Entrando a Rathfarnham Castle per l’inaugurazione di The Nativity Scene: The Legacy of Saint Francis of Assisi through Italian Design and Irish Craftsmanship, colpisce subito il contrasto tra le pietre antiche del castello e i presepi che ne abitano le sale: opere di design contemporaneo, essenziali e sorprendenti, nate dall’incontro fra creatività italiana e artigianato irlandese.
Eppure, dietro forme così nuove, riaffiora qualcosa di profondamente familiare. Per tanti italiani il presepe è un pezzo d’infanzia, un rito familiare, il ricordo di mani che insieme costruivano una piccola Betlemme tra muschio, statuine e luci. Qui, quella memoria assume una forma diversa e inattesa, trasformando la Natività in materia, design e interpretazione.
La mostra è organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Dublino insieme all’Ambasciata d’Italia a Dublino, in collaborazione con Office of Public Works (OPW) e Design & Crafts Council Ireland (DCCI).
Alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Irlanda, Nicola Faganello, e della Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Michela Linda Magrì, la mostra ha assunto un significato che va oltre il Natale. Perché il presepe che arriva a Dublino non è quello che conosciamo, ma qualcosa di nuovo: un incontro fra idee italiane e mani irlandesi, fra design e artigianato, fra una tradizione nata nella cultura italiana e i materiali di una terra lontana.
Intervista al curatore della mostra Andrea Vecera
L’idea è la stessa di San Francesco. Nel 1223, a Greccio, il santo volle riportare la Natività dentro la vita quotidiana, renderla concreta, vicina, umana. E oggi, nel 2026, a ottocento anni dalla sua morte, quella stessa intuizione continua a viaggiare e a trasformarsi.
Designer italiani hanno immaginato le opere, mentre artigiani irlandesi le hanno realizzate utilizzando materiali tratti dal paesaggio e dalla storia dell’isola. Il presepe diventa così una vera creazione a quattro mani, dove l’idea italiana incontra la materia irlandese e i due Paesi finiscono per raccontarsi attraverso la stessa opera.
Tra le creazioni, colpisce quella di Andrea Vecera, nata dall’incontro fra marmo irlandese e marmo di Carrara. Al centro, Gesù Bambino emerge colorato e quasi irriverente, una piccola ma predominante “rock star”, una vera stella di roccia, circondata da figure levigate e rigorosamente in bianco e nero. Un’immagine sorprendente, contemporanea, che ci ricorda che una tradizione può cambiare linguaggio senza perdere la propria anima.
È forse proprio questo il fascino della mostra. A Rathfarnham il presepe torna a essere materia, memoria e racconto. La materia d’Irlanda entra nella grotta di Betlemme, mentre una tradizione profondamente italiana viene reinterpretata da mani irlandesi. Marmo, pietra, legno, pelle e cera diventano linguaggi diversi per raccontare la stessa storia.
E guardando quelle opere, per un istante, non si pensa soltanto a San Francesco o all’arte contemporanea: si torna bambini, alle feste in famiglia, a quel piccolo mondo che ogni anno si ricominciava a costruire. Un mondo che cambia forma, ma che continua a tornare e a rinnovarsi.
Forse è proprio questa la forza del presepe, e del Natale: cambiare forma, ma non finire mai.
