C’è un momento, durante l’Erasmus, in cui ti accorgi di pensare in un’altra lingua. Non stai traducendo più. Le parole arrivano direttamente, senza passare dal filtro dell’inglese, e hai questa sensazione strana, quasi di sdoppiamento. Sei ancora tu, ma sei qualcun altro anche. Qualcuno di più leggero, forse. O di più libero.
Ho pensato tanto a questa sensazione leggendo Dove mi trovo di Jhumpa Lahiri. Non perché la protagonista del romanzo sia una studentessa Erasmus, ovviamente. Ma perché Lahiri stessa ha vissuto qualcosa di simile, solo portato alle sue estreme conseguenze.
Una scrittrice che sceglie di ricominciare
Nata a Londra da genitori bengalesi, cresciuta negli Stati Uniti, Lahiri è diventata famosa con L’interprete dei malanni (The Interpreter of Maladies, 1999), raccolta di racconti che le è valsa il Premio Pulitzer. Storie sulla diaspora bengalese tra India e America, dove la tensione tra prima e seconda generazione viene raccontata senza mai cadere nel sentimentalismo. Chi ha letto quei racconti sa che Lahiri sa stare dentro il dolore senza cercare di consolarlo. I suoi personaggi sono soli in modo preciso, quasi tecnico.
Poi, dopo The Lowland nel 2013, è successa una cosa inaspettata. Lahiri ha smesso di scrivere in inglese. Si è trasferita a Roma. Ha imparato l’italiano. Ha deciso di leggere, scrivere, pensare solo in quella lingua. Una scelta che molti hanno trovato incomprensibile, anche perché l’italiano non c’entrava niente con la sua storia familiare o culturale. Era semplicemente una lingua di cui si era innamorata da studente universitaria, durante un viaggio a Firenze.
Perché l’italiano, allora? Lei stessa ha detto che il bengalese e l’inglese le erano stati “imposti” dall’infanzia, filtrati da esperienze che non aveva scelto. L’italiano era diverso. Era qualcosa di suo, completamente. Una lingua trovata per caso, amata di sua propria volontà.
E poi, c’era il sollievo di non essere più riconoscibile. I suoi lettori americani aspettavano un nuovo romanzo sull’esperienza migrante bengalese. Quell’aspettativa era diventata un peso. In italiano, poteva sparire. Poteva ricominciare.
Il romanzo
Dove mi trovo è stato scritto direttamente in italiano nel 2018, pubblicato in Italia con quel titolo, e poi tradotto in inglese dalla stessa autrice nel 2021 con il titolo Whereabouts. Già questo fatto dice molto: è l’italiano l’originale, l’inglese è la traduzione. Una inversione rispetto a tutta la sua carriera precedente.
Il romanzo non ha una trama nel senso convenzionale. C’è una narratrice senza nome, in una città italiana senza nome, che attraversa un anno della sua vita spostandosi tra luoghi quotidiani. Al bar, in piscina, al negozio, sul divano. Ogni capitolo prende il nome da un luogo: “sulla panchina”, “dal parrucchiere”, “alla cassa”. Nessun grande evento. Nessuna svolta drammatica. Solo la vita che passa, e questa donna che la guarda.
Lei è sola. Non perché le sia capitata una disgrazia, ma perché la solitudine è diventata il suo modo di stare nel mondo. “La solitudine è diventata il mio mestiere,” dice a un certo punto. Ed è una frase che si sente vera, non triste. Almeno non nel senso banale della parola.
La sua unica presenza ricorrente è la madre, che però compare quasi sempre solo nella mente della narratrice. In una conversazione immaginaria, la madre le dice che la solitudine è una mancanza, nient’altro. La figlia non è d’accordo. Ma non lo dice con rabbia. Lo pensa, e basta.
Sola nel mondo, non sola come fallimento
Quello che mi ha colpito di più, leggendo questo libro, è che Lahiri tratta la solitudine come una condizione degna di attenzione letteraria seria. Non come sintomo di qualcosa che non va. Non come problema da risolvere.
La narratrice non è una persona chiusa o infelice in modo semplice. Si connette agli estranei in modo intenso, misterioso. I frequentatori della piscina, una visitatrice al museo, la donna che le fa le unghie: “In quel contenitore di acqua chiara priva di vita o corrente vedo le stesse persone con le quali, per qualche ragione, sento una connessione.” Ma queste connessioni non diventano amicizie, non diventano niente. Rimangono intense e sospese.
C’è qualcosa di questo modo di stare al mondo che riconosco. L’Erasmus ti mette in una situazione simile, in un certo senso. Sei circondata da persone, hai conversazioni intensissime, e poi finisce e ognuno torna a casa sua. Ti abitui a questa forma di contatto profondo ma non permanente. Non so se è una cosa buona o cattiva. Forse è solo una cosa che succede quando vivi fuori dal tuo posto.
La lingua come trasformazione
Quello che rende Dove mi trovo un libro unico nella carriera di Lahiri è proprio il fatto che sia scritto in italiano. Non è un dettaglio esterno, è la struttura stessa del romanzo.
Scrivere in italiano era per lei come scrivere con la mano sinistra, galleggiare in una sorta di sogno sperimentale. E questa limitazione, paradossalmente, la libera. La costrinse a semplificare, a togliere. La prosa di Dove mi trovo è essenziale, quasi scarnificata. Non c’è ornamento. Non c’è la complessità elaborata dei suoi romanzi in inglese. E questa essenzialità è diventata uno stile, non una mancanza.
Quando ha poi dovuto tradurre il romanzo in inglese, ha trovato l’esperienza disorientante e frustrante: tornare all’inglese metteva in luce i limiti relativi del suo italiano, e temeva di dover neutralizzare i bordi ruvidi del testo originale, di manipolarne il carattere.
È una cosa che mi fa riflettere. Quando scrivo in italiano, anch’io mi ritrovo a scegliere con più cura. Non ho la stessa fluidità che ho in inglese, quindi ogni parola conta di più. Non so se quello che scrivo è più vero. Ma sento che è più necessario.
Lahiri traduttrice: Starnone e il doppio lavoro
C’è un altro aspetto della Lahiri recente che merita di essere menzionato: il suo lavoro come traduttrice. In questi anni ha tradotto in inglese diversi libri di Domenico Starnone, scrittore napoletano che lei considera uno dei maggiori autori italiani contemporanei. Lacci (Ties), Scherzetto (Trick), Confidenza (Trust): tutti tradotti da lei.
Nei suoi saggi sulla traduzione, Lahiri ha riflettuto a lungo su Starnone, analizzando le sfide di ogni singola scelta lessicale e il contesto culturale che sta dietro ogni parola. La traduzione, per lei, non è un lavoro meccanico. È un atto di lettura profonda, quasi una forma di intimità con il testo.
Nel suo saggio “In Praise of Echo”, contenuto nella raccolta Translating Myself and Others (2022), Lahiri usa il mito di Eco e Narciso per definire cosa significa tradurre bene: ascoltare, ripetere in modo selettivo, scomparire dentro il testo dell’altro.
Tradurre se stessa, tradurre gli altri. Scrivere in una lingua non sua per trovare qualcosa di più proprio. C’è una coerenza in tutto questo, anche se a prima vista sembra tutto strano e contraddittorio.
Una rottura che è anche un punto di arrivo
Dove mi trovo segna una rottura netta con la Lahiri che molti conoscono. Niente diaspora bengalese, niente Cambridge Massachusetts, niente tensioni tra generazioni. La narratrice non ha nome, non ha origine, non ha storia visibile. Il romanzo avrebbe potuto essere scritto da un’altra autrice interamente: una svolta ottenuta grazie a una rottura linguistica radicale.
Ma proprio per questo, paradossalmente, è il suo libro più personale. Perché parla di qualcuno che ha scelto di stare nel mondo in modo diverso da come ci si aspetterebbe. Qualcuno che abita i luoghi senza appartenerci. Che parla lingue non sue per sentirsi, finalmente, a casa da qualche parte. Io questo lo capisco abbastanza bene.
Dove mi trovo
Jhumpa Lahiri
Guanda, 2018
Whereabouts
Jhumpa Lahiri
Knopf/Bloomsbury, 2021
Traduzione dell’autrice
Voto: ★★★★
