News

Crisi carburante: non solo una protesta, ma la frattura di un paese

Crisi Carburante
Scritto da Eugenia Arciero

All’alba di martedì 7 aprile i primi mezzi pesanti hanno raggiunto la capitale irlandese, attraverso le autostrade e le principali strade statali che convergono su Dublino da nord, sud e ovest. I manifestanti hanno occupato punti strategici della capitale: il raccordo anulare della circonvallazione autostradale di Dublino (M50), la centralissima O’Connell Street, dove sono stati parcheggiati i mezzi pesanti proprio davanti alla Leinster House (il Parlamento), e le rampe di accesso al tunnel del porto (Dublin Port Tunnel). Nelle stesse ore presidi e rallentamenti si verificavano anche in altre città del paese: vicino alla raffineria di Whitegate nei pressi di Cork, a Foynes nella Contea di Limerick, dove si trova il secondo porto più importante per il rifornimento di carburante, ma anche a Galway, Sligo e Waterford.

Quella che si sta consumando sulle strade di Dublino non è solo una protesta per il prezzo del carburante. È il sintomo di una frattura profonda tra due Irlande: quella urbana, cosmopolita e tecnologica, e quella rurale, legata alla terra e a un’identità storica che si sente minacciata.

Le cause immediate

Le proteste sono cominciate in seguito alla chiusura dello stretto di Hormuz nel contesto del conflitto in Iran, che ha provocato un’impennata dei prezzi della benzina, salita di 25 centesimi al litro, e del diesel, aumentato di 47 centesimi al litro. Si sono intensificate con il passare dei giorni e stanno paralizzando completamente il paese. Se per il momento i principali disagi si sono circoscritti al rallentamento della viabilità, ai ritardi ai servizi di trasporto pubblico, alla sospensione parziale di una delle due linee tranviarie e alla chiusura di diverse stazioni di servizio, il proseguire del blocco rischia di far scivolare il paese in un’emergenza nazionale: svuotamento dei supermercati, cessazione dei servizi di trasporto pubblico, emergenza sanitaria, chiusura di fabbriche e licenziamento dei lavoratori.

Chi sono i manifestanti

I manifestanti sono, per la quasi totalità, proprietari di piccole aziende a conduzione familiare. Questo spiega anche il fatto che l’età delle persone presenti è alquanto eterogenea, fino a includere addirittura giovani che non hanno ancora compiuto la maggiore età. La presenza di famiglie che si danno il cambio sui trattori garantisce la continuità del blocco. I settori coinvolti nello sciopero sono i seguenti: il settore lattiero-caseario, l’allevamento di bestiame, l’orticoltura e la cerealicoltura, e il settore dei trasporti rappresentato dai contoterzisti e dagli autotrasportatori di mangimi, fertilizzanti e cibo. A questi si uniscono compagnie private di autobus e autotrasportatori indipendenti, anch’essi colpiti dal caro carburante, che solidarizzano con i farmers, causando un ulteriore aumento dell’ingorgo.

Le misure assunte finora dal governo, ovvero lo stanziamento di un pacchetto da 250 milioni di euro per il taglio delle accise e gli sconti sul gasolio, sono state ritenute assolutamente insufficienti. Quello che i manifestanti chiedono a gran voce è la sospensione totale della Carbon Tax — la tassa sulle emissioni di anidride carbonica — sul gasolio agricolo e la riduzione immediata delle accise, oltre a un incontro urgente con il Taoiseach Micheál Martin (così è chiamato in Irlanda il Presidente del Consiglio). Dal lato delle istituzioni, il governo ha mostrato una chiusura totale nei loro confronti. “Rispettiamo il diritto di protesta, ma non è accettabile che si dichiari di voler trasformare O’Connell Street in un parcheggio”, ha affermato il Primo Ministro durante una conferenza stampa, scegliendo di confrontarsi solamente con i rappresentanti delle associazioni di categoria riconosciute. La Garda (la polizia irlandese) si è dimostrata tollerante; in ogni caso il Taoiseach ha richiesto l’intervento dell’esercito se il blocco dovesse proseguire.

Il contesto europeo e le specificità irlandesi

Nel quadro europeo, il blocco provocato dai farmers irlandesi non è certamente un caso isolato. Ad eccezione dell’Italia, in cui si stanno verificando proteste di matrice principalmente studentesca, movimenti di forte contestazione sono stati registrati anche in Francia, Germania e Polonia, in proporzioni anche maggiori. Vi sono però elementi che rendono l’Irlanda l’epicentro di un malcontento europeo con caratteristiche per certi versi uniche. Per una questione puramente geografica, il boicottaggio di porti e autostrade qui ha un effetto molto più devastante che nel resto d’Europa. La conformazione territoriale e la posizione geografica nell’Oceano Atlantico settentrionale hanno determinato scelte energetiche e di produzione che, accostate insieme, oggi risultano una combinazione potenzialmente esplosiva. Vi sono infine motivi prettamente politici che non vanno sottovalutati.

Nonostante le azioni di protesta dilagate anche in altre parti d’Europa, i farmers irlandesi hanno dichiarato di essersi organizzati in modo completamente autonomo attraverso l’utilizzo dei social network e del tradizionale “passaparola”. Balza all’occhio l’assenza del mondo intellettuale e universitario, e la completa mancanza, sul piano della narrativa di protesta, di un riferimento ai conflitti in Medio Oriente e in Ucraina. Aspetto alquanto curioso, se si considera che i motivi che hanno provocato la contestazione sono la diretta conseguenza dell’instabilità geopolitica.

La storia politica dietro la protesta

La storia politica che ha attraversato l’Irlanda è indissolubilmente legata alla terra. Il paese non è stato scosso dai classici conflitti ideologici tra Destra e Sinistra che hanno invece investito il continente europeo; la sua eredità deriva invece dalle ceneri della guerra civile e della lotta agraria. La tradizionale distinzione tra conservatorismo e socialismo qui non ha mai preso piede. Al termine della guerra civile si è radicato un dualismo bipartitico composto da Fianna Fáil e Fine Gael, entrambi nell’area del centro-destra, che hanno rappresentato i principali partiti della maggioranza per quasi un secolo. Storicamente il primo rappresentava i piccoli agricoltori e la classe operaia rurale, mentre il Fine Gael era legato ai grandi proprietari terrieri. Negli ultimi anni questo assetto ha subito modifiche per via dell’ascesa del Sinn Féin: da sempre molto attivo nell’Irlanda del Nord per la sua tradizione nazionalista, nell’ultimo decennio ha preso piede anche nella Repubblica d’Irlanda.

Fino alla fine degli anni novanta, il voto dei farmers era fedelmente assegnato al Fianna Fáil o al Fine Gael. Dall’inizio del ventunesimo secolo i due partiti di maggioranza cominciano a essere accusati di essere troppo “dublinesi” e di non perseguire più gli interessi degli agricoltori a seguito dell’adesione alle normative ambientali promosse dall’Unione Europea. La disillusione tra i lavoratori inizia così a crescere e sposta il loro appoggio verso partiti indipendenti e micro-partiti rurali, come Independent Ireland e Farmers’ Alliance, partiti populisti nati nel 2023 che si propongono di dare voce alla popolazione rurale attraverso campagne ideologiche a favore dell’agrarismo puro e dell’euroscetticismo, posizionandosi come alternativa all’establishment di Dublino. L’ascesa di questi nuovi partiti è stata facilitata anche dal sistema elettorale vigente, il Single Transferable Vote, che permette agli elettori di scegliere candidati specifici, non solamente le liste.

Sindacati: un sistema frammentato

In Irlanda è fondamentale fare una distinzione tra i sindacati agricoli, rappresentati dall’Irish Farmers’ Association (IFA), e i sindacati dei lavoratori, come l’Irish Congress of Trade Unions (ICTU) e il Services Industrial Professional and Technical Union (SIPTU). In Italia invece la separazione non è così netta: i sindacati agricoli (il principale è Coldiretti) tendono a essere molto aperti al dialogo sia con i sindacati dei lavoratori (come CGIL, CISL, UIL) sia con il potere centrale. L’assenza di coesione rende la rappresentanza dei diversi settori lavorativi molto più frammentata in Irlanda; questo comporta che, in caso di potenziali blocchi e manifestazioni, sia più difficile ottenere gli effetti che si stanno verificando in questo momento, anche perché l’Italia è un paese frammentato e profondamente diviso anche geograficamente. Inoltre i sindacati italiani da diversi decenni preferiscono negoziare attraverso la partecipazione a tavoli tecnici, e raramente prendono parte a manifestazioni. In Irlanda solo ultimamente i gruppi rappresentativi hanno cominciato a dialogare con le forze del governo.

Anche in Irlanda in questi giorni è evidente l’assenza di rappresentanti sindacali presso i luoghi di contestazione. I sindacati irlandesi perseguono interessi diversificati e spesso in contraddizione tra loro. Mentre l’IFA difende i prezzi dei prodotti e i costi di gestione, i sindacati dei lavoratori dipendenti presso questi proprietari agricoli tutelano interessi opposti, come l’aumento salariale. Questo provoca ostacoli nel tentativo di creare un dialogo tra i sindacati e il governo. In più l’IFA persegue una strategia del “doppio binario”, preferendo sostenere i manifestanti da dietro le quinte per non rischiare di perdere la sua capacità contrattuale. Bisogna infine aggiungere che diversi piccoli proprietari terrieri negli ultimi anni hanno preso le distanze dal sindacato degli agricoltori, accusandolo di sostenere gli interessi dei grandi produttori, i quali godono molto spesso di contratti energetici bloccati o coperture finanziarie.

Cultura della protesta: il boicottaggio come arma

Anche in Italia si è assistito a sporadici casi di proteste nate dal basso, come il “movimento dei Forconi”, rimasti però marginali rispetto all’evoluzione degli eventi. Vi è qualcosa di quasi viscerale insito nella cultura dei due paesi che li rende profondamente diversi. L’Irlanda abbraccia una cultura profondamente individualista e ribelle: è rimasta un’isola di piccoli proprietari terrieri che, più che disordini, auspicano una rivolta di massa di un’intera classe sociale. L’individualismo come valore è ancora ben radicato perché la proprietà, dopo l’esperienza storica del latifondismo britannico, è considerata alla pari dell’identità personale. L’idea di delegare a un sindacato parte del proprio potere risulta meno accettabile; allo stesso tempo i lavoratori irlandesi non godono di servizi e privilegi di cui invece usufruiscono quelli italiani. In Italia invece gli agricoltori si legano spesso a consorzi e filiere protette dai sindacati, i quali sono considerati al pari di una sorta di Stato Sociale.

La parola “boicottaggio” ha origini irlandesi: deriva dal capitano inglese Charles Cunningham Boycott, un amministratore terriero vissuto in Irlanda nel XIX secolo, contro il quale la lega irlandese dei lavoratori della terra organizzò una campagna non violenta di isolamento e non collaborazione. Il popolo irlandese non sceglie di manifestare attraverso slogan; lo fa adoperando i mezzi con cui lavora, fermando il paese dal punto di vista economico. Questa modalità è stata ereditata dalle lotte per l’indipendenza e per la riforma agraria, e tuttora è quella maggiormente utilizzata. In Italia invece gli scioperi non sono mai costanti, coinvolgono diverse fasce orarie della giornata, e sono spesso accompagnati da cortei con scontri fisici tra i manifestanti e le forze dell’ordine. La situazione italiana sembra avere un carattere costantemente emergenziale.

La frattura tra città e campagna

L’individualismo degli agricoltori irlandesi e la loro unione come classe sociale hanno sempre comportato una certa distanza dal resto della popolazione, in particolare dalla cosiddetta élite intellettuale. La frattura è stata rimarcata ulteriormente con l’introduzione di nuove politiche di agevolazione fiscale che negli ultimi anni hanno richiamato moltissime multinazionali, trasformando Dublino nella città cosmopolita dei colossi tech. Appare ora più chiaro il motivo per cui alle manifestazioni non hanno preso parte gli altri cittadini, e in particolare i movimenti studenteschi. Le persone in questi giorni tendono ad assumere un comportamento di tollerante consenso nei confronti degli scioperanti; c’è chi si lamenta per i disagi alla viabilità, chi invece accenna a un sentimento di sostegno e fratellanza, ma quello che in generale si percepisce è un totale distacco. L’uso stesso di parole come “loro” (i farmers) e “gli altri” mostra la cesura tra classi sociali.

Si introduce quindi un altro valore che, insieme all’individualismo, identifica la classe rurale irlandese: il pragmatismo. Questo interesse costante verso l’efficacia e il risultato pratico si percepisce sia dalle richieste chiare e lineari esposte dagli agricoltori in questi giorni, preoccupati esclusivamente dei loro bisogni economici, sia dal modo in cui scelgono di votare: non per ideologia, ma in base a chi garantisce loro l’offerta migliore. Il carattere pragmatico spiega anche in parte perché, durante queste proteste, il tema dei conflitti bellici non emerga mai. La guerra appare ai loro occhi come una variabile qualsiasi, da cui difendersi per gli effetti catastrofici che sta provocando. L’altro motivo riguarda il fatto che l’Irlanda storicamente gode di una politica di neutralità militare: in seguito all’indipendenza dalla Gran Bretagna, l’Irlanda scelse di non perseguire le guerre imperiali per rimarcare la libertà appena ottenuta, e si rifiutò ugualmente di schierarsi con gli alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Aprirsi alla tematica bellica rischierebbe solo di creare una frattura tra i manifestanti, indebolendoli.

Inoltre in Irlanda vige un vincolo legislativo unico chiamato Triple Lock che prevede, nel caso si volessero inviare più di dodici militari all’estero, l’approvazione contemporanea del Governo, del Parlamento e un mandato ufficiale delle Nazioni Unite. In Italia invece la partecipazione a missioni internazionali è decisa congiuntamente dal Governo e dal Parlamento. A causa di questo sistema “a tre chiavi”, se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non approvasse una missione, l’Irlanda non potrebbe intervenire legalmente. Questo vincolo negli ultimi anni, dallo scoppio della guerra in Ucraina, ha riaperto il dibattito sulla possibile adesione dell’Irlanda alla NATO. Le maggiori resistenze popolari provengono proprio dai farmers, che vedono nella neutralità uno scudo morale, temendo che con l’ingresso nella NATO i loro figli verrebbero spediti a combattere per conflitti non decisi dalla loro nazione.

Una tensione storica tra due modi di intendere il paese.

C’è chi ha visto nei partiti indipendenti a cui i farmers sono legati un riaffiorare di ideologie fasciste. Parlare di matrice fascista in un paese come l’Irlanda è storicamente e politicamente impreciso. Il fascismo in Irlanda ha avuto vita brevissima con le Blueshirts negli anni trenta, ed è un’eredità che oggi nessuno rivendica. Tuttavia, i partiti in cui i farmers si riconoscono abbracciano ideali comuni ai principali partiti di estrema destra presenti in Europa: conservatorismo sociale, sovranismo ed euroscetticismo; accanto a questi, in Irlanda spiccano anche la difesa della proprietà e l’agrarismo. Per questi motivi, la protesta assume anche un taglio ideologico, dato che i farmers chiedono la sospensione o l’eliminazione della Carbon Tax, uno strumento economico destinato a disincentivare l’uso di combustibili fossili che, ai loro occhi, rappresenta l’emblema della distanza tra le élite e i lavoratori. Il principale partito di opposizione, Sinn Féin, proprio in questi giorni ha richiamato la Camera per votare nuove misure d’urgenza, tra cui la sospensione della Carbon Tax, nonostante non condivida lo stesso apparato ideologico dei manifestanti.

Se la Carbon Tax è una scelta politica ed etica pienamente condivisibile, bisogna considerare in questo quadro anche situazioni strutturali e scelte a volte errate da parte del governo irlandese. Il modello irlandese è investito da un grande paradosso. Il suo settore agricolo è estremamente specializzato: è uno dei principali esportatori di carne e latticini; deve però importare quasi completamente frutta, verdura, cereali e mangimi. Non gode quindi di una vera e propria autosufficienza alimentare. L’Irlanda produce cibo per circa 35 milioni di persone; con il blocco dei porti si fermano sia le esportazioni sia le importazioni di alimenti e mangimi che permettono alle aziende agricole di funzionare. Il carattere settoriale è sicuramente determinato dal clima poco mite, in confronto con l’Italia che gode di una varietà climatica e produttiva molto più vasta.

L’altro problema importante riguarda la dipendenza energetica. L’Irlanda importa quasi tutto il carburante, poiché non dispone di una rete diversificata di fonti energetiche. L’agricoltura, in particolare, dipende interamente dai trasporti su gomma. Il settore agricolo italiano ha invece intrapreso una fase di transizione ibrida verso il solare e l’idroelettrico, grazie a una varietà geografica e climatica che gli ha permesso di compiere scelte che in Irlanda sono state ignorate. È chiaro, quindi, che l’aumento dei prezzi del carburante in Irlanda ha un impatto molto più forte.

In definitiva, quella che si sta consumando sulle strade di Dublino e nel resto del paese non è solo una protesta per il prezzo del carburante, ma il sintomo di una frattura profonda tra due aree della stessa isola: quella urbana, cosmopolita e tecnologica dei colossi tech, e quella rurale, legata alla terra e a un’identità storica che si sente minacciata dalle politiche green europee. Mentre l’Italia osserva queste dinamiche attraverso la lente di una mediazione politica e sociale consolidata, l’Irlanda riscopre la forza di un isolamento collettivo e non violento che affonda le radici nella sua stessa storia di indipendenza. Se il governo continuerà a ignorare le istanze pragmatiche delle campagne in nome di una transizione energetica percepita come calata dall’alto, il rischio è che il blocco economico si trasformi in una crisi sociale permanente, capace di ridisegnare i confini politici dell’isola ben oltre la fine dell’emergenza carburante.

Interviste e Riprese video: Silvana Benedetto | Interviste e Foto: Eugenia Arciero

Author

Riguardo all'autore

Eugenia Arciero