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Perfection: vivere tra culture senza incontrarle davvero

Perfection di Vincenzo Latronico
Scritto da Aoife OSullivan

Allora, devo dire che quando ho finito di leggere Perfection di Vincenzo Latronico, mi sono sentita un po’… come dire… called out? È tipo uno di quei libri che ti fa vedere cose che già sapevi ma non volevi ammettere. E onestamente, tante delle conversazioni che Latronico descrive mi ricordano quelle che ho sentito io stessa durante l’Erasmus a Bologna,  sempre questo mix strano tra voler fare qualcosa di importante con la tua vita e allo stesso tempo sentirti completamente persa.

Il libro adesso è disponibile anche in inglese (tradotto molto bene da Sophie Hughes) ed è arrivato nella shortlist dell’International Booker Prize 2025, che secondo me se lo merita tutto. È davvero una piccola gemma, un libro che parla di multiculturalità e dell’incontro , o meglio, del mancato incontro, tra culture, ma senza fare la predica o essere troppo romantico sulla questione.

La storia: cercare se stessi cambiando città

Il romanzo è cortissimo, poco più di cento pagine, ma riesce a dire tantissimo. Inizia con Anna e Tom (lui italiano, lei spagnola) che si conoscono all’università e decidono di mollare tutto per andare a vivere a Berlino. E voglio dire, Berlino non è una scelta casuale, no? È la città dove vanno tutti i giovani europei quando vogliono reinventare se stessi. È tipo la promessa di libertà, creatività, di poter essere chiunque tu voglia.

Anna lavora nella comunicazione culturale, Tom fa il fotografo. Costruiscono questa vita che da fuori sembra perfetta: vanno alle mostre d’arte, ai vernissage, frequentano quei caffè hipster dove tutti lavorano con il MacBook circondati da piante. Il loro appartamento a Neukölln è arredato in modo maniacale , mobili vintage scandinavi, poster di exhibitions, una collezione di vinili. Ogni cosa deve raccontare qualcosa, deve significare qualcosa.

Latronico descrive questi spazi con una precisione quasi fotografica, e ti fa capire quanto l’ambiente sia diventato un modo per dire chi sei (o chi vuoi essere) senza dover aprire bocca. Ma ecco la cosa interessante: nel libro non ci sono quasi mai dialoghi diretti tra i personaggi. Non senti mai le loro voci vere, le conversazioni intime. Li osservi da fuori, come se fossi un antropologo che studia una tribù. E questa scelta non è un difetto,  è esattamente il punto. Anna e Tom comunicano più attraverso le immagini che con le parole, più con i gesti che con i sentimenti. La loro identità è tutta una performance.

Quando sentono che la loro vita ha bisogno di più meaning, decidono di fare volontariato con i rifugiati siriani. E qui Latronico è veramente bravo nel mostrare tutte le contraddizioni: l’aiuto che danno è genuino come intenzione, ma superficiale nella pratica. Insegnano tedesco, organizzano eventi culturali, ma mantengono sempre una distanza di sicurezza. Il rifugiato diventa quasi un accessorio della loro narrazione personale, la prova che sono persone aperte, consapevoli, woke. Ma quando uno di questi rifugiati inizia a chiedere aiuto in modo più pressante, più personale, Tom si tira indietro. Non riesce a sostenere un coinvolgimento vero.

Dopo qualche anno, la coppia si trasferisce a Lisbona, attratta dal fascino decadente della città, dalla sua luce atlantica, dai suoi azulejos. E poi, alla fine, finiscono in Sicilia, un ritorno al Sud, ma un Sud visto come esotico, consumato più che vissuto. Ogni volta che si spostano, c’è questa illusione che cambiare geografia significhi cambiare se stessi, che la perfezione sia sempre da un’altra parte, nella prossima città, nella prossima esperienza.

L’Europa multiculturale: tra promesse e realtà

Quello che rende Perfection così attuale è come cattura questo momento storico preciso dell’Europa. Viviamo in un continente dove muoversi è diventato normale: grazie all’Erasmus, ai voli Ryanair, al lavoro da remoto, milioni di giovani europei si spostano liberamente tra capitali e “creative cities”. Berlino, Dublino, Barcellona, Amsterdam, Lisbona sono diventate tipo tappe obbligate di un Grand Tour moderno, dove non cerchi la cultura classica ma un’autenticità che però non trovi mai veramente.

Questa mobilità ha creato una nuova classe cosmopolita che parla inglese, lavora da remoto, frequenta gli stessi posti (coworking, brunch spots, club techno), legge le stesse newsletter. È affascinante, e in teoria dovrebbe essere l’incarnazione dell’ideale europeo, cittadinanza transnazionale, ibridazione culturale, superamento dei nazionalismi.

Ma Latronico ci fa vedere il lato oscuro di questa promessa. La multiculturalità di Anna e Tom è orizzontale, si muovono tra persone simili a loro, con lo stesso background educativo, gli stessi riferimenti culturali, le stesse possibilità economiche. È una bolla cosmopolita che si replica in ogni città europea, creando quartieri gentrificati dove la “diversità” è più che altro un’estetica: ramen fusion, natural wine, vintage markets, podcast su Spotify.

La multiculturalità verticale, quella che significa un vero incontro con l’alterità, con chi viene da percorsi di vita completamente diversi, rimane impossibile da raggiungere. Quando Anna e Tom interagiscono con i rifugiati siriani, vengono fuori tutte le difficoltà: le barriere linguistiche, certo, ma soprattutto quelle emotive, economiche, esistenziali. I rifugiati non sono lì per scelta; non hanno il privilegio di romanticizzare la migrazione. La loro storia è fatta di traumi, perdite, sopravvivenza, cose che non si adattano facilmente al racconto Instagram della vita perfetta.

Latronico non giudica i suoi personaggi, li osserva con lucidità. Ci fa capire che la difficoltà dell’incontro non è solo colpa loro: è strutturale. L’Europa contemporanea ha creato una geografia a due velocità, dove alcuni possono muoversi liberamente, collezionando esperienze e identità, mentre altri restano bloccati nei campi profughi, nei lavori precari, nell’invisibilità sociale. La multiculturalità celebrata nei manifesti turistici e politici si scontra ogni giorno con le politiche migratorie restrittive, con la xenofobia, con l’indifferenza borghese.

Perché questo libro è speciale

Quello che mi piace di più di Perfection è proprio questa capacità di raccontare le contraddizioni europee senza essere cinico ma neanche retorico. Latronico non idealizza i suoi protagonisti, ma non li demonizza. Anna e Tom non sono cattive persone, sono persone confuse, come tanti di noi. Cercano autenticità ma hanno imparato a esprimersi solo attraverso codici estetici prefabbricati. Vogliono aprirsi all’altro, ma non sanno come sostenere il peso emotivo che questo richiede. Desiderano una vita piena di significato, ma hanno paura di rinunciare al comfort.

La prosa di Latronico è perfetta per questo tipo di storia: asciutta, precisa, quasi fredda. Non c’è sentimentalismo, non ci sono spiegazioni psicologiche lunghe. I personaggi emergono attraverso i loro gesti, le loro scelte di arredamento, i loro silenzi. Questa distanza narrativa ci permette di riconoscerci nei protagonisti senza sentirci giudicati, e forse è proprio questo che rende il romanzo così potente.

Latronico ci dà una lezione sull’hipsterismo vuoto, su quella tendenza a riempire la vita di simboli di autenticità senza mai toccare l’autenticità vera. Il romanzo cattura perfettamente quella sensazione di vuoto dietro la perfezione curata della vita degli expat. Ma Perfection va oltre la critica generazionale: è un romanzo sull’Europa del XXI secolo, sulle sue opportunità straordinarie e sui suoi fallimenti morali.

Quando penso alla multiculturalità, non mi riferisco solo alla presenza di cibi o lingue diverse nello stesso spazio urbano, ma a quel momento fragile e prezioso quando due storie di vita si incontrano e si contaminano davvero. Per Anna e Tom, anche il volontariato diventa un’altra immagine da aggiungere alla loro narrazione personale, non un vero ponte verso l’altro. Ma forse è proprio riconoscendo questo fallimento che si apre uno spazio di onestà: possiamo smettere di fingere che basti viaggiare, mescolarsi, frequentare ambienti “diversi” per essere davvero aperti. L’incontro culturale autentico richiede disponibilità alla trasformazione, capacità di mettere in discussione i propri privilegi, coraggio di uscire dalla comfort zone non solo geograficamente ma esistenzialmente.

In un’Europa sempre più attraversata da tensioni,  tra centro e periferia, tra mobilità privilegiata e migrazione forzata, tra cosmopolitismo urbano e risentimento delle aree dimenticate, Perfection funziona come uno specchio. Non ci dà risposte facili, non ci indica la strada. Ma ci costringe a guardare oltre le immagini patinate che costruiamo della nostra vita globale, per chiederci cosa stiamo davvero cercando quando cerchiamo la perfezione.

È un libro piccolo che dice cose grandi. E forse, in fondo, ci ricorda che la vera multiculturalità non si fotografa: si vive, con tutte le sue difficoltà, i suoi momenti di grazia e i suoi inevitabili fallimenti.


Le Perfezioni
Vincenzo Latronico
Bompiani, 2022

Perfection
Vincenzo Latronico
Fitzcarraldo, 2025
Traduzione di Sophie Hughes

Voto: ★★★★★

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Riguardo all'autore

Aoife OSullivan