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Enrico Letta a Dublino: “L’Europa deve smettere di reagire e iniziare ad agire”

Intervista a Enrico Letta
Scritto da Maurizio Pittau

Oggi The Helix della Dublin City University ha ospitato il lancio del Jean Monnet Centre of Excellence COMPETE. L’ex Premier italiano ha portato a Dublino la sua visione per un’Europa più coesa, competitiva e capace di parlare con una voce sola al mondo.

Dublino si è confermata oggi un crocevia del pensiero europeo. The Helix, l’auditorium del campus di Glasnevin della Dublin City University, ha accolto un evento di alto profilo istituzionale e accademico: il lancio ufficiale di COMPETE — acronimo di Competitiveness, Opportunity and Money: Promoting the Economic Transformation of the EU — il nuovo Jean Monnet Centre of Excellence della DCU, finanziato dalla Commissione Europea con un grant di 100.000 euro e coordinato dal Dublin European Law Institute (DELI).

Radio Dublino era presente all’evento e ha avuto l’opportunità di intervistare in esclusiva Enrico Letta, ex Presidente del Consiglio italiano e autore del report Much More than a Market. Nell’intervista gli abbiamo chiesto del ruolo strategico dell’Irlanda nell’Unione Europea, del fenomeno della fuga dei cervelli dall’Italia verso l’Irlanda e più in generale dalla vecchia Europa verso Asia e Stati Uniti.

Il video dell’evento e intervista a Enrico Letta

Riprese: Kristina Tomic

Il centro e i suoi protagonisti

COMPETE è guidato dal Professor Federico Fabbrini, Professore di Diritto Europeo e Direttore fondatore del DELI, che riunisce le competenze interne dell’Istituto in diritto, politica ed economia dell’UE per analizzare come i quadri normativi, fiscali e finanziari dell’Unione plasmino la competitività e la trasformazione economica del continente. Rispecchiando le priorità dei rapporti Draghi e Letta, il centro si concentra su tre driver fondamentali: Regulation (regolazione), Public Money (fondi pubblici) e Private Money (capitali privati). Attraverso conferenze, seminari, blog, podcast, Working Paper e policy brief, COMPETE produrrà analisi politicamente rilevanti da condividere con decisori istituzionali, ricercatori e opinione pubblica.

Il Professor Fabbrini ha dichiarato: “Il Dublin European Law Institute è lieto di accogliere un keynote speaker del calibro di Enrico Letta. Il suo rapporto ad alto livello sul futuro del mercato interno dell’UE fornisce la mappa di ricerca e l’agenda politica del nostro nuovo Jean Monnet Centre of Excellence COMPETE.”

L’evento, aperto al pubblico sia in presenza che in livestream, si è aperto con il benvenuto del Professor Dáire Keogh, Presidente della Dublin City University. Dopo i due keynote principali, si è tenuta una tavola rotonda ad alto livello con la partecipazione di Valerio Scollo (Partner, GSK Stockmann), Danny McCoy (CEO di Ibec), Massimo Fabio (Partner e Head of Trade & Customs, KPMG Italy) e Andrew Byrne (Director EU Policy Coherence, Department of Foreign Affairs and Trade), moderata dal Professor John Doyle, Vice President for Research della DCU. A seguire, un panel accademico con Dr Christy Ann Petit, Dr Niall Moran, Dr Ian Cooper e Dr John Quinn. Tra il pubblico era presente anche Nicola Faganello, Ambasciatore italiano a Dublino, a testimonianza dell’attenzione con cui l’Italia segue il dibattito europeo che si svolge nel cuore della capitale irlandese.

Due rapporti, una visione: Letta, Draghi e il futuro dell’Europa

Per comprendere appieno il significato dell’evento di oggi alla DCU, è necessario fare un passo indietro e ricordare cosa sono — e cosa rappresentano — i due documenti che da mesi orientano il dibattito economico e politico europeo.

Il primo è Much More than a Market, scritto da Enrico Letta e pubblicato nell’aprile 2024 su mandato della Commissione Europea. Il secondo è The Future of European Competitiveness, il monumentale rapporto firmato da Mario Draghi, presentato nel settembre 2024 e poi pubblicato integralmente nel 2025. Insieme, i due testi costituiscono oggi la mappa intellettuale e politica con cui l’Unione Europea tenta di ridisegnare il proprio futuro economico. Non a caso, l’Irlanda — che assumerà la Presidenza del Consiglio dell’UE nel luglio 2026 — ha già indicato entrambi i documenti come riferimento centrale della propria agenda europea.

Il Rapporto Letta: il mercato unico come progetto politico e sociale

Il punto di partenza di Letta è tanto semplice quanto scomodo: il mercato unico europeo, creato trent’anni fa, è nato un un contesto completamente diverso e non è mai stato davvero completato. Come ha ricordato Letta a Dublino “negli anni novanta il PIL italiano era superiore alla somma del PIL di Cina e India“, e nei decenni successivi, l’Europa si è concentrata quasi esclusivamente sull’Unione Monetaria, trascurando tre pilastri fondamentali senza i quali l’integrazione rimane incompiuta. Il primo è la Savings and Investment Union: l’assenza di una vera unione dei capitali impedisce alle imprese europee di raccogliere risorse su scala continentale, dirottando il risparmio privato degli europei verso Wall Street e altri mercati più efficienti. Il secondo è la Connectivity: la frammentazione delle infrastrutture fisiche e digitali ostacola la libera circolazione di persone, beni e dati, rendendo il mercato interno molto meno fluido di quanto appaia sulla carta. Il terzo è l’Energy Union: senza una politica energetica comune, gli stati membri restano vulnerabili agli shock esterni e i costi dell’energia penalizzano gravemente la competitività industriale europea.

Ma il report va oltre la diagnosi economica. Il vero cuore del lavoro di Letta è la proposta di superare la percezione del mercato unico come semplice area commerciale, per trattarlo invece come un pilastro politico e sociale dell’UE. In questa direzione, introduce il concetto di “quinta libertà”: accanto alla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali, l’Europa deve ora promuovere la libera circolazione di ricerca, innovazione, educazione e conoscenza — quello che il report chiama European Knowledge Commons. Un’ambizione che si traduce in proposte concrete: un diploma europeo che affianchi o sostituisca i titoli nazionali, rendendo le qualifiche pienamente comparabili in tutto il continente, e uno status riconosciuto per la ricerca europea, che oggi mette i ricercatori del Vecchio Continente in sistematico svantaggio rispetto agli omologhi americani e asiatici. L’approccio è dichiaratamente politico e strutturale: trasformare in profondità il mercato unico, rafforzarne il ruolo globale, e farne uno strumento di riduzione delle disuguaglianze territoriali e settoriali, con una forte attenzione alla dimensione sociale e alla coesione.

Il Rapporto Draghi: la radicalità come urgenza

Se Letta costruisce una visione, Draghi fornisce la diagnosi clinica e la terapia d’urto. The Future of European Competitiveness è un documento di oltre 400 pagine che non lascia spazio all’ottimismo di facciata: l’Europa sta perdendo terreno rispetto a Stati Uniti e Cina in modo strutturale, e senza interventi radicali il declino diventerà irreversibile.

Tre sono le urgenze sistemiche attorno a cui Draghi costruisce il suo ragionamento. La prima è colmare il divario di innovazione: l’Europa produce ricerca di qualità, ma non riesce a trasformarla in imprese scalabili e tecnologie dominanti. Questo vale in modo particolare per l’intelligenza artificiale e le tecnologie avanzate, dove il ritardo rispetto agli USA è già molto significativo. La seconda è unire decarbonizzazione e competitività: la transizione verde, gestita male, rischia di diventare un handicap industriale — come già accaduto nel settore automobilistico. Il terzo asse è ridurre le dipendenze strategiche da paesi terzi in energia, tecnologia e difesa, rafforzando la sovranità europea in settori critici. Per finanziare questo programma, Draghi stima un fabbisogno aggiuntivo di 800 miliardi di euro all’anno, circa il 5% del PIL dell’UE, comparando la portata dell’intervento necessario al Piano Marshall del dopoguerra. Tra gli strumenti proposti: la rimozione delle barriere normative che frammentano il mercato, il potenziamento della Capital Markets Union per mobilitare il risparmio privato europeo, la riforma del mercato del lavoro e l’integrazione della tassazione. L’approccio è dichiaratamente economico e tecnico: meno narrativo di Letta, più operativo, con raccomandazioni misurabili settore per settore.

Letta e Draghi: complementari, non rivali

I due report sono stati spesso letti in chiave comparativa, talvolta contrappositiva. Draghi più radicale, Letta più morbido; Draghi più operativo, Letta più politico. Ma questa lettura rischia di perdere ciò che conta davvero: i due testi si completano a vicenda, e insieme definiscono l’agenda europea per il decennio che viene.

Le somiglianze sono profonde: entrambi partono dalla consapevolezza che l’Europa stia perdendo competitività globale in modo strutturale; entrambi individuano nella frammentazione normativa, nella carenza di investimenti e nella debolezza dei mercati dei capitali i nodi da sciogliere; entrambi considerano digitalizzazione e transizione verde come opportunità da cogliere, non minacce da subire. Le differenze sono di stile e di registro. Letta opera su un piano politico-strategico, puntando a rifondare il mercato unico come sistema socio-economico coeso, con forte attenzione alla dimensione sociale, alla coesione territoriale e ai diritti dei cittadini. Draghi si muove su un piano analitico e tecnico, concentrandosi sull’efficacia delle politiche economiche, sulla produttività e sulla capacità dell’Europa di competere nelle dinamiche globali, con minore enfasi sulla dimensione sociale.

Letta, nel suo intervento di oggi, ha risposto con nettezza a chi lo accusa di eccessiva cautela rispetto alla radicalità draghiana: “L’azione è fondamentale. L’Europa deve finire di reagire e iniziare ad agire.” Una risposta che vale anche come chiave di lettura per entrambi i report: Letta costruisce il consenso politico necessario, Draghi fornisce gli strumenti tecnici per tradurlo in realtà. Senza l’uno, l’altro rischia di restare sulla carta.

Compete

La parola a Enrico Letta

Il keynote di Letta ha attraversato decenni di storia europea con la lucidità di chi quella storia l’ha vissuta dall’interno, e con la preoccupazione di chi vede il tempo stringersi. “L’anno scorso abbiamo iniziato ad implementare, discutere, elaborare,” ha detto, “ma devo essere molto franco: ho avuto la sensazione che dovessimo fare un salto di livello nella consapevolezza di ciò che dobbiamo fare. Bisogna evitare la frammentazione di mille misure e dozzine di iniziative che non danno alle persone la possibilità di capire dove stiamo andando. Abbiamo bisogno di una nuova narrativa.”

Una frase, questa, che suona più come un programma politico che come un’analisi accademica. E che trova terreno fertile in Irlanda: il paese, che assumerà la Presidenza del Consiglio dell’UE nel luglio 2026, ha già indicato l’agenda Letta-Draghi come il cuore della propria azione europea. Il Ministro di Stato Thomas Byrne TD, che ha preso la parola dopo Letta, ha confermato l’intenzione di Dublino di fare della competitività economica il filo conduttore del semestre irlandese.

Il mercato unico che non c’è ancora

Letta ha restituito con efficacia la portata di ciò che il mercato unico ha reso possibile, e di ciò che ancora manca. “Senza mercato unico non esisterebbero né Erasmus né Ryanair,” ha detto, indicando con due simboli complementari — uno culturale, uno commerciale — quanto il progetto europeo abbia cambiato la vita quotidiana dei cittadini. Ma la sfida, oggi, è di tutt’altra portata.

Il caso delle telecomunicazioni è emblematico. Negli anni Novanta, l’Europa era all’avanguardia a livello mondiale in questo settore. Oggi è marginale, vittima della propria frammentazione. I numeri citati da Letta parlano da soli: la media degli utenti per operatore telecom è di 46 milioni in Cina, 164 milioni negli Stati Uniti e appena 5 milioni in Europa. Questa dispersione rende impossibile agli operatori europei accumulare le risorse necessarie per investire nella prossima generazione di reti e tecnologie, condannando il continente a un ruolo di follower tecnologico. L’Europa — ha osservato Letta — è fatta di piccole e grandi imprese, e va bene così. Ma le grandi imprese devono essere sempre più grandi e globali per poter competere sui mercati internazionali. In questo senso, ha citato Airbus come raro e virtuoso esempio di campione industriale europeo con una governance e una visione realmente sovranazionali, non nazionale: un modello da replicare, non un’eccezione da ammirare.

Istruzione, ricerca e la fuga dei cervelli

Sul fronte dell’istruzione, Letta ha indicato due nodi critici che il suo report affronta con forza. Il primo è la necessità di un diploma europeo che affianchi o sostituisca i titoli nazionali, rendendo le qualifiche pienamente comparabili e riconoscibili in tutto il continente. Il secondo è la mancanza di uno status riconosciuto per la ricerca europea: i ricercatori del Vecchio Continente si trovano in posizione di sistematico svantaggio rispetto agli omologhi americani e asiatici, e questo alimenta direttamente la fuga dei cervelli — un tema che Radio Dublino ha approfondito nell’intervista a Letta, chiedendogli in particolare del caso italiano, con migliaia di ricercatori e professionisti che ogni anno scelgono l’Irlanda, e della più ampia dispersione di talenti europei verso gli Stati Uniti e l’Asia.

Dicembre 2025: la svolta rivoluzionaria

In quello che è stato forse il passaggio più sorprendente del suo intervento, Letta ha indicato il dicembre 2025 come un momento di autentica rottura nella storia dell’integrazione europea. Con la creazione degli Eurobond e l’avvio di una reale cooperazione militare in risposta alla guerra in Ucraina, l’Europa ha fatto scelte che fino a poco tempo fa sembravano impensabili. Ha aggiunto che i sistemi industriali e della difesa devono essere unificati al più presto, sottolineando come la sicurezza e la competitività economica siano oggi due facce della stessa medaglia.

Il testamento di Delors

In uno dei momenti più toccanti del suo intervento, Letta ha evocato la figura di Jacques Delors, il grande europeista, già Ministro delle Finanze francese e Presidente della Commissione Europea, scomparso tre mesi prima che il report Much More than a Market venisse finalizzato. Nell’ultimo dialogo che ebbe con lui, Delors indicò a Letta le due priorità assolute per far crescere e unire sempre di più l’Europa: la politica di coesione e il viaggio — la mobilità fisica tra i cittadini del continente. Una priorità, quella della mobilità, che risuona in modo particolare per chi, come Letta stesso, vive e lavora tra Italia, Spagna e Francia, costruendo relazioni e visioni europee un incontro alla volta.

Riprese: Kristina Tomic

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