatori rischia di svuotare le piazze della loro dimensione sistemica. Si combatte duramente per un affitto calmierato, si firmano contratti, ma spesso manca l’educazione a leggere la complessità geopolitica o a interrogarsi sulle architetture stesse del potere statale, in una nazione dove la scuola è stata a lungo gestita dalla morale religiosa più che dal pensiero filosofico critico.

Al contrario, la tanto vituperata e caotica frammentazione del modello italiano non è il frutto di una casuale debolezza organizzativa, bensì di una precisa scelta democratica. Dopo la drammatica esperienza del regime fascista  che aveva azzerato ogni forma di dissenso, i padri costituenti e la giovane Repubblica hanno costituzionalmente ripudiato per sempre l’idea di un “sindacato unico”, abbracciando invece il pluralismo, il modello proporzionale e il multipartitismo.

Il fiorire di innumerevoli sigle e collettivi nasce dalla necessità di garantire la libertà d’espressione, in modo che nessuna ideologia possa mai più dominare le aule incontrastata. Certo, questa pluralità ha un prezzo carissimo: disperde il potere contrattuale nei tavoli istituzionali e costringe la protesta a sfogarsi fisicamente nelle piazze, spesso scontrandosi contro un muro di gomma. Ma è un prezzo che l’Italia, figlia della sua storia, ha scelto consapevolmente di pagare per proteggere la propria democrazia. Il pragmatismo di Dublino cambia le regole dei campus; il caos italiano, con tutte le sue contraddizioni, resta l’anticorpo migliore contro i fantasmi del nostro passato autoritario.

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Eugenia Arciero