News

Addio a The Complex: uno spazio culturale storico di Dublino chiude.

The Complex
Scritto da Maurizio Pittau

Le porte del The Complex, il grande centro artistico multidisciplinare di Mary’s Abbey, nel cuore di Smithfield, sono chiuse da ieri sera. La scadenza del contratto di locazione è arrivata e, nonostante settimane di mobilitazione, trattative frenetiche e un appello pubblico che aveva coinvolto tutta la città, non è arrivata la risposta che la comunità artistica dublinese sperava. Un’istituzione culturale che ha animato il north inner city per quasi vent’anni cessa di esistere. Dublino perde qualcosa che non è facile rimpiazzare.

Cos’era The Complex

Situato in un ex magazzino della frutta, The Complex ospitava sedici studi per artisti, prevalentemente visivi, una galleria, un ampio spazio polifunzionale, il Depot, e un bar per eventi. Ma era molto di più di un semplice spazio fisico. Era un ecosistema: un luogo dove le discipline si incrociavano, dove un regista poteva lavorare nello studio accanto a un pittore, dove la sera si poteva assistere a teatro sperimentale, a performance art o a mostre collettive che altrove non avrebbero trovato spazio.

Negli anni il centro aveva ospitato di tutto: arte figurativa e installazioni, concerti di ogni genere, sober rave, serate di storytelling, performance fuori dagli schemi, wrestling teatrale. E, per chi segue la musica irlandese, c’è un dettaglio che vale la pena ricordare: tra le sue mura si sono tenuti alcuni dei primissimi live dei Fontaines D.C., prima che la band diventasse uno dei nomi più importanti del rock britannico e irlandese degli ultimi anni. The Complex era uno di quei luoghi in cui il futuro si intravede prima che diventi passato.

Tra le sue realtà più amate c’era The Cooler, il jazz club ricavato da quello che un tempo era un deposito di banane. The Cooler, gestito dall’Improvised Music Company, era uno dei pochissimi spazi dedicati al jazz e alla musica contemporanea d’improvvisazione in tutta la città. Chi ha avuto la fortuna di frequentarlo sa bene cosa significa: una sala raccolta, acustica intima, un pubblico attento e una programmazione che privilegia la qualità sulla quantità. Io stesso ci sono tornato più volte negli anni, e ogni volta la sensazione era quella di entrare in uno spazio raro, quasi anacronistico nel senso più bello del termine. Una Dublino che sa ascoltare. La chiusura di The Cooler è forse la perdita più concreta per chi ama il jazz in questa città, già penalizzata da un’offerta esigua in questo genere.

The Complex è l’unico grande spazio multidisciplinare della sua tipologia in città, in grado di ospitare festival cinematografici, teatro, mostre di arte visiva, drag show, serate in club, conferenze sul futuro degli spazi artistici. Non era un’istituzione costruita su grandi budget o sistemi amministrativi distaccati: era un’organizzazione radicata nel territorio, plasmata dalle sue strade e dai suoi bisogni. Uno degli ultimi grandi hub multidisciplinari rimasti a Dublino, dove nascono mostre, concerti, performance sperimentali e progetti comunitari. E ora non c’è più.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Radio Dublino (@radiodublino)

La crisi, la campagna, le promesse

Il 3 dicembre scorso, circa trenta artisti con studio al The Complex avevano ricevuto comunicazione della chiusura, con data di sgombero fissata al 14 gennaio. La notizia aveva scosso il mondo culturale della città. In pochi giorni era partita una petizione sulla piattaforma Uplift che aveva raccolto oltre 13.000 firme entro il 10 dicembre. Migliaia di persone avevano firmato per chiedere al Dublin City Council, ai politici e all’Arts Council di intervenire con urgenza, per evitare che a Dublino finissero i posti dove creare, condividere, celebrare.

La direttrice artistica e CEO, Vanessa Fielding, aveva lavorato senza sosta per trovare una soluzione. The Complex aveva raggiunto un accordo di massima per l’acquisto dell’immobile, ma erano necessari 7,6 milioni di euro: Dublin City Council aveva offerto circa 1,5 milioni, mentre il Dipartimento della Cultura aveva indicato una disponibilità compresa tra 1,5 e 2 milioni per la ristrutturazione. Il nodo centrale era una richiesta di 6 milioni di euro al Ministero delle Finanze, l’unico soggetto in grado di sbloccare l’operazione.

Centinaia di artisti e sostenitori avevano marciato dal The Complex fino ai cancelli di Leinster House consegnando la petizione. C’erano stati incontri con il Lord Mayor, dichiarazioni di solidarietà trasversali a tutti i partiti, eventi di raccolta fondi, e una mobilitazione politica e civile che raramente si era vista per una causa culturale a Dublino. Fino all’ultimo giorno, la direttrice Fielding aveva dichiarato: “è davvero arrivato all’ultimo momento. Abbiamo una sola ancora di salvezza: sperare che Arts Council e Dublin City Council trovino una soluzione.”

Non è arrivata.

Il fallimento di una politica culturale

The Complex chiude a seguito del fallimento del Governo e di Dublin City Council nel trovare una soluzione praticabile per un’organizzazione che ha operato senza interruzione nel north west inner city per 18 anni. È una frase dura, ma è quella che la stessa organizzazione ha scelto per descrivere ciò che è accaduto. Ed è difficile non condividerla.

Il quadro che emerge è quello di un sistema istituzionale incapace di muoversi con la necessaria agilità quando si tratta di proteggere infrastrutture culturali non classificabili come patrimonio storico. Il Dipartimento della Cultura ha ribadito che “non finanzia l’acquisto di edifici” e che “qualsiasi supporto per la ristrutturazione richiederebbe che il titolo dell’immobile sia già in disponibilità dell’acquirente.” Una posizione kafkiana: non puoi avere i fondi per comprare l’edificio perché non è ancora tuo, e non puoi comprarlo perché non hai ancora i fondi. Nel frattempo, il proprietario privato, interessato unicamente a liberare l’immobile per massimizzarne il valore di sviluppo, non ha lasciato margine di manovra.

Come osservato da più parti nel corso della vicenda, non esiste alcun meccanismo legale per intervenire e tutelare le organizzazioni culturali radicate nel territorio. È questo il vero problema, più ancora dei 6 milioni mancanti. Un governo che non si dota degli strumenti adeguati per agire quando questi casi si presentano è un governo che di fatto sceglie di non proteggere la cultura, qualunque cosa dichiari nelle sedi ufficiali.

Non è la prima volta che Dublino assiste a questa dinamica. Negli ultimi venti anni sono stati più di cinquanta gli spazi artistici chiusi in tutta l’Irlanda. Jigsaw, Block T, il Tivoli Theatre, Hangar, il Bernard Shaw: ogni volta le stesse parole di cordoglio dalle istituzioni, le stesse promesse di fare meglio la prossima volta. E poi la prossima volta arriva puntuale, e la storia si ripete. Ogni volta che uno spazio si chiude, si perde una comunità. Non solo un edificio: una rete di relazioni, collaborazioni, progetti, identità collettive che si costruiscono in anni e non si ricreano altrove con un decreto o un comunicato stampa.

Il paradosso è che lo stesso ex ministro delle Finanze Paschal Donohoe, nell’agosto del 2024, aveva visitato The Complex dichiarandolo un esempio straordinario del cambiamento in atto a Dublino. Un anno e mezzo dopo, il sito web del centro riportava la comunicazione di sfratto con data 14 gennaio 2026. Le parole entusiastiche di un politico non hanno mai salvato alcun spazio artistico.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Radio Dublino (@radiodublino)

Radio Dublino e la comunità italiana

Radio Dublino ha seguito questa vicenda fin dal primo momento. Lo abbiamo fatto perché The Complex era anche casa nostra, in senso lato: uno degli spazi che la comunità italiana di Dublino frequentava, dove artisti italiani della diaspora si erano esibiti, dove la cultura non aveva bisogno di passaporto per trovare il suo pubblico. The Cooler era uno dei locali che consigliavamo a chi cercava una serata diversa, lontana dai circuiti turistici. Abbiamo condiviso la petizione, dato voce alla campagna e segnalato la situazione alla nostra comunità, convinti che la battaglia per The Complex fosse quella per una Dublino più vivibile per tutti.

Cosa resta

George Hooker, filmmaker e artista con studio al The Complex dal 2020, ha detto: “Non si perde solo un luogo, una galleria, degli studi: si perde una comunità di persone che adesso si disperderà. Negli ultimi quindici anni abbiamo visto questi posti sparire uno dopo l’altro, sostituiti da niente. È molto, molto difficile per gli artisti trovare un posto così a Dublino.”

È difficile aggiungere qualcosa a queste parole. The Complex non era una questione di muri e contratti di affitto. Era una questione di quale tipo di città vogliamo essere. Oggi quella risposta è arrivata, e non è quella che speravamo.

Author

Riguardo all'autore

Maurizio Pittau