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Yves Sakila: una vita in Irlanda, una morte su Henry Street

Yves Sakila
Scritto da Redazione

Quella mattina del 15 maggio, il personale del Granby Centre lo aveva visto uscire come sempre. Lo descrivevano come un uomo tranquillo, cortese, con una passione per la tecnologia. A volte partecipava ai servizi religiosi interni. Non c’era nulla di straordinario in quella mattina. È stata l’ultima volta che lo hanno visto.

Chi era Yves

Yves Sakila era nato in Repubblica Democratica del Congo. Suo padre era morto quando era ancora bambino. A tredici anni, uno zio e una zia lo avevano portato in Irlanda nel 2004, attraverso un programma di ricongiungimento familiare. Si era stabilito a Dublino, aveva frequentato le scuole superiori a Blanchardstown. Chi lo ha conosciuto in quegli anni lo ricorda lo ricorda come un ragazzo intelligente, capace, con una spiccata attitudine per la tecnologia. Aveva lavorato nel settore IT.

Poi la situazione familiare si è deteriorata. Lo zio e la zia si sono separati.. Lo zio e la zia si separarono. Yves aveva sedici anni. Entrò nel sistema di affidamento. “È andato fuori strada dopo quello”, ha raccontato la zia Angel Issemezey Anzibi. “Era troppo grande per entrare in affido. Il danno era già fatto.” L’avvocato di famiglia John Gerard Cullen lo ha descritto come “dotato, articolato, ma danneggiato e vulnerabile”. Negli anni successivi aveva accumulato qualche condanna per reati minori, piccoli furti, niente di violento. Aveva vissuto periodi senza fissa dimora, aveva avuto problemi di dipendenza. Dal 2024 risiedeva al Granby Centre, una struttura di accoglienza gestita congiuntamente dalla chiesa e dall’Esercito della Salvezza, nel cuore di Dublino. Frequentava la Zion Church en Clondalkin. Aiutava la madre, rimasta in Congo.

Aveva 35 anni.

Il pomeriggio del 15 maggio

Poco dopo le cinque del pomeriggio di venerdì 15 maggio, le guardie di sicurezza di Arnotts, uno dei principali grandi magazzini di Henry Street, hanno fermato Yves Sakila con l’accusa di aver rubato un flacone di profumo. Nel tentativo di fuggire, ha urtato un uomo di 86 anni che è caduto ed è stato ricoverato con una frattura all’anca.

Quello che è accaduto dopo è documentato in un video ripreso da passanti e circolato rapidamente sui social media. Yves è stato bloccato a terra sul marciapiede pedonale di Henry Street da almeno cinque uomini, alcuni in abiti civili, altri in uniforme da security. Il video dura quasi cinque minuti. Si sente Yves gridare in difficoltà. A un certo punto uno degli uomini preme un ginocchio sulla sua testa o sul collo. Alla fine del video, Yves è immobile e silenzioso. La Garda è arrivata sul posto e lo ha trovato privo di sensi. È stato trasportato al Mater Hospital. È morto poco dopo.

L’Arnotts ha chiuso le porte del negozio nei giorni successivi e ha rilasciato una dichiarazione: “Nessuna perdita di vita dovrebbe mai essere il risultato di un incidente di sicurezza al dettaglio. Riconosciamo il profondo dolore che questa tragedia ha causato nella comunità congolese di Dublino e nel pubblico più ampio.”

Yves Sakila viene trattenuto dal personale di sicurezza fuori Arnotts in Henry Street a Dublino

La veglia del 19 maggio

Quattro giorni dopo, martedì 19 maggio, su Henry Street, esattamente nel punto dove Yves era caduto, si è tenuta una veglia. Circa cento persone, in maggioranza membri della comunità congolese in Irlanda, si sono raccolte in preghiera, in canto e in silenzio. Hanno deposto fiori e biglietti ai piedi di un lampione. L’Arnotts è rimasto chiuso per l’occasione.

Boma Biansolo era lì con il figlio di otto anni. “Sono venuta perché mio fratello è morto qui venerdì e nessuno ha cercato di aiutarlo o salvarlo”, ha detto. “Certo che ho paura per mio figlio, dopo quello che è successo.” Thais Mumiz, una donna brasiliana presente alla veglia, ha spiegato di essere lì “come persona che si preoccupa della giustizia sociale”. “Le persone che mi assomigliano sono bersagli più facili di questo tipo di violenza. Sono qui per protestare e per portare le mie condoglianze a questo fratello che è morto.”

Chris Kibiadi, un amico congolese di Sakila, ha parlato con chiarezza: “Non siamo qui per combattere o per rompere il negozio. Siamo qui solo per la giustizia. Tutto qui. Chi pagherà per la madre di Yves, rimasta in Congo? Chi l’aiuterà adesso?”

Il Taoiseach Micheál Martin ha preso la parola in Parlamento quello stesso giorno: “Le circostanze complete di quello che è accaduto devono essere esaminate e investigate in modo pieno e approfondito. La situazione è profondamente preoccupante.” La leader del Labour Party, Ivana Bacik, aveva definito l’accaduto “molto angosciante e turbante”. Il Ministro della Giustizia Jim O’Callaghan aveva annunciato che era in corso un’indagine approfondita della Garda e aveva espresso le condoglianze alla famiglia.

La protesta del 21 maggio davanti al Dáil

Stamattina, davanti a Leinster House, sede del Parlamento irlandese, si è tenuta una conferenza stampa alle undici, organizzata da rappresentanti della comunità congolese e africana e da gruppi antirazzisti. Nel primo pomeriggio è seguita la manifestazione, a cui ha partecipato una nostra collaboratrice. Secondo fonti locali presenti, i partecipanti erano circa 70-80 persone.

Sul palco si sono alternati diversi interventi. Suzie Tansia della Congolese Community Ireland ha ricordato Yves Sakila come “un essere umano, come tutti noi. Era il figlio di qualcuno. Avrebbe potuto essere chiunque di noi.” Leon Diop di Black and Irish ha tributato un pensiero anche all’anziano di 86 anni rimasto ferito nell’incidente, invitando la folla a usare questo momento per “costruire un’Irlanda migliore per tutti”. La senatrice Eileen Flynn ha preso la parola. Shane O’Curry dell’Irish Network Against Racism ha ribadito le richieste di giustizia e trasparenza. Un’attivista ha intonato una canzone in irlandese in memoria di Yves. La folla ha scandito: “No cover-up, no delay” e “Justice for Yves, dignity for all”.

La richiesta centrale è rimasta la stessa della veglia: un’indagine indipendente, trasparente e senza ritardi. L’autopsia è stata completata, ma i risultati non sono ancora stati resi pubblici dalle autorità, per ragioni operative. I risultati tossicologici potrebbero richiedere fino a dodici settimane. La famiglia non ha ancora ricevuto informazioni ufficiali sulla causa della morte. Nessun arresto è stato effettuato.

Il Relatore Speciale per il Razzismo e l’Uguaglianza Razziale, Ebun Joseph, ha scritto al Ministro della Giustizia, al Commissario della Garda e al direttore di Fiosrú, l’organo di controllo indipendente della polizia, chiedendo un’indagine urgente. “La fiducia pubblica non può essere ripristinata attraverso il silenzio, la minimizzazione o la sola formalità procedurale”, ha scritto.

Il Ministero degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo ha espresso “seria preoccupazione” e ha chiesto “un’indagine indipendente, trasparente e diligente”. Rappresentanti dell’ambasciata congolese sono arrivati da Londra a Dublino per supportare direttamente la famiglia.

Una famiglia che aspetta

Angel Issemezey Anzibi, la zia che aveva cresciuto Yves come un figlio, ha saputo della sua morte quando la Garda ha bussato alla sua porta all’una di notte del 16 maggio. “Mi hanno detto solo: Yves è morto. Ero disperata, chiedevo cosa era successo, quando, chi, cosa.”

La famiglia vuole la verità. È disposta a commissionare una seconda autopsia privata se i risultati di quella ufficiale non saranno soddisfacenti. L’avvocato Cullen ha denunciato le difficoltà burocratiche nel ricevere informazioni e nella gestione della salma. La famiglia, ha detto, “non può seppellirlo finché non si fa giustizia.”

Yves Sakila viveva in Irlanda da oltre vent’anni. Era arrivato da bambino. Era cresciuto qui. Era caduto qui, sul marciapiede di una via che percorreva da anni. La sua storia è, in molti sensi, anche una storia irlandese.

Le indagini sono in corso

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