A giugno 2026, per la prima volta da quasi vent’anni, Dublino ospiterà un torneo professionistico maschile di tennis. L’ATP Challenger 75 all’Elm Park Golf and Sports Club, in programma dal 14 al 20 giugno 2026, porta per una settimana, nel cuore del sud della capitale, tennisti di livello internazionale alla ricerca di punti preziosi in vista delle qualificazioni di Wimbledon. L’ultimo evento simile sul suolo irlandese era stato il Shelbourne Irish Open del 2008. È una notizia straordinaria per la comunità tennistica locale e un segnale preciso: il tennis irlandese vuole tornare sulla mappa internazionale.
Eppure quella domanda che circola da anni sui forum sportivi, “Why is Ireland so bad at tennis?”, rimane in sospeso, provocatoria e legittima al tempo stesso. Perché un paese che ama lo sport, con una tradizione tennistica più antica di quanto molti immaginino, non riesce a produrre un campione di livello mondiale? La risposta, come spesso accade, è più complicata di quanto sembri.
Una storia nobile e dimenticata
Prima di parlare dei problemi, è doveroso ricordare le radici. L’Irlanda ha avuto un passato tennistico di tutto rispetto, e per certi versi è stata all’avanguardia nel panorama internazionale.
Nel 1879, appena due anni dopo la fondazione del torneo di Wimbledon, nasceva l’Irish Championships al Fitzwilliam Lawn Tennis Club di Dublino, con una particolarità storica di rilievo: fu il primo torneo al mondo a includere una gara di singolare femminile, cinque anni prima che Wimbledon introducesse la stessa categoria. La “Fitzwilliam week”, come veniva chiamata, era un evento mondano di prima grandezza nella Dublino vittoriana, secondo solo alla Dublin Horse Show nell’immaginario collettivo dell’epoca.
Nomi come Joshua Pim, vincitore a Wimbledon nel 1893 e 1894, Willoughby Hamilton, trionfatore a Wimbledon nel 1890, e l’eccezionale James Cecil Parke, otto volte campione irlandese e tra i migliori del mondo nei primi del Novecento, testimoniano un’epoca d’oro del tennis su questa isola. Sul versante femminile, la tipperariana Lena Rice vinse Wimbledon nel 1890, unica irlandese nella storia a riuscirci. E l’Irish Open, rebrand del torneo originale, attirò nel corso del Novecento nomi del calibro di Rod Laver (1962), Billie Jean King (1969), Margaret Court (1966, 1971, 1973) ed Evonne Goolagong (1972): un palmarès da Grand Slam vero e proprio.
Poi, lentamente, il tennis irlandese è scivolato nell’anonimato internazionale.
La federazione: struttura e numeri
Tennis Ireland, l’ente governativo del tennis sull’intera isola, fu fondata nel 1908 come Irish Lawn Tennis Association, diventando indipendente dalla britannica LTA dopo la fondazione dell’Irish Free State nel 1922. Oggi conta 192 club affiliati e oltre 101.000 iscritti, con più di 45.000 partecipanti ai tornei federali nel solo 2024. Ha sede sul campus di Sport Ireland a Blanchardstown, Dublino 15, ed è articolata in quattro rami provinciali.
L’organizzazione gestisce sia la squadra di Davis Cup che quella di Billie Jean King Cup, e negli ultimi anni ha investito in un programma di sviluppo giovanile denominato “AerCap TI Junior Kids”, cercando di costruire un percorso formativo più strutturato. Il National Tennis Centre, ospitato nel campus della DCU, è il cuore della formazione d’élite. Tuttavia, come osservano ricercatori della stessa università , uno dei problemi storici della federazione è stata la mancanza di coerenza strategica tra i vari livelli direttivi riguardo alla missione complessiva del sistema di sviluppo tennistico.
I migliori tennisti irlandesi della storia recente
Il momento più alto del tennis irlandese contemporaneo risale all’inizio degli anni Duemila. Conor Niland raggiunse il career-high di 129 nel ranking ATP nel 2010, arrivando a giocare il main draw di Wimbledon e degli US Open nel 2011, dove affrontò il numero uno del mondo Novak Djokovic, costretto al ritiro nel secondo set per un violento attacco di intossicazione alimentare. Louk Sorensen, con origini danese-irlandesi, raggiunse il 175º posto nel 2014 e partecipò sia al Roland Garros che all’Australian Open.
Da allora, il vuoto. Come scrisse l’Irish Times nel 2023, non ci sono giocatori irlandesi nei main draw dei Grand Slam, né nel settore juniores, né all’orizzonte con credenziali sufficienti. Oggi i tennisti irlandesi con ranking ATP sono pochissimi: Michael Agwi, Osgar O’Hoisin e Conor Gannon militano nel circuito Challenger e Future, con classifiche attorno alla fascia 700-1000 del ranking ATP. La situazione femminile è ancora più critica: nel 2023 l’Irish Times segnalava una sola tennista irlandese classificata WTA, Celine Simunyu, al 992º posto mondiale.
Il caso Buldorini: quando l’Italia incontra l’Irlanda
In questo scenario entra prepotentemente in scena Peter Buldorini, ed è qui che la storia si fa particolarmente interessante per chi, come noi di Radio Dublino, vive a cavallo tra le due culture.
Nato in Italia il 9 agosto 2004, Peter è figlio di madre originaria di Carrick-on-Shannon, nel County Leitrim. A febbraio 2025 Tennis Ireland ha annunciato ufficialmente che Buldorini avrebbe gareggiato sotto bandiera irlandese sul circuito ATP, grazie alla doppia nazionalità per discendenza materna. A soli 21 anni, con un best ranking attorno alla 685ª posizione mondiale, rappresenta oggi la speranza più concreta del tennis irlandese.
Il suo battesimo del fuoco con la maglia verde è stato da romanzo sportivo. A febbraio 2026, nei play-off del Gruppo II della Davis Cup contro la Siria all’UL Arena di Limerick, sold-out davanti a una folla entusiasta, Buldorini si è trovato a disputare il secondo singolare contro Taym Al Azmeh in una situazione destinata a restare nella memoria. Aveva vinto il primo set al tie-break (7-5), ma nel secondo ha cominciato a essere tormentato dai crampi: prima al terzo gioco, poi con intensità crescente. Due volte si è accasciato sul campo, incapace di rimanere in piedi. Il coach Conor Niland è corso ad aiutarlo con qualche stretching. Il pubblico tratteneva il fiato.
E invece Buldorini ha continuato. Zoppicando, servendo anche di sottomano quando il movimento regolare era impossibile, ha trovato il modo di vincere il secondo set 6-4, approfittando anche dei crampi che nel finale hanno colpito il suo avversario. L’ultimo punto, un volley vincente, lo ha visto crollare di nuovo a terra: stavolta di gioia e sollievo, mentre i tremila spettatori di Limerick esplodevano. “Non mi sarei mai fermato a meno di uno strappo muscolare”, ha dichiarato dopo. “Se fosse andato al terzo set, avrei trovato il modo di continuare.”
L’Irlanda ha poi perso il tie 2-3 contro la Siria, con Al Azmeh che, nei singolari del secondo giorno, ha avuto la meglio. Nel 2025 Buldorini aveva già affrontato il cinese Yunchaokete Bu (n. 74 ATP) nel World Group II a Dublino pochi mesi prima: un test durissimo, perso ma utile. Il capitano Conor Niland, lo stesso che tifavamo negli anni Duemila e che ha saputo trasformare la sua esperienza in guida tecnica, ha dichiarato che Buldorini è tra i pilastri del progetto irlandese per il futuro.
Buldorini non è un miracolo caduto dal cielo: è il prodotto di un solido sistema di formazione tennistica italiano, innestato su un’autentica appartenenza irlandese. Il connubio italo-irlandese, in questo caso, funziona.
I club di Dublino e la vita tennistica quotidiana
Parlare di tennis in Irlanda significa soprattutto parlare di club, perché è lì che lo sport vive davvero. Dublino conta decine di realtà affiliate al Dublin Lawn Tennis Council (DLTC), l’organizzazione che coordina le leghe cittadine e che ogni anno mobilita circa 70 club in competizioni a tutti i livelli. Il calendario del DLTC copre la winter league, la summer league, la mixed league, la senior league, la junior league e la popolarissima floodlight league, che si gioca in notturna sotto le luci artificiali dei campi all-weather.
Tra i club storici e più blasonati della capitale spicca, naturalmente, il Fitzwilliam Lawn Tennis Club, sede storica degli Irish Championships dal 1879, con una tradizione ininterrotta di oltre 140 anni. L’Elm Park Golf and Sports Club, in zona sud, che ospiterà l’ATP Challenger di giugno, è uno dei luoghi più esclusivi della città . Il Lansdowne LTC, il Claremont Railway TC, che metterà a disposizione i suoi campi in erba per gli allenamenti durante la settimana del Challenger, il Mount Pleasant TC, il Donnybrook LTC, il Leinster Cricket Club Tennis: tutti nel cuore del sud di Dublino, tutti parte di una rete vitale e attiva. Tranne poche eccezioni (Bective di Donnybrook, una delle poche), i Tennis Club irlandesi non hanno venduto l’anima al padel come è capitato in Italia. Non siamo in Inghilterra, ma il valore della tradizione perdura anche da queste parti.
E poi c’è lo Stratford Lawn Tennis Club, uno dei segreti meglio custoditi del tennis dublinese, incastonato tra Rathmines e Harold’s Cross, in Grosvenor Square. Quattro campi in erba per la bella stagione, quattro campi all-weather con illuminazione per il resto dell’anno. Il piccolo club non si prende troppo sul serio, ma prende sul serio il tennis: competizioni con handicap per livellare i giochi tra giocatori di diversi livelli, partecipazione alle leghe del DLTC e, in questo periodo, l’impegno nella 5 Miles League, che coinvolge otto tra i principali club del sud di Dublino in un format a squadre che rende ogni match un piccolo evento locale. La formula è quella dei tie a squadre: ogni incontro è una sfida collettiva, in cui il risultato di ogni singolo match si somma a quello degli altri, e la classifica finale della lega si costruisce partita dopo partita nel corso della stagione.
Ho scelto di iscrivermi a questo club perché è a 400 metri da casa mia e perché mi affascinava giocare sull’erba. La gestione è affidata a volontari con un’amministratrice che lavora part-time. Ogni anno si svolgono le votazioni dei soci per l’elezione del direttivo. In primavera, come ogni primavera, organizziamo l’open day per i nuovi soci e il BBQ a bordo campo. Non abbiamo pub, sale ricevimenti e ristoranti come i più blasonati Tennis Club di Dublino sud, ma l’atmosfera è piacevole e familiare. Il mio coach allo Stratford è Leslie O’Halloran, figura storica del tennis irlandese: ha giocato più volte la Davis Cup con la maglia verde ed è rimasta nel circuito come formatrice. Non solo di tecnica tennistica, ma anche di psicologia del gioco (per esempio, cosa fare quando, durante il torneo, il tuo avversario va in bagno? Risposta: non aspettarlo sul campo, vai in bagno anche tu). Allenarsi con lei significa imparare non solo i fondamentali del gioco, ma anche il senso di appartenenza a una cultura tennistica che in Irlanda ha radici profonde, sebbene non sempre visibili. L’atmosfera allo Stratford è esattamente quella che mi aspettavo quando mi sono iscritto: cordiale, informale, inclusiva. Una birra dopo il match, qualche torneo con handicap nel weekend, la lega la domenica mattina. Il tennis come strumento di comunità , prima ancora che di competizione.
Perché l’Irlanda fatica a livello élite
La domanda rimane: perché, con tutta questa tradizione e questa partecipazione di base, l’Irlanda non produce campioni di vertice?
Le ragioni sono molteplici e si intrecciano. La prima, e forse più discussa, è culturale: in Irlanda esiste una forte inclinazione verso l’istruzione universitaria, e molti giovani talenti preferiscono accettare borse di studio nelle università americane piuttosto che intraprendere una carriera professionale nel circuito. In Europa dell’Est e in altri contesti tennisticamente competitivi, i giovani crescono su campi anonimi, in tornei su tornei, affrontando sconfitte, sacrifici economici e privazioni continue. Il percorso irlandese verso il college, benché nobile, spesso interrompe quella finestra cruciale di sviluppo tra i 17 e i 22 anni.
La seconda ragione riguarda il modello di finanziamento. A differenza del rugby, del GAA e del calcio, che beneficiano di programmi nazionali e infrastrutture istituzionali robuste, il tennis dipende in larga misura dall’investimento familiare. Non esistono borse di studio statali per tennisti promettenti e il budget di Tennis Ireland per lo sviluppo d’élite è inferiore a quanto necessario.
Terza ragione: la mancanza di role model. In rugby c’è stata la generazione di O’Driscoll, poi quella di Sexton e Furlong; nel calcio femminile c’è Katie McCabe; nella boxe l’effetto di Kellie Harrington, e prima ancora di Katie Taylor, è stato trasformativo. Nel tennis non c’è nessuno che un ragazzino di dieci anni possa seguire in televisione pensando: “Anch’io posso farcela.” Il circolo è vizioso: senza modelli non crescono gli aspiranti, senza aspiranti non emergono i campioni, senza campioni non ci sono modelli.
Quarta ragione, climatica e infrastrutturale: l’Irlanda non ha un clima che consenta di giocare all’aperto tutto l’anno. I campi coperti esistono, ma sono pochi rispetto alla domanda.
Italia vs Irlanda: un confronto impietoso, ma istruttivo
Il confronto con l’Italia è impietoso, ma illuminante. La Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP) contava già nel 2024 oltre un milione di giocatori federati, un dato in crescita esplosiva rispetto ai 129.000 del 2001, trainato dall’effetto Sinner. L’Italia ha vinto la Davis Cup nel 1976, poi di nuovo nel 2023, 2024 e 2025 consecutivamente. Ha cinque vincitori di Slam: Nicola Pietrangeli, Adriano Panatta, Francesca Schiavone, Flavia Pennetta e Jannik Sinner, attuale numero uno del mondo e, dal 2025, campione in carica a Wimbledon. Ha un sistema di club, accademie e circuiti regionali che crea una solida e continua piramide di sviluppo.
Ma forse il dato più eloquente è quello dei tornei internazionali ospitati. Nel 2026 l’Italia ospita sul proprio territorio tre eventi di primissimo piano: gli Internazionali d’Italia a Roma, le ATP Finals a Torino e le Finals della Coppa Davis a Bologna. Gli Internazionali BNL d’Italia al Foro Italico sono tra i tornei più prestigiosi al mondo, classificati sia come ATP Masters 1000 sia come WTA 1000: l’edizione 2026, l’83esima, si svolge dal 28 aprile al 17 maggio e prevede oltre 300 match con i migliori giocatori del circuito. Le ATP Finals di Torino, in programma dal 15 al 22 novembre, vedranno sfidarsi i migliori otto giocatori dell’anno nel catino piemontese, ma sono le dozzine di tornei ATP in tutto il territorio italiano che aiutano a rendere l’Italia il paese più forte nel tennis a livello mondiale. In campo femminile, la FITP organizza inoltre il torneo WTA di Palermo, storica tappa estiva sul rosso siciliano. Una presenza istituzionale nel circuito che si traduce in visibilità globale, sponsor, infrastrutture e, soprattutto, in modelli di riferimento per i giovani tennisti italiani.
L’Irlanda non ospitava un singolo torneo professionistico da quasi vent’anni. L’ultimo Challenger disputato sul suolo irlandese era stato il 2008 Shelbourne Irish Open. Nessun evento ATP o WTA del circuito principale ha mai fatto tappa a Dublino in epoca moderna. Il Challenger di giugno 2026 all’Elm Park è quindi un punto di partenza, non un punto di arrivo: il primo mattone di un’infrastruttura tennistica internazionale che l’Irlanda non possiede ancora.
Tennis Ireland conta 101.000 iscritti su un’isola di cinque milioni di abitanti. La FITP ne ha un milione su sessanta milioni. Ma il divario non è solo demografico: l’Italia investe in modo strutturato nella formazione dei talenti, ha accademie di eccellenza come quella di Piatti, che ha lanciato Sinner, e beneficia di un clima e di superfici, soprattutto di terra rossa, che formano tennisti completi. L’Irlanda ha invece sviluppato un’eccellenza nella pratica sociale del tennis, ma fatica a trasformare questa massa critica in talento di vertice.
Il caso Buldorini è paradossalmente la prova vivente di questo ragionamento: uno dei migliori tennisti irlandesi del momento si è formato tecnicamente in Italia con i coach Davide Melchiorre e Simone Vagnozzi, quest’ultimo coach anche di Jannik Sinner.
Verso un futuro possibile
Nonostante tutto, i segnali di speranza ci sono. L’ATP Challenger di giugno all’Elm Park è uno di questi: porterà a Dublino giocatori di caratura internazionale, darà ai giovani irlandesi la possibilità di vedere dal vivo cosa significa competere a quel livello, e, grazie alle wild card riservate ai locali, offrirà a Buldorini, Agwi e compagni un’occasione di crescita rarissima, sul proprio campo e davanti al proprio pubblico.
Tennis Ireland ha annunciato di lavorare con i consigli comunali per aprire 800 campi pubblici a accesso gratuito o a basso costo, per democratizzare uno sport ancora troppo legato ai club privati e alle famiglie benestanti. Il programma “Access Tennis” punta a raggiungere fasce di popolazione tradizionalmente escluse.
E poi c’è la 5 Miles League, le floodlight leagues, i tornei con handicap, le summer league: tutto quel tessuto di gioco locale che rende il tennis irlandese vivo, reale, parte del tessuto sociale di quartieri come Rathmines, Donnybrook, Terenure, Clontarf. Chi conosce i Tennis Club sa di cosa parlo: un match di lega la domenica mattina, il tè e i sandwich preparati dal club ospitante per i dopomatch, le partite social il sabato e il coaching il mercoledì, il sorriso di chi ha perso ma ha giocato bene. Il tennis come antidoto alla pioggia, alla solitudine, alla seriosità del mondo.
Forse la risposta alla ricorrente domanda “Why is Ireland so bad at tennis?” è anche questa: l’Irlanda non è poi così indietro nel tennis. Ha scelto, finora quasi inconsapevolmente, di farlo bene come sport di comunità più che come fabbrica di campioni. Adesso, con Buldorini in campo per la maglia verde e un Challenger a Dublino, forse i due obiettivi possono finalmente coesistere.
