Il reportage pubblicato oggi dall’Irish Times ricostruisce una vita tra Milano e l’Irlanda: la passione per la cultura celtica, i libri e il sostegno di una comunità che non lo ha lasciato solo.
Un’eredità da 1,29 milioni di euro e gli ultimi dieci anni trascorsi in una struttura per persone senza dimora. È il contrasto che ha portato la storia di Victor Spaggiari sulle pagine dei giornali. Ma per capire chi fosse questo italiano, morto a Galway il 22 maggio 2024 all’età di 65 anni, occorre guardare anche alla sua vita quotidiana e alle persone che gli sono state vicine.
Oggi, 10 ottobre 2026, l’Irish Times pubblica un ampio reportage firmato da Rosita Boland e Naomi O’Leary. Attraverso interviste raccolte a Galway e Milano, le giornaliste ricostruiscono il percorso di un uomo riservato, appassionato di lettura e cultura celtica, la cui vicenda conserva ancora interrogativi senza risposta. La notizia del patrimonio era già stata riportata dal quotidiano a settembre: secondo i documenti del Probate Office citati dal giornale, Spaggiari aveva lasciato beni per 1,29 milioni di euro ed era morto senza testamento. L’amministrazione della successione era stata affidata al cugino Alberto Tota, residente in Lombardia.
Da Milano all’Irlanda, seguendo la cultura celtica
Secondo il racconto di Tota all’Irish Times, Victor era cresciuto a Milano in una famiglia benestante. Il padre era un architetto affermato, ma il benessere economico conviveva con rapporti familiari difficili. A diciotto anni si era trasferito in un appartamento della nonna, in cerca di maggiore indipendenza. L’interesse per l’Irlanda era maturato attraverso la storia, le tradizioni e la spiritualità celtica. Il cugino riferisce che il desiderio di imparare l’irlandese fu una delle ragioni che lo portarono a Galway.
La sua permanenza in Irlanda attraversò anche periodi di grave difficoltà. Nel 2007, racconta Tota, Victor fu ricoverato a Tralee dopo essere stato trovato a dormire in strada. Il cugino lo raggiunse dall’Italia e, dopo il ricovero, Spaggiari soggiornò in un bed and breakfast della cittadina del Kerry. La morte del padre nel 2012 e quella della madre l’anno successivo lo resero il principale erede del patrimonio familiare. Quel denaro, però, non si tradusse in una casa o in una vita indipendente.
Il denaro, “una delle peggiori invenzioni”
Il rapporto distaccato di Victor con il denaro aveva radici lontane. Nel 1975, quattordicenne, scrisse un tema scolastico che la famiglia conserva ancora. Con la sua grafia corsiva, il giovane milanese sosteneva di non aver mai considerato il denaro importante e lo definiva una delle peggiori invenzioni della storia dell’umanità. Criticava una società che giudica le persone in base a ciò che riescono ad accumulare e non alle loro qualità morali e intellettuali. Il suo ideale era ritrovarsi in solitudine e in pace, leggendo buoni libri e ascoltando buona musica. Era un programma di vita che, a distanza di decenni, sembra aver seguito alla lettera. Negli anni successivi quella inquietudine prese anche la forma di una ricerca spirituale ampia e irregolare.
Secondo il cugino, attraversò esperienze molto diverse, dagli Hare Krishna a Scientology, prima di approdare alla spiritualità celtica. A Galway raccontava agli operatori di COPE di essere stato maestro di yoga e di interessarsi di sciamanesimo. Chi lo ha conosciuto lo descrive come una persona profondamente spirituale, con un forte legame con la terra.
I libri e la quotidianità al Cornstore Mall
A Galway, Victor divenne una presenza familiare soprattutto nella zona del Cornstore Mall e di O’Brien’s Bridge. Nel reportage, il personale della libreria Charlie Byrne’s lo ricorda come un lettore curioso, interessato all’archeologia, al folklore e alla mitologia irlandese. Passava molto tempo su una panchina della galleria commerciale. Prendeva libri dagli scaffali esterni della libreria, li leggeva e li rimetteva al loro posto; talvolta ne acquistava alcuni. I ricordi raccolti dalle giornaliste restituiscono l’immagine di un uomo che parlava poco, ma la cui presenza faceva parte della giornata di chi lavorava lì.
Anche il Café Temple, oggi chiuso, era un punto di riferimento. L’ex gestore racconta che il personale gli offriva un panino e dell’acqua frizzante (sempre i preferiti: panino al pollo e formaggio e acqua Perrier). Piccoli gesti di attenzione che, insieme al rapporto con la libreria, componevano una rete di vicinanza nella sua quotidianità.
Il Fairgreen Hostel e il sostegno di COPE Galway
Prima di entrare al Fairgreen Hostel, Victor aveva anche dormito all’aperto, nei pressi dello Spanish Arch. Secondo la ricostruzione dell’Irish Times, fu una segnalazione dell’organizzazione Galway 2020 a indirizzarlo ai servizi di COPE Galway. Il sito ufficiale dell’associazione descrive il Fairgreen Hostel come un servizio di accoglienza di emergenza attivo ventiquattro ore su ventiquattro per uomini senza dimora. Dispone di 26 camere singole e offre tre pasti al giorno, oltre a docce e a una lavanderia. Ogni ospite viene affiancato da un operatore che lo aiuta a individuare i propri bisogni e a intraprendere un percorso verso una sistemazione adeguata.
L’assistenza comprende anche il supporto nella compilazione di documenti e nell’accesso ad altri servizi. La struttura sostiene persone con difficoltà di salute mentale e adotta un approccio di riduzione del danno al consumo problematico di alcol e di droghe. Per Victor, una sistemazione, generalmente temporanea, divenne il luogo in cui trascorse l’ultimo decennio della sua vita. Gli operatori intervistati dal quotidiano spiegano che la durata eccezionale della permanenza rispondevano alla sua vulnerabilità.

Il posto all’interno del centro commerciale Cornstore dove Victor si sedeva quasi tutti i giorni.
Perché non utilizzò l’eredità?
È la domanda più immediata, ma le testimonianze disponibili non consentono di fornire una risposta definitiva. Nel reportage convivono interpretazioni differenti: il cugino richiama il distacco di Victor dal denaro e dalle responsabilità; gli operatori insistono sulle sue difficoltà a gestire una vita autonoma. Martin O’Connor, di COPE Galway, afferma che Spaggiari sapeva di avere accesso a risorse economiche. Secondo la sua valutazione, tuttavia, allontanarlo dalla struttura avrebbe probabilmente comportato il suo ritorno in strada. Paudie Cunningham ritiene che, senza l’accoglienza, Victor sarebbe morto all’aperto.
Presentare la sua vicenda soltanto come il rifiuto volontario di una fortuna rischia, quindi, di semplificarla. Il patrimonio esisteva, ma non aveva eliminato la necessità di sostegno. Le ragioni precise per cui non venne utilizzato restano in parte sconosciute.
Il saluto di Galway
L’avviso pubblicato da Conneely Funeral Directors annunciava il saluto a Victor per il 4 giugno 2024, seguito dalla sepoltura al Rahoon Cemetery. Il messaggio ricordava in particolare gli amici di COPE Galway che ne avrebbero sentito la mancanza: una testimonianza diretta dei legami costruiti durante gli anni in città. Il reportage di oggi racconta la partecipazione al funerale del cugino e di alcune delle persone che lo avevano conosciuto e accompagnato. Tra loro c’erano anche Vinny Browne e Charlie Byrne, che contribuirono a portare la bara. Per chi lo incontrava ogni giorno, Victor era il lettore del Cornstore Mall, una figura discreta vicino al ponte, una persona da salutare. La sua storia lascia aperte molte domande, ma mostra quanto possano contare una relazione di fiducia e un sostegno continuativo, anche quando le risorse economiche sembrerebbero sufficienti a risolvere tutto.
Il legame tra Victor e l’Irlanda continua, in qualche modo, anche a Milano. Negli anni Novanta i due cugini parlavano a lungo della sua passione per i Celti, e Alberto Tota racconta di averne ereditato una parte. Su consiglio di Victor visitò un negozio milanese dedicato alla cultura celtica, il Ceilt Siopa, dove acquistò una collana con la triplice spirale. La indossa ancora oggi. L’Irlanda l’aveva scoperta proprio andando a trovare il cugino in ospedale a Tralee, nel 2007. Ne rimase colpito al punto da tornarci, e quel paesaggio che Victor aveva scelto come casa è diventato anche un po’ suo. Tota ha voluto congedarsi dal cugino con una parola in quella lingua irlandese che lo aveva portato fino a Galway: Slán.


