News

Exit West di Mohsin Hamid: fuggire non è mai semplice come aprire una porta

Exit West Mohsin Hamid
Scritto da Aoife OSullivan

Quando ho preso in mano Exit West di Mohsin Hamid (Penguin Books oppure Einaudi, traduzione di Norman Gobetti) non sapevo bene cosa aspettarmi. Ho letto il titolo tante volte sulle liste dei libri legati alla migrazione, e alla fine mi sono decisa. Bene, o forse quasi bene, perché il libro mi ha lasciata con sentimenti misti, anche se più positivi che negativi.

La storia comincia in una città senza nome, da qualche parte nel Medio Oriente, dove una guerra sta arrivando lentamente, come queste cose arrivano sempre, piano piano, finché un giorno non ti accorgi che è già dentro casa tua. Saeed e Nadia si incontrano in un’aula scolastica e iniziano a frequentarsi. Lui è tranquillo, rispettoso, un poco timido. Lei indossa sempre una tunica nera per non farsi infastidire dai ragazzi, guida una moto, è una persona che non si lascia facilmente definire. Si innamorano, in modo semplice e vero, come ci si innamora ovunque nel mondo, anche quando il mondo intorno sta cadendo a pezzi.

Quello che rende questo romanzo diverso dagli altri libri sulla migrazione è una cosa sola: le porte. Delle porte magiche, normali esteticamente, che compaiono un po’ dappertutto nel pianeta e che, se attraversate, ti portano altrove. Potrebbe essere Mykonos, Londra, l’America, un posto che esiste solo nell’immaginazione come il contrario della guerra. Non c’è spiegazione scientifica, non c’è razionale. Bisogna accettarle e basta, come si accettano tante cose nella vita reale che non hanno senso ma esistono comunque.

Quando ho capito questo meccanismo, ho pensato: ma perché? Perché togliere il viaggio, il pericolo del mare, i barconi, le frontiere fisiche? E poi ho capito, o almeno ho provato a capire.

Grazie ai portali, Hamid cancella i confini tra un paese e l’altro, mettendo in luce la fragilità del concetto stesso di frontiera. Quello che lo scrittore sembra dirci è che la frontiera vera non è fatta di muri o di filo spinato. È fatta di paura, di diffidenza, di quella sensazione di essere stranieri anche quando sei già arrivato, anche quando hai trovato un tetto. Trasformando l’atto migratorio in un’azione protetta dai portali invece che nel buco nero dell’indicibile, Hamid si lascia la possibilità di raccontare cosa c’era prima, di mostrare che nei paesi in guerra ci si innamora, ci si perde, si vive. E qui il libro mi ha toccata personalmente.

Io sono irlandese, ma ho vissuto anni in Italia. E so benissimo cosa significa attraversare una soglia e ritrovarsi dall’altra parte con tutte le tue cose dentro una valigia e una lingua che non è la tua. Non è una guerra, certo, non è neanche lontanamente paragonabile a quello che vivono Saeed e Nadia. Ma c’è qualcosa nel romanzo di Hamid che riconosce, che parla anche a chi ha fatto una scelta volontaria di andarsene, non solo a chi è stato costretto.

Noi expat, noi migranti “comodi” come mi piace chiamarci, viviamo una versione attenuata di questa stessa esperienza: la perdita di un contesto familiare, il ricominciare da capo, il doversi costruire un senso di appartenenza in un posto che non ti aspettava. La differenza è che noi possiamo tornare quando vogliamo. Saeed e Nadia no.

Il libro racconta il lato umano degli avvenimenti, le emozioni delle persone, la loro nuova normalità che muta man mano che la guerra avanza e distrugge tutto ciò che incontra. E lo fa con uno stile che ho trovato malinconico ma non pesante, quasi da favola, con frasi che a volte sembrano predizioni più che narrazioni. Questo mi ha preso di sorpresa, non sempre in senso positivo, perché a certi momenti lo stile crea una distanza emotiva che forse non è quello che il lettore cerca.

Uno degli aspetti più riusciti è il modo in cui Hamid mostra come la migrazione trasformi non solo i luoghi ma anche le relazioni. Il romanzo fa interrogare sulla natura del rapporto amoroso, non solo quello di Nadia e Saeed in particolare, ma sull’amore come termine esteso a ogni essere umano: può resistere a eventi così duri? Può conservare il rispetto degli inizi? La risposta del libro non è semplice, e questo mi è piaciuto.

C’è anche qualcosa che mi ha convinta meno. Lo stile profetico e distaccato, che molti trovano poetico, a me a volte ha sembrato troppo freddo per una storia così urgente. Ho sentito la mancanza di certi dettagli, di quell’intimità più grezza che avrebbe potuto rendere i personaggi ancora più vicini. Nadia in particolare meritava, secondo me, più spazio, più profondità. La sentiamo spesso come il personaggio più forte e interessante dei due, ma rimane un po’ sullo sfondo.

Detto questo, Exit West rimane un libro importante. Il romanzo è in grado di raccontare l’immigrazione non come si fa di solito, usandola per fini politici o giudicandola, ma con una onestà che lo rende sconvolgente per un lettore occidentale, così abituato a considerare i migranti dei numeri nel migliore dei casi, o delle indefinite vittime senza identità. Hamid li restituisce alla loro umanità ordinaria: mandano messaggi sul telefono, guardano film, si innamorano, litigano, cambiano. Come tutti.

Per chi vive a Dublino, per chi conosce la comunità italiana in Irlanda o ha esperienza di vita tra culture diverse, questo romanzo offre uno specchio particolare. Non ci racconta noi, ci racconta qualcosa che è vicino a noi, appena oltre una soglia che non abbiamo mai dovuto attraversare per davvero. Vale la pena aprire quella porta, anche solo per capire cosa c’è dall’altra parte.

Un romanzo bello, non perfetto, ma capace di fare quello che pochi romanzi riescono a fare: spostare un po’ il punto da cui guardi il mondo.


Exit West
Mohsin Hamid
Penguin Books, 2018

Exit West
Mohsin Hamid
Einaudi, 2017
Traduzione di Norman Gobetti

Voto: ★★★★

Author

Riguardo all'autore

Aoife OSullivan