News

L’Irlanda introduce il digital wallet per limitare l’accesso ai social dei minori

Digital Wallet
Scritto da Beatrice Maggi

Una rivoluzione digitale è alle porte: entro il primo trimestre 2026, l’Irlanda sperimenterà un sistema di verifica dell’età basato sull’identità digitale governativa. L’obiettivo? Proteggere i giovani dai rischi dei social network, seguendo l’esempio dell’Australia ma con un approccio europeo.

Il progetto pilota irlandese

L’Irlanda si prepara a diventare pioniera in Europa nella regolamentazione dell’accesso dei minori ai social media. Il ministro per i media Patrick O’Donovan ha annunciato che un progetto pilota per verificare età e identità degli utenti social sarà lanciato nei prossimi quattro mesi, con l’obiettivo di entrare in funzione nel primo trimestre del 2026.

Il sistema si baserà su MyGovID, il portale già esistente per l’identità digitale statale, utilizzato attualmente per accedere ai servizi pubblici come i pagamenti della previdenza sociale. L’idea innovativa è quella di estendere questo strumento istituzionale anche ai servizi privati, trasformandolo in una sorta di “passaporto digitale” universale.

“Le misure europee sulla protezione dei minori sono arrivate troppo lentamente”, ha dichiarato O’Donovan, giustificando così la decisione di procedere autonomamente, pur mantenendo l’obiettivo di un coordinamento a livello europeo durante la presidenza irlandese del Consiglio dell’UE nel 2026.

Tra protezione e libertà: il dibattito politico

La posizione del governo irlandese mostra però alcune sfumature. Se da un lato c’è un forte entusiasmo ai livelli più alti dell’esecutivo per limitare l’accesso dei minori ai social, dall’altro il primo ministro Micheál Martin ha espresso cautela rispetto a un divieto totale per gli under-16, sostenendo che servono ulteriori riflessioni prima di una misura così drastica e che sia meglio sviluppare fiducia in sé stessi e resilienza nei giovani.

Il Tánaiste Simon Harris ha invece mostrato un sostegno più deciso alla regolamentazione, ricordando che l’età minima per il consenso digitale in Irlanda è già fissata a 16 anni. Secondo la legge vigente, sotto questa soglia le piattaforme dovrebbero richiedere il consenso di un genitore o di un tutore per trattare i dati personali, ma in realtà questo requisito viene facilmente aggirato dai ragazzi che forniscono dati di nascita falsi.

Un alto funzionario governativo ha paragonato il piano di verifica dell’età al divieto di fumo, suggerendo che potrebbe avere un impatto culturale simile sulla società irlandese.

Le questioni critiche: privacy e tracciamento

L’uso di un’identità governativa per accedere a servizi privati solleva però importanti interrogativi. Digital Rights Ireland, organizzazione per la difesa dei diritti digitali, ha messo in guardia contro ciò che definisce un “salto enorme”: usare MyGovID o sistemi analoghi per accedere ai social media comporta rischi significativi per la privacy e la gestione dei dati personali.

Il timore principale è che un’identità progettata per scopi istituzionali diventi un “biglietto d’ingresso” obbligatorio per il web, facilitando il tracciamento dei cittadini e creando un sistema di sorveglianza digitale. La Commissione Europea ha già evidenziato che il sistema di verifica dell’età è progettato per essere privacy-preserving e user-friendly, permettendo agli utenti di provare di avere più di 18 anni senza condividere altre informazioni personali.

D’altra parte, c’è chi teme che questa misura possa minare la libertà di scelta e la responsabilità genitoriale. Per alcuni, la protezione dei minori dovrebbe passare principalmente attraverso l’educazione digitale, la consapevolezza e il ruolo attivo dei genitori, piuttosto che attraverso divieti tecnologici.

Il contesto europeo e il wallet digitale dell’UE

Il progetto irlandese si inserisce in un quadro europeo più ampio. Secondo il regolamento eIDAS 2.0, ogni cittadino dell’UE avrà accesso ad almeno un’identità digitale entro il 2026. Questi wallet digitali europei saranno progettati per archiviare in modo sicuro documenti d’identità, patenti di guida, carte di credito e altri documenti, consentendo agli utenti di confermare la loro età esatta o di dimostrare di rientrare in una specifica fascia d’età.

Cinque paesi – Italia, Danimarca, Francia, Grecia e Spagna – stanno già sperimentando sistemi di verifica dell’età da integrare nei loro wallet nazionali. La Commissione europea ha pubblicato un “blueprint” per un sistema di verifica dell’età, tecnicamente allineato con i futuri European Digital Identity Wallets, conosciuti anche come “mini wallet”.

Il 24 settembre 2025, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha sottolineato durante un evento ad alto livello che i bambini affrontano gravi pericoli online, tra cui esposizione ad algoritmi che creano dipendenza, contenuti per adulti, cyberbullismo e promozione dell’autolesionismo. Il 10 ottobre, 25 stati membri dell’UE (esclusi l’Estonia e il Belgio) hanno firmato la Dichiarazione di Jutland, impegnandosi ad aumentare gli sforzi per proteggere i bambini online.

L’impatto sulle Big Tech

Le grandi piattaforme social – molte delle quali hanno la sede europea proprio in Irlanda – si trovano di fronte a un potenziale cambiamento radicale dei loro sistemi di registrazione e verifica. I leader politici si aspettano l’opposizione delle grandi aziende tecnologiche, ma il governo irlandese ha deciso di procedere comunque, facendo della sicurezza online dei bambini un tema centrale della sua presidenza dell’UE.

Coimisiún na Meán, il regolatore dei media irlandese, sarà responsabile di decidere quando e come una piattaforma social dovrà utilizzare la verifica dell’età. Il governo ha già avviato discussioni con aziende tecnologiche come Google e Apple per testare il nuovo sistema sotto forma di programma pilota.

Dal luglio 2025, le piattaforme di condivisione video con sede in Irlanda devono già garantire controlli dell’età prima di mostrare contenuti per adulti, secondo il codice di sicurezza online di Coimisiún na Meán. La commissaria per la sicurezza online, Niamh Hodnett, ha spiegato che la verifica può essere gestita tramite intermediari sicuri, che forniscono solo un segnale alla piattaforma per confermare se l’utente ha più di 18 anni, senza condividere documenti d’identità.

Il caso Australia: un modello controverso

Il dibattito irlandese è stato profondamente influenzato dall’esperienza australiana. L’Australia è il primo paese al mondo a introdurre un divieto di social media per i minori di 16 anni, con la legge entrata in vigore il 10 dicembre 2025.

La legge australiana è più restrittiva rispetto al progetto irlandese: vieta completamente ai minori di 16 anni di avere un account sui social media, senza possibilità di consenso parentale. Le piattaforme che non rispettano il divieto rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani (circa 32 milioni di dollari USA).

TikTok ha dichiarato che rispetterà il divieto australiano, definendo le misure potenzialmente “sconvolgenti” per alcuni giovani utenti, ma necessarie per conformarsi alla legge. Meta ha annunciato che, a partire dal 4 dicembre, le sue piattaforme (Instagram, Facebook e Threads) avrebbero iniziato a rimuovere gli utenti di età inferiore a 16 anni.

Tuttavia, l’approccio australiano ha suscitato critiche significative. Gruppi per i diritti umani come UNICEF e il Human Rights Law Centre sostengono che il divieto assoluto mina i diritti dei bambini e potrebbe danneggiare il loro benessere, definendolo eccessivamente restrittivo. Il 26 novembre 2025, il Digital Freedom Project ha avviato un’azione legale presso l’Alta Corte australiana contro le nuove leggi, definendole un attacco “ingiusto” alla libertà di espressione.

L’efficacia del divieto australiano rimane inoltre incerta: divieti sui media e i videogiochi in paesi come Cina, Corea del Sud e Francia si sono rivelati in gran parte inefficaci, poiché i bambini aggirano le restrizioni utilizzando VPN e altri metodi.

O’Donovan ha dichiarato che il suo dipartimento ha incontrato rappresentanti del governo australiano per discutere del divieto, ma ha sottolineato che l’Australia non è soggetta alle stesse normative sui servizi digitali che si applicano agli stati membri dell’UE come l’Irlanda.

La situazione in Italia: normativa avanzata ma applicazione debole

Mentre l’Irlanda progetta il suo sistema di verifica digitale, l’Italia si trova in una posizione paradossale: dispone di una normativa avanzata sulla carta, ma manca di strumenti efficaci per farla rispettare.

In Italia, il minore può validamente prestare il consenso al trattamento dei dati personali al compimento dei quattordici anni, mentre per i minori di 14 anni il consenso deve essere prestato da chi esercita la responsabilità genitoriale. Questa soglia è stata fissata dal Decreto Legislativo 101/2018, che ha recepito il GDPR sfruttando la possibilità offerta dall’articolo 8 del regolamento europeo di abbassare il limite dai 16 ai 13 anni.

Nonostante questa normativa, il problema è che non esiste alcun controllo preventivo, poiché la verifica dell’età spesso si limita a una spunta o all’inserimento della data di nascita. I meccanismi di controllo successivi sono deboli, poiché i modelli di intelligenza artificiale utilizzati dalle piattaforme per intercettare i più piccoli non possono essere alimentati con informazioni sugli under-13, che non possono essere legalmente trattenute.

Dal 21 novembre 2023, l’AGCOM ha introdotto il sistema di Parental Control (PCS) attraverso la delibera 9/23/CONS, che prevede software e servizi gratuiti per filtrare contenuti inappropriati. Tuttavia, l’efficacia di questi strumenti dipende dall’iniziativa dei genitori e dalla loro capacità tecnica di implementarli.

Le proposte di legge italiane

Diverse forze politiche hanno presentato proposte per rafforzare i controlli sull’accesso dei minori ai social media. La proposta di Azione e Italia Viva, presentata nel 2023, prevede il divieto di accesso ai social per gli under-13 e il consenso parentale tra i 13 e i 15 anni, lasciando liberi gli over-15. La verifica dell’età dovrebbe basarsi sull’identità elettronica contenuta nel Digital Wallet europeo, di cui l’Italia è stata precursore con il sistema SPID.

Attualmente è in discussione al Senato un disegno di legge (atto n. 1136) che propone di alzare a 15 anni l’età minima per aprire un account sui social network, mantenendo a 16 anni il limite per il consenso autonomo al trattamento dei dati personali. Prima dei 15 anni non sarebbe possibile avere account sui social media, mentre sarebbe consentito fruire di altri servizi della società dell’informazione.

Il dibattito italiano riflette le stesse tensioni presenti in Irlanda e in altri paesi europei: da un lato, la necessità di proteggere i minori da contenuti dannosi, dal cyberbullismo e dalla dipendenza digitale; dall’altro, il timore di violare la privacy, limitare la libertà di accesso all’informazione e interferire con la responsabilità genitoriale.

Un recente sondaggio di Fine Gael in Irlanda ha rilevato che oltre il 90% dei genitori ritiene che i bambini dovrebbero avere almeno 13 anni prima di possedere uno smartphone, con molti che preferiscono 16 anni o più. Inoltre, il 93% dei genitori non si fida delle aziende di social media per agire nell’interesse dei bambini, evidenziando un chiaro consenso pubblico sulla necessità di maggiore regolamentazione.

I rischi per la salute mentale

Le preoccupazioni che alimentano queste iniziative legislative non sono infondate. Uno studio dell’OMS del 2024 ha rilevato che più di uno su dieci adolescenti (11%) mostra segni di comportamento problematico sui social media, con difficoltà a controllare l’uso e conseguenze negative. Le ragazze hanno riportato livelli più elevati di uso problematico rispetto ai ragazzi (13% contro 9%).

Le piattaforme stesse sono consapevoli di questi effetti. Sia TikTok che Meta hanno prodotto report interni che evidenziano i potenziali problemi di salute mentale dei loro utenti più giovani. TikTok ha annunciato che certi filtri di bellezza non saranno più disponibili ai minori di 18 anni, mentre Meta ha chiesto che l’Unione Europea trovi quanto prima un quadro comune di regole sull’età minima.

Verso un nuovo modello digitale europeo

Con il digital wallet in arrivo, l’Irlanda si colloca all’avanguardia in Europa nell’adozione di strumenti istituzionali per regolare l’accesso online dei minori. Non si tratta solo di un progetto tecnico: è un cambiamento culturale che ridefinisce la linea tra vita privata, cittadinanza e partecipazione digitale.

Il progetto pilota del 2026 potrebbe rappresentare un punto di svolta, offrendo un modello replicabile per tutta l’Unione Europea. Tuttavia, il successo di questa iniziativa dipenderà dalla capacità di bilanciare efficacemente la protezione dei minori con il rispetto della privacy, della libertà di espressione e del diritto all’informazione.

Per molte famiglie e per chi si occupa di tutela dei minori, questo passaggio sarà probabilmente visto come una misura necessaria e attesa da tempo. Per altri, invece, solleva dubbi legittimi su libertà, controllo e riservatezza in un’era sempre più digitalizzata.

Una cosa è certa: nel 2026 potremmo assistere alla nascita di un nuovo modello digitale, non solo per l’Irlanda ma potenzialmente per tutta l’Europa. Il modo in cui questo esperimento verrà implementato e accolto dai cittadini, dalle famiglie e dalle istituzioni potrebbe determinare il futuro della regolamentazione digitale nel continente, tracciando la strada tra protezione dei più vulnerabili e salvaguardia delle libertà fondamentali nell’ecosistema online.

Author

Riguardo all'autore

Beatrice Maggi