Si stanno chiudendo oggi gli scrutini del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, e il responso appare netto: la maggioranza degli italiani ha scelto il No, attestatosi intorno al 53,7%, affossando una riforma su cui il governo Meloni aveva puntato molto. Giorgia Meloni ha riconosciuto la sconfitta parlando di “occasione persa”. Il quadro complessivo è sufficientemente definito da consentire alcune riflessioni, a partire da quanto emerge dal voto degli italiani residenti all’estero.
Cosa si votava e chi stava da che parte
La legge costituzionale su cui i cittadini erano chiamati a esprimersi avrebbe modificato sette articoli della Costituzione, separando le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, istituendo due distinti Consigli superiori della magistratura e una nuova Alta Corte disciplinare per i magistrati ordinari.
Una riforma tecnicamente complessa, di difficile lettura per la maggior parte dei cittadini. Per molti elettori, in Italia come all’estero, il voto ha finito per essere interpretato meno come un giudizio sulla separazione delle carriere in sé, e più come un segnale di sostegno o opposizione al governo in carica. Un fenomeno tutt’altro che nuovo nelle consultazioni referendarie italiane, in cui la posta simbolica spesso supera quella tecnica.
Il fronte del Sì, sostenuto dalla maggioranza di governo, presentava la riforma come un passo verso una giustizia più equa ed efficiente, capace di garantire un reale equilibrio tra accusa e difesa. Dall’altra parte, partiti di opposizione, associazioni e gran parte della magistratura organizzata hanno fatto campagna per il No, sostenendo che la riforma avrebbe minato l’indipendenza dei giudici e alterato principi fondamentali dello stato di diritto.
Il voto dall’estero, ago della bilancia da vent’anni
Il peso politico degli italiani emigrati si è già dimostrato storicamente rilevante. Il precedente più emblematico resta quello delle elezioni politiche del 2006, quando Romano Prodi riuscì a sconfiggere Silvio Berlusconi per poco più di 25.000 voti: fu proprio il contributo delle circoscrizioni estere a regalare al centrosinistra quella risicatissima maggioranza al Senato. Da quel momento, il voto degli italiani nel mondo è entrato stabilmente nel calcolo di ogni competizione elettorale nazionale.
In questo referendum le cose sono andate diversamente: il No ha vinto in modo chiaro anche senza il contributo determinante degli elettori all’estero, dove invece ha prevalso il Sì. Ciò che emerge, però, è qualcosa di altrettanto interessante: la tendenza del voto degli italiani residenti all’estero a divergere, a volte in modo significativo, da quello degli elettori in patria. Non sempre e non su tutto, ma abbastanza da rendere la diaspora italiana un soggetto politico con una propria voce.
Due Italie, due voti
Il dato più interessante di questa tornata referendaria non è tanto il risultato complessivo, quanto le fratture geografiche e sociali che esso rivela.
In Italia il No ha prevalso con chiarezza, attestandosi intorno al 54% dei voti. Ma tra gli italiani residenti all’estero il Sì ha ottenuto la maggioranza, segnalando una percezione diversa del tema della riforma da parte di chi vive all’estero.
Vale la pena notare, inoltre, come anche all’interno dell’Italia il voto non sia stato uniforme. Come accade in Irlanda e nelle grandi democrazie occidentali, la spaccatura tra grandi centri urbani e aree periferiche è evidente: nelle città metropolitane il No ha prevalso in modo più netto, mentre la provincia ha mostrato una maggiore apertura verso il Sì. Un fenomeno che ricorda da vicino dinamiche già viste altrove, a partire dalla Brexit nel Regno Unito, dove Londra e le grandi città votarono in modo opposto rispetto a molte aree rurali e periferiche.
A questa frattura geografica se ne aggiunge una generazionale altrettanto marcata: i giovani hanno votato in modo più netto per il No, mentre le fasce più anziane della popolazione hanno mostrato una maggiore propensione al Sì. Un dato che non può non riflettersi sul voto irlandese, dove la comunità italiana è composta in grande maggioranza da persone giovani, arrivate negli ultimi due decenni in cerca di opportunità professionali e di studio.
Considerando il voto estero, le differenze si accentuano ulteriormente. In Europa il No ha vinto, in linea con l’orientamento degli elettori italiani. In Irlanda, dove gli aventi diritto erano 25.805, il No ha stravinto in modo particolarmente netto, segnando uno dei margini più marcati tra tutti i Paesi del Vecchio Continente. Al contrario, il Sì ha prevalso in Nord e Sud America, in Australia e in Oceania.
Una frattura che racconta due emigrazioni
Questa geografia del voto racconta, in realtà, due emigrazioni profondamente diverse. Gli italiani residenti in Europa rappresentano soprattutto il fenomeno migratorio più recente: giovani professionisti, lavoratori, studenti che hanno scelto Irlanda, Germania, Paesi Bassi o Spagna negli ultimi vent’anni. Sono persone che mantengono un legame diretto con il dibattito politico italiano, che seguono le notizie, che tornano spesso a casa. Il loro voto rispecchia da vicino il sentore dell’Italia interna.
Diverso il contesto delle comunità dell’America Latina, del Nord America e dell’Oceania, eredi di emigrazioni avvenute tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. Comunità che, nel tempo, hanno costruito un rapporto con l’Italia, fatto di identità culturale, di memoria e di radici, spesso lontane dalla quotidianità del dibattito politico nazionale. Il voto su una riforma costituzionale tecnica come questa, difficile da valutare nel merito anche per chi segue da vicino le cose italiane, si presta facilmente a essere letto attraverso lenti diverse: la fiducia o la sfiducia verso le istituzioni, il senso di appartenenza, oppure, semplicemente, la difficoltà di orientarsi su una materia che anche molti esperti faticano a spiegare in modo accessibile.
Un segnale per la politica
Il referendum si chiude dunque con una sconfitta per il governo, su un’affluenza che si è attestata intorno al 57,70%, un dato ben superiore a qualsiasi consultazione referendaria degli ultimi anni. Ma tra le pieghe di questo risultato si nasconde una lettura più articolata: gli italiani nel mondo non sono un blocco omogeneo, e il loro voto riflette storie, distanze e radici molto diverse. il dato irlandese non sorprende. Gli italiani che vivono qui sono in grande maggioranza giovani adulti arrivati negli ultimi due decenni, che seguono da vicino il dibattito politico italiano e che su una riforma così tecnica hanno scelto, in modo netto, di stare dalla parte del No.




