La nuova serie di Netflix “House of Guinness” è una saga famigliare che mischia verità storiche con fatti evidentemente inventati. La serie, ambientata nella Dublino degli anni ’60 dell’800 e incentrata sullo sviluppo dell’impero della birra della famiglia Guinness, è stata accolta positivamente da critici statunitensi e britannici, arrivando a un punteggio di circa l’89% su Rotten Tomatoes.
Creata da Steven Knight e interpretata da James Norton (King & Conqueror), Louis Partridge (Enola Holmes), Anthony Boyle (Masters of the Air) ed Emily Fairn (Saturday Night), la serie in otto episodi è un interessante intreccio di trame che collegano l’ascesa del repubblicanesimo irlandese, le manovre politiche del XVIII secolo, la rapida espansione di Dublino e il vivace e violento melting pot della New York di fine 800. Quando si guarda una serie drammatica del creatore di Peaky Blinders, Steven Knight – come molti hanno chiaramente notato, dato che la sua nuova serie House of Guinness è in cima alle classifiche di Netflix – ci sono alcune cose che ci si aspetta.
In Irlanda, però, la reazione è stata molto diversa: i critici locali l’hanno accolta con freddezza, accusandola di semplificare e fraintendere la storia del Paese. Secondo molta della stampa irlandese, la serie presenta una visione superficiale del contesto storico in cui si svolge la vicenda, in particolare del rapporto complesso tra l’Irlanda e la dominazione inglese. Pur dichiarandosi “ispirata a una storia vera”, House of Guinness viene percepita come un’opera di fantasia che travisa eventi e identità, privilegiando la spettacolarità rispetto alla verità storica. Anche sul piano estetico le critiche sono numerose. I costumi e le ambientazioni vengono giudicati eccessivamente caricaturali, quasi fiabeschi, e incapaci di restituire la durezza del periodo. Un recensore ha ironizzato definendo i rivoluzionari “folletti feroci” per via della resa visiva troppo stereotipata, mentre altri lamentano un linguaggio poco credibile, infarcito di volgarità anacronistiche e costumi stereotipati fino a definire la serie “steampunk Mr. Tayto“. Perfino l’illuminazione e l’atmosfera cupa delle scene sono state considerate più artificiose che suggestive.
Sul versante linguistico, alcuni spettatori hanno notato che, pur evitando gli errori grossolani di accento che spesso affliggono le produzioni internazionali, diversi personaggi suonano “troppo inglesi” o comunque privi di autenticità locale. C’è chi ha scherzato dicendo che, nella serie, “sembra che basti il verde per essere irlandesi”. Un altro punto di discussione riguarda il tono generale della serie. Presentata come una fusione tra Succession e Peaky Blinders – cioè tra il dramma familiare e il gangsterismo storico – la serie, secondo molti critici irlandesi, non riesce a raggiungere né la sottigliezza psicologica della prima né la tensione drammatica della seconda. Il risultato, scrivono alcuni commentatori, è “tutto fumo e niente birra”: un prodotto visivamente sontuoso ma narrativamente inconsistente. House of Guinness appare come un progetto ambizioso, curato nei dettagli visivi, con un’ottima interpretazione di James Norton e pensato per un pubblico internazionale, ma incapace di cogliere l’anima e la complessità della storia irlandese. In patria è percepita come un’occasione sprecata: una narrazione elegante ma distante, che preferisce l’effetto scenico all’autenticità culturale.
La serie riproduce in modo abbastanza fedele la grande ricchezza e l’influenza sociale della famiglia, fondata da Arthur Guinness e consolidata dal figlio Benjamin Lee Guinness, figura realmente tra le più potenti e rispettate dell’Irlanda ottocentesca. Tuttavia, molte delle trame e dei dettagli mostrati sullo schermo non trovano riscontro nei documenti storici. Tra le libertà creative più evidenti c’è l’orientamento sessuale di uno dei protagonisti, rappresentato come gay senza che esistano prove a sostegno di questa interpretazione. Alcuni personaggi centrali, come il “fixer” Sean Rafferty, sono del tutto inventati, creati per dare maggiore dinamismo e tensione drammatica. Anche diverse scene chiave, come una rivolta nazionalista durante il funerale di Benjamin Lee Guinness, sono considerate pura fiction: nessun cronista dell’epoca ne fa menzione.
House of Guinness va intesa come intrattenimento storico più che come ritratto fedele della storia dei Guinness, ma c’è un altro aspetto poco gradito dai critici irlandesi. Pur ambientata a Dublino e in parte a New York, in realtà è stata girata in gran parte nel Nord-Ovest dell’Inghilterra e nel Galles. La produzione ha infatti scelto città come Liverpool e Manchester per replicare le strade della Dublino storica e persino gli ambienti newyorkesi, perché gli edifici e i quartieri irlandesi moderni non rispecchiavano più l’aspetto della città del XIX secolo. Una delle location principali della fabbrica dei Guinness è stata lo storico complesso dei magazzini del tabacco di Stanley Dock a Liverpool, scelto perché consentiva di ricreare tutti gli ambienti industriali — stive, magazzini, banchine — in uno spazio unico.
Il palazzo della famiglia Guinness, l’“Iveagh House” di Dublino dell’epoca, ha invece trovato la sua controparte esterna nel grandioso complesso di Croxteth Hall sempre a Liverpool, mentre gli interni più sontuosi sono stati costruiti nei grandi studi di Space Studios Manchester a Manchester. Anche un pub-locanda storico, usato per una scena emotiva importante, era un vero pub di Liverpool, trasformato per le riprese; e perfino alcune scene ambientate nella campagna irlandese sono state filmate in paesaggi gallesi. Oltre alla fedeltà storica, la serie ha limiti anche sulla fedeltà geografica.
C’è una cosa in cui concordano tutti gli scrittori e una buona parte degli spettatori: una colonna sonora elettrica e coinvolgente con canzoni contemporanee che si distinguono dal dramma storico. Sebbene alcuni abbiano trovato il netto contrasto tra i periodi storici una distrazione, i più sono stati felicissimi di sentire la colonna sonora anacronistica con i Fontaines D.C. e Kneecap che conferiscono un’energia rauca, The Mary Wallopers e The Chieftains che offrono inni folk irlandesi, Lisa O’Neill che è presente con carezze sonore e i punk celtici The Feelgood McLouds che danno vigore alle scene.
The House of Guinness si avvale anche delle composizioni di Ilan Eshkeri, che fa sì che la musica riesca a diventare una presenza viva e pulsante nella narrazione, quasi un personaggio a sé stante. Il compositore trasforma la serie Netflix da semplice dramma storico a esperienza emotiva moderna e viscerale.Lavorando a stretto contatto con il creatore della serie Steven Knight, Eshkeri ha capito che la storia della famiglia Guinness non poteva essere accompagnata solo da una musica orchestrale tradizionale. La colonna sonora intreccia melodie del folk irlandese con sonorità più scure e contemporanee, evocando le tensioni politiche e sociali della Dublino vittoriana. Knight stesso, in un’intervista a BBC Radio 4, definisce la musica “un modo quasi disonesto di suscitare emozione”, ma ammette che proprio questa immediatezza permette di far sentire al pubblico ciò che la storia vuole trasmettere.
Il tono ribelle e travolgente della musica è stato ispirato dalla nuova generazione di artisti irlandesi, caratterizzata da un’energia cruda e spavalda. Desiderava che la colonna sonora riflettesse la giovinezza, la ribellione e il senso di libertà dei quattro eredi di Sir Benjamin Guinness, tutti poco più che ventenni, improvvisamente investiti da enormi responsabilità familiari. La musica di The House of Guinness non cerca di imporsi, ma accompagna e amplifica le emozioni, donando vitalità tanto alle manovre politiche di Arthur Guinness quanto ai momenti più intimi della famiglia. È una colonna sonora che non si annuncia, ma respira insieme alla storia, un insieme di brani che lo spettatore vorrà riascoltare anche dopo la fine della serie.
Ecco la tracklist completa
Full House Of Guinness Soundtrack
Episode 1
‘Starburster’ – Fontaines D.C.
‘Get Your Brits Out’ – Kneecap
‘Devil’s Dance Floor’ – Flogging Molly
‘Hood’ – Kneecap
Episode 2
‘Cruel Katie’ – Lankum
‘In ár gCroíthe go deo’ – Fontaines D.C.
‘The Rich Man and the Poor Man’ – The Mary Wallopers
Episode 3
‘As I Roved Out’ – The Mary Wallopers
‘Goodnight World’ – Lisa O’Neill
‘Another Round’ – The Scratch
Episode 4
‘I bhFiacha Linne’ – Kneecap
‘Brother was a Runaway’ – Adrian Crowley
‘Jailbreak’ – Thin Lizzy
Episode 5
‘Brewing Up a Storm’ – The Stunning
‘Carraig Aonair’ – Pebbledash
‘Choose Life’ – Shark School
Episode 6
‘Come Out Ye Black and Tans’ – Derek Warfield & The Young Wolfe Tones
‘Meth Lab Zoso Sticker’ – I Dreamed I Dream
‘The Congress Reel’ – Poitin
‘The Granite Gaze’ – Lankum
‘Cheeky Bastard’ – The Scratch
‘Boil the Breakfast’ – The Chieftains
‘Lawmaker’ – YARD
‘Death Kink’ – Fontaines D.C.
Episode 7
‘Fáilte 2025’ – IMLÉ
‘Phil the Fluter’s Ball’ – Ruby Murray
‘Saints and Sinners’ – The Feelgood McLouds
‘Old Note’ – Lisa O’Neill
‘Amphetamines’ – Cardinals
‘Go Head’ – ROCSTRONG
‘It’s Been Ages’ – Kneecap
Episode 8
‘For Everything’ – The Murder Capital
‘The Parting Glass’ – Robocobra Quartet
‘All the Boys on the Dole’ – TPM
‘Nausea’ – Gurriers
‘The Parting Glass’ – Boygenius & Ye Vagabonds
‘Lawman’ – Gilla Band
‘Starburster’ – Fontaines D.C.
‘Beer, Beer, Beer’ – The Clancy Brothers
