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Nel cuore di Dublino nasce una nuova sinistra urbana

Manifesti elettorali a Dublin Central, simbolo della trasformazione politica urbana di Dublino.
Scritto da Eugenia Arciero

Lo scorso venerdì 22 maggio, a Dublino, nel collegio di Dublin Central, si sono svolte le elezioni suppletive per coprire il seggio lasciato vacante dal deputato del Fine Gael Paschal Donohoe. Il parlamentare ha lasciato il Dáil, così si chiama la camera del Parlamento, per assumere un incarico presso la Banca Mondiale. Al suo posto è stato eletto Daniel Ennis, esponente dei Social Democrats. I risultati definitivi erano già noti il giorno successivo al voto.

La candidata favorita, Janice Boylan del Sinn Féin, si è invece classificata seconda, con uno scarto di oltre quattromila voti tra il primo e il nono e ultimo conteggio. Il risultato è stato in parte inatteso: Dublin Central era diventata, circa dal 2011, una roccaforte del Sinn Féin.

I numeri della suppletiva

Alla consultazione si sono presentati numerosi candidati, ma la corsa è stata dominata da sei nomi principali.

A vincere è stato Daniel Ennis dei Social Democrats, eletto al nono conteggio con 12.435 voti quota, dopo aver chiuso il primo scrutinio in testa con 4.903 prime preferenze, pari al 19,7% dei voti validi.

La candidata del Sinn Féin Janice Boylan si è fermata a 7.787 voti finali, dopo aver raccolto 4.348 prime preferenze e il 17,5%. Janet Horner dei Green ha ottenuto 2.907 voti al primo conteggio, pari all’11,7%, mentre l’indipendente Gerry Hutch si è fermato a 2.817, pari all’11,3%.

Più indietro Ray McAdam di Fine Gael con 2.659 voti, il 10,7%, e John Stephens di Fianna Fáil con 1.049 voti, pari al 4,2%, insufficiente perfino a conservare il deposito.

L’affluenza si è attestata al 43,47%, contro il 52,3% delle elezioni generali del 2024: una flessione di quasi nove punti, con 25.045 voti espressi su un elettorato complessivo di 57.619 persone; i voti validi sono stati 24.869, mentre 176 schede sono risultate nulle.

Sistema di voto irlandese

Prima di proseguire, occorre fare due precisazioni sul sistema di voto irlandese, che i lettori italiani molto probabilmente non conoscono. Non vi sono grandi differenze tra il sistema politico ed elettorale irlandese e quello italiano. In Irlanda, come in Italia, i cittadini eleggono direttamente i rappresentanti della Camera. Non votano invece per eleggere i senatori, né il governo, che è nominato dal Dáil.

Un aspetto su cui soffermarsi sono le circoscrizioni. Per l’elezione del Dáil, il territorio nazionale è suddiviso in collegi elettorali: le circoscrizioni elettorali sono 43 in totale, di cui 11 nell’area metropolitana di Dublino. Non esiste un unico collegio nazionale. I collegi sono plurinominali e eleggono da tre a cinque rappresentanti, a seconda della popolazione residente nell’area.

Il sistema elettorale è poi basato sulla rappresentanza proporzionale con voto singolo trasferibile. L’elettore numera i candidati in ordine di preferenza. Per essere eletti bisogna raggiungere una soglia minima di voti. Si contano le prime preferenze; se un candidato supera la soglia, il surplus viene trasferito alle seconde preferenze indicate nelle schede. Se nessuno raggiunge la soglia al conteggio successivo, si elimina il candidato con meno voti e le sue schede passano alla preferenza successiva, e così via.

Questo meccanismo, insieme alla suddivisione in collegi, rende la campagna elettorale molto legata al territorio. L’idea alla base della legge elettorale era garantire una rappresentanza proporzionale anche alle minoranze politiche e religiose. Negli anni alcuni governi hanno provato ad adottare un modello maggioritario, più simile a quello italiano, ma tutti i tentativi sono stati bocciati da referendum costituzionali. La propaganda si basa così quasi esclusivamente sul volto del candidato, più che sul partito di appartenenza. Inoltre, la competizione si sviluppa non solo tra forze politiche diverse, ma anche all’interno dello stesso partito, che candida più rappresentanti nello stesso distretto.

Dublin Central, una circoscrizione fluida

Date le premesse, Dublin Central rappresenta una delle circoscrizioni più interessanti dal punto di vista politico. Le operazioni di voto diventano un continuo test sul campo. Il suo tessuto sociale è un agglomerato di contraddizioni e paradossi. Geograficamente si trova completamente a nord del fiume Liffey, che tradizionalmente divide in due parti la città, e comprende il centro-nord e i quartieri situati a nord-ovest.

Si possono individuare sommariamente tre zone. I quartieri di Stoneybatter, Phibsborough e Smithfield (Dublino 7), negli ultimi decenni, hanno attraversato un intenso processo di trasformazione urbana e di riqualificazione strutturale e culturale, con un conseguente forte aumento del valore immobiliare. Un tempo quartieri operai, oggi sono diventati zone hipster, costellate di caffè indipendenti, artisti, studenti e professionisti. Sono il nuovo zoccolo duro di partiti progressisti come i Social Democrats e i Green.

C’è poi l’area di North Inner City, storicamente popolare, segnata da povertà urbana, criminalità locale e spaccio. Grazie all’accessibilità degli alloggi, proprio qui si è registrato un forte aumento del tasso di immigrazione e la crescita di molte attività etniche. Il partito nazionalista di sinistra Sinn Féin, facendo leva sul malcontento della working class, aveva stretto un rapporto di fiducia con queste zone. Negli ultimi anni, però, i cittadini sembrano aver spostato il loro voto verso candidati indipendenti locali molto radicati. In questa zona, inoltre, il tasso di astensionismo è tra i più alti della città.

Spostandoci ancora più a nord, verso Glasnevin, troviamo un’area residenziale, tradizionalmente borghese e molto benestante, con un elettorato stabile e moderato, da sempre legato a partiti centristi come il Fine Gael, che propongono una gestione amministrativa efficiente. Negli ultimi anni, però, i Social Democrats hanno cominciato ad acquistare consensi anche qui. La partecipazione è molto alta perché vi è un forte senso civico e un interesse verso le dinamiche istituzionali.

Le altre circoscrizioni, alcune di centrodestra e altre più vicine alla sinistra urbana, hanno comunque conservato una propria fisionomia storica. Le tendenze restano in genere leggibili. Dublin Central, invece, è molto più fluida: un mosaico in cui le pedine sono in continuo movimento.

Il voto del 2024 e la crisi del Sinn Féin

Nelle elezioni del 2024, i quattro candidati eletti appartenevano a gruppi politici diversi: Sinn Féin, che è stato il partito più votato, Fine Gael, Social Democrats e Labour. Da un lato i primi due partiti di stampo tradizionale, dall’altro due forze di stampo socialdemocratiche. Nella tornata successiva, il partito di centrodestra Fine Gael non è riuscito a ottenere nuovamente il seggio che aveva lasciato vacante. I Social Democrats, invece, ora ne hanno due. I sondaggi avevano comunque già preannunciato la vittoria del Sinn Féin.

Questa sconfitta va letta alla luce dell’evoluzione storica del comportamento elettorale a livello nazionale. Nonostante la proporzionalità e l’ultra-territorialità del sistema elettorale irlandese, il Paese è stato governato dalla stabilità di due soli grandi partiti moderati, Fine Gael e Fianna Fáil, che si sono spartiti il potere ininterrottamente dall’indipendenza del 1922 a oggi. La divisione destra-sinistra, su cui solitamente si sono polarizzati i sistemi politici europei, non ha coinvolto l’Irlanda, la cui reale frattura è rappresentata dalla Guerra civile degli anni Venti. Fine Gael e Fianna Fáil sono entrambi partiti di centrodestra, interclassisti e ideologicamente molto simili. La differenza principale è storica: il primo appoggiò la fazione che accettò il Trattato Anglo-Iirlandese del 1921, che prevedeva la spartizione dell’isola; il secondo nacque dalla fazione opposta, che inizialmente rifiutò il trattato.

Per quasi cento anni questi due partiti sono riusciti a intercettare sia gli interessi dell’élite economica, sia quelli della classe operaia. Per questo la sinistra, rappresentata soprattutto dal Sinn Féin, è rimasta ai margini per molto tempo. Con la crisi economica del 2008 e il successivo aumento del consenso della sinistra, il sistema tradizionale ha cominciato a sgretolarsi e la precarietà ha preso il posto della stabilità.

Nelle elezioni del 2020, il Sinn Féin ha conquistato quasi il 25% dei voti, sfiorando la possibilità di una maggioranza relativa. Fine Gael e Fianna Fáil si sono così trovati costretti, per la prima volta, e poi anche dopo le elezioni del 2024, a fare l’inimmaginabile: allearsi per governare insieme. Hanno inventato un espediente, l’alternanza alla carica di Primo ministro, il Taoiseach, dividendosi mezza legislatura ciascuno pur di non lasciare spazio al Sinn Féin.

Quest’ultimo, tuttavia, ha perso l’occasione di governare il Paese nel 2020. Alla tornata successiva ha cominciato a perdere il consenso di parte dei suoi elettori. La verità è che, se i due partiti storici non riescono più a fermare l’onda progressista che sta travolgendo il Paese, il Sinn Féin non è più in grado di tenere insieme quella fetta di elettorato. Non è riuscito a trasformare il consenso anti-establishment che lo ha travolto nel 2020 in una proposta di governo concreta e credibile. La sua immagine di forza di protesta è crollata una volta avvicinatosi al potere. Non è riuscito a reggere l’esposizione a contraddizioni, errori e scandali interni; situazioni non comunque estranee a qualsiasi altro partito politico.

Parallelamente, negli ultimi anni sono nati nuovi partiti di centrosinistra, ad esempio Social Democrats e Green. Ideologicamente questi partiti non appaiono molto distanti tra loro.

Vi è però un aspetto che riguarda esclusivamente il Sinn Féin, cioè il nazionalismo: il suo obiettivo politico storico è la riunificazione dell’Irlanda, vale a dire un’Irlanda unita e senza la divisione con l’Irlanda del Nord. La sua forte identità politica e simbolica lo rende un partito movimentista, più radicale e legato alla questione nazionale. Gli altri, al contrario, vista la loro recente introduzione nella scena politica, appaiono più riformisti, pragmatici e concentrati sulla gestione concreta dello Stato sociale, senza un forte background storico-ideologico.

Per ora il Sinn Féin rimane comunque il terzo partito nazionale, ma è innegabile che una parte del consenso si sia spostata verso questi nuovi partiti progressisti. Fine Gael e Fianna Fáil, invece, dopo la disastrosa sconfitta del 2020, sembrano essersi stabilizzati.

Il peso degli indipendenti

Per completare il panorama partitico irlandese, non si possono non citare gli indipendenti. Da questo punto di vista, l’Irlanda rappresenta un caso quasi unico in Europa: gli indipendenti sono una forza politica strutturale. Raccolgono spesso una fetta molto ampia di elettorato, pur senza presentarsi con un partito o una sigla politica. Il loro successo è dovuto soprattutto al modello elettorale del voto singolo trasferibile e alla cultura politica legata al territorio, che incentivano inevitabilmente gli elettori a votare per i singoli candidati, piuttosto che per i partiti.

Gli indipendenti possono essere politici storici che hanno scelto di abbandonare il proprio partito d’adozione, persone che decidono di candidarsi per concentrarsi su un unico tema legato al proprio territorio, oppure radicali di estrema sinistra, spesso legati a piattaforme marxiste e alla crisi abitativa, o di estrema destra, che cavalcano il sentimento anti-immigrazione.

Molto recentemente è nata una federazione tecnica di indipendenti, chiamata Independent Ireland, orientata verso il centrodestra e temi conservatori e rurali.

Nonostante si presentino individualmente, spesso decidono le sorti del Paese. Il sistema proporzionale rende infatti quasi impossibile per un singolo partito ottenere la maggioranza assoluta, soprattutto da quando i due maggiori partiti hanno perso la loro centralità. Anche l’attuale governo guidato da Micheál Martin è un governo di coalizione tra Fianna Fáil e Fine Gael, che si regge però esclusivamente grazie all’appoggio fondamentale di nove deputati indipendenti.

Gerry “The Monk” Hutch

In questo scenario si inserisce la figura di Gerry Hutch, candidato come indipendente nella circoscrizione di Dublin Central, sia alle politiche del 2024 sia alle suppletive del 2026, sfiorando per ben due volte la vittoria.

Prima ancora che come politico, Gerry Hutch, detto anche “The Monk”, è noto alle cronache per essere un personaggio storico della criminalità irlandese. In particolare, è stato definito il capo della Hutch gang, coinvolta per decenni nella criminalità organizzata e nella faida con il gruppo Kinahan. È diventato quasi una figura mitologica nel racconto mediatico irlandese. È corretto però sottolineare che la lunga storia giudiziaria che si porta alle spalle è fatta di condanne per reati minori; i sospetti su fatti molto più gravi non sono mai arrivati a condanne definitive.

È nato nel quartiere di North Inner City, e proprio da qui proviene il suo bacino di voti. Stiamo comunque parlando di quasi 3.100 voti, pari a circa il 9,5%, ottenuti alle generali del 2024. Non ha un programma politico. Il suo manifesto elettorale è costituito esclusivamente dalla provocazione che egli stesso compie verso il sistema partitico tradizionale. Per gli elettori rappresenta sicuramente la sfida, la rabbia e il sentimento di anti-establishment.

La sua presenza ha chiaramente messo in imbarazzo i partiti tradizionali. Questi ultimi si sono però trovati costretti a riflettere su ciò che una parte della popolazione prova in questo momento: sfiducia nelle istituzioni, personalizzazione estrema della protesta politica, degrado urbano. La sua figura controversa e a tratti folkloristica non toglie il merito di essere un utile strumento di lettura del malessere urbano.

Trasformazione profonda della politica irlsndese

Le elezioni suppletive di Dublin Central non possono essere lette come un semplice episodio locale, né come un fatto di cronaca isolato. Questo voto ha mostrato, al contrario, quanto la politica irlandese stia attraversando una fase di profonda trasformazione, in cui i vecchi equilibri non sono più sufficienti a spiegare i comportamenti elettorali, soprattutto nelle aree urbane. La vittoria dei Social Democrats, il mancato successo del Sinn Féin, la debolezza dei partiti tradizionali di centrodestra nel collegio e il peso simbolico di una figura come Gerry Hutch raccontano tutti, da angolazioni diverse, una stessa realtà: Dublin Central è oggi uno dei laboratori politici più instabili e più rivelatori dell’Irlanda contemporanea.

I cittadini, con il loro voto, hanno espresso chiaramente la volontà di cambiamento. Tuttavia, sarebbe prematuro leggere questo risultato come un’indicazione definitiva di ciò che accadrà alle prossime elezioni nazionali. Il quadro politico irlandese resta estremamente mobile, frammentato e dipendente dalle dinamiche territoriali, dai candidati e dal sistema delle preferenze trasferibili. Proprio per questo, se da un lato Dublin Central segnala una crisi evidente delle vecchie appartenenze e l’emergere di nuove sensibilità politiche, dall’altro resta ancora difficile prevedere con certezza quali saranno i futuri equilibri del Paese.

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Eugenia Arciero