L’Ambasciata d’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura hanno ospitato un evento commemorativo incentrato sulla razzia del 16 ottobre 1943, uno dei capitoli più tragici della Shoah italiana
Ogni anno, il 27 gennaio, il mondo si ferma per ricordare. Il Giorno della Memoria, istituito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2005, commemora le vittime dell’Olocausto in coincidenza con la data della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, avvenuta il 27 gennaio 1945 da parte dell’Armata Rossa. In Italia, la legge n. 211 del 20 luglio 2000 ha ufficializzato questa ricorrenza per onorare non solo le vittime della Shoah, ma anche tutti coloro che persero la vita a causa delle leggi razziali e i deportati militari e politici nei lager nazisti.
La rete delle Ambasciate e degli Istituti Italiani di Cultura in tutto il mondo partecipa attivamente a questa commemorazione. Quest’anno, il 26 gennaio, l’Ambasciata d’Italia a Dublino e l’Istituto Italiano di Cultura hanno organizzato una serata commemorativa su invito, dedicata in particolare ai tragici eventi della deportazione del Ghetto di Roma dell’ottobre 1943.
Un documentario per non dimenticare
Al centro dell’evento la proiezione del documentario “La Razzia – Roma, 16 ottobre 1943” (2018, 60 min.) di Ruggero Gabbai, presentato in italiano con sottotitoli in inglese. Il film, attraverso immagini d’archivio e testimonianze dirette, ricostruisce gli eventi del 16 ottobre 1943, quando oltre mille ebrei romani furono strappati dalle loro case all’alba, caricati su camion e deportati ad Auschwitz. Di questi, solo sedici sopravvissero. Il rastrellamento del Ghetto di Roma rappresenta uno dei momenti più bui della Shoah italiana: la prima deportazione di massa di ebrei dalla Capitale, organizzata dalle SS tedesche con la complicità del silenzio.
Dopo i saluti istituzionali di Michela Linda Magrì, Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Dublino, e dell’Ambasciatore d’Italia in Irlanda Nicola Faganello, la serata è entrata nel vivo proprio con questa proiezione, che ha fatto da ponte tra la storia collettiva e le vicende personali di chi quella tragedia l’ha vissuta sulla propria pelle.
La testimonianza di Caryna Camarino: quando la memoria diventa impegno
Il momento più toccante della serata è stato la testimonianza di Caryna Camarino, nipote di Enzo Camarino, uno degli ultimi sopravvissuti al rastrellamento del Ghetto di Roma. La sua storia familiare si intreccia indissolubilmente con quella dell’Olocausto: il nonno sopravvissuto ad Auschwitz, il bisnonno Italo e la bisnonna Julia deportati e uccisi nel campo di sterminio.
Nata a Montréal, in Canada, Caryna è cresciuta circondata da una memoria fatta di racconti frammentati, silenzi eloquenti e dal numero 158509 tatuato sul braccio del nonno. Dal 2002 vive in Irlanda, dove ha scelto di trasformare quel pesante fardello ereditato in impegno civile, portando la testimonianza della Shoah nelle scuole e nelle istituzioni irlandesi. Il suo obiettivo è chiaro: fare in modo che il Giorno della Memoria non rimanga un semplice rituale annuale, ma diventi educazione attiva e responsabilità condivisa.
Nel suo racconto emerge la figura di Enzo Camarino: deportato ad Auschwitz a soli sedici anni, fu il più giovane tra i sopravvissuti del 16 ottobre 1943. Il numero sulla sua pelle, 158509, era inciso tra quello del padre Italo e del fratello Luciano. Una famiglia lacerata: della madre Julia e della sorella Wanda si persero le tracce nei forni crematori del campo. Solo pochi tornarono.
Dopo la Liberazione, Enzo rientrò a Roma, ma l’Italia del dopoguerra, concentrata sulla ricostruzione materiale, non seppe curare le ferite invisibili dei sopravvissuti. Per questo emigrò in Canada, dove costruì una nuova vita senza mai liberarsi davvero del trauma. Caryna racconta con sobrietà, evitando ogni retorica: l’incapacità del nonno di dormire in un letto, la vigilanza costante, un corpo che “non aveva mai capito che la guerra fosse finita”.
Camarino Bakery: un nome che rinasce
Il passaggio di testimone avviene in modo naturale e potente. A Dublino, Caryna apre un forno e sceglie di chiamarlo Camarino Bakery. Un gesto apparentemente semplice ma di enorme valore simbolico: restituire visibilità e dignità a un nome che qualcuno aveva cercato di cancellare per sempre. Il nonno, dal Canada, le invia i soldi per acquistare il primo sacco di chicchi di caffè. È il suo modo di esserci, di continuare a vivere attraverso la memoria e l’azione.
L’ultimo ricordo condiviso da Caryna è luminoso e straziante insieme: il giorno prima di morire, Enzo Camarino pronuncia una parola che la nipote non gli aveva mai sentito dire prima: “felice”. Felice perché quel nome, Camarino, era di nuovo scritto su un’insegna, questa volta in Irlanda, a migliaia di chilometri dal Ghetto di Roma.
Una memoria viva per il futuro
Alla serata hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni italiane e irlandesi, del mondo accademico e della società civile, esponenti del Corpo Diplomatico e del Dublin City Council, testimoniando l’importanza trasversale di questa commemorazione.
Il Giorno della Memoria, come ha sottolineato l’evento di Dublino, non è solo una ricorrenza da celebrare passivamente. È un momento di responsabilità collettiva: ricordare la Shoah significa dare un nome alle vittime, ascoltare le storie dei sopravvissuti e trasformare il passato in coscienza civile.
Il messaggio finale è chiaro e potente: il Giorno della Memoria non serve solo a ricordare chi non c’è più, ma a scegliere, ogni giorno, da che parte stare. Perché, come ci ricorda la storia di Caryna e di suo nonno Enzo, la memoria non appartiene al passato: è il lievito del nostro futuro.
