Dopo quasi trent’anni di silenzio, il jazz è tornato a riempire le strade, i pub e le piazze di Portlaoise. Dal 30 gennaio al 1 febbraio scorsi, la cittadina di County Laois ha vissuto un weekend straordinario che ha fatto rivivere una tradizione musicale che sembrava perduta per sempre.
Una rinascita attesa da decenni
Il Portlaoise Jazz Festival, nato nel 1988 in un periodo di grande fermento culturale per l’Irlanda, rappresentava allora un tentativo ambizioso di portare la musica jazz in una cittadina di provincia, lontana dai grandi centri urbani. Per tutti gli anni Novanta, il festival prosperò, attirando musicisti irlandesi e internazionali e trasformando Portlaoise in un punto di riferimento per gli appassionati del genere. Tuttavia, alla fine del decennio, una combinazione di difficoltà economiche e di mancanza di sostegno istituzionale portò alla sua scomparsa, lasciando un vuoto nel calendario culturale locale che molti residenti hanno rimpianto per anni.
La rinascita è stata possibile grazie a un gruppo di volontari appassionati che hanno lavorato per mesi alla riorganizzazione dell’evento, cercando sponsor, coinvolgendo i commercianti locali e costruendo una rete di venue disponibili a ospitare concerti. Il risultato è stato un evento che ha superato ogni aspettativa, con oltre quaranta performance distribuite in più di venti diverse venue, trasformando l’intera città in un palcoscenico diffuso dove jazz, blues, soul e improvvisazioni sonore si sono alternati senza sosta.
Il fascino dell’intimità
L’apertura ufficiale, venerdì sera al Dunamaise Arts Centre, ha visto protagonista il quartetto di Lee Meehan, che con la sua proposta di jazz contemporaneo ha dato il via a quello che gli organizzatori hanno chiamato “Jazz Trail” – un percorso musicale urbano che ha coinvolto pub storici, ristoranti, beer garden e spazi pubblici del centro. Ma è stata soprattutto l’intimità dei piccoli spazi a rendere questa edizione davvero speciale: sedersi al banco di un pub mentre una band swing suonava a pochi metri di distanza, sorseggiare una birra in un cortile interno accompagnati da improvvisazioni dal vivo, o scoprire nuovi musicisti tra una portata e l’altra in un ristorante gremito hanno creato quel contatto diretto con la musica che i grandi festival spesso non riescono a offrire.
Un programma ricco e variegato
Il festival ha offerto un ventaglio stilistico impressionante, testimoniando la straordinaria versatilità del linguaggio jazzistico contemporaneo. Il venerdì si è aperto con atmosfere più delicate: i Tenters Gypsy Jazz Band hanno inaugurato il pomeriggio in biblioteca con il loro swing gitano dalle sonorità acustiche, perfetto per un pubblico di famiglie, mentre l’Indigo Mood Duo ha portato eleganza jazz classica sulla mezzanine del Dunamaise Arts Centre prima che il quartetto di Lee Meehan chiudesse la serata con il suo jazz contemporaneo di alto livello.
Il sabato ha visto esplodere il festival in tutta la sua energia caotica e vitale. Dopo un’apertura mattutina con la tradizionale St. Joseph’s Accordion Band, che ha mescolato folk e jazz, il pomeriggio è stato dedicato alla formazione con workshop e jam session guidati da Conor Guilfoyle, un momento prezioso di condivisione tra musicisti di diverse esperienze. Dalla sera in poi, i pub e i beer garden del centro si sono trasformati in un vero labirinto musicale dove gli spettatori potevano scegliere tra proposte diversissime: il modern jazz e groove di Karl Clews, il blues contaminato degli Urban Mojo Blues, le sonorità psichedeliche e sperimentali dei Powernap, la bossa nova e i ritmi latino-americani dei Bossa Nua, il dixieland travolgente della Des Hopkins Dixieland Jazz Band, il crossover indie-jazz degli Square Pegs, la fusion rock dei Moon Rockers, il jazz europeo con influenze folk della Dobrzanska Band, l’esplosivo funk elettronico degli 8-Bit Funk, il jazz vocale del trio di Anita Malzone, e persino intermezzi con il DJ Brackbeats che ha proposto elettronica jazz-inspired. L’Italia era rappresentata dalla presenza del pianista Dario Rodighero, ormai quasi resident pianist dell’Italian Fusion Festival, con i Quadrivium, che in tarda serata al Mixer/Coppers Venue ha proposto una proposta di jazz-fusion contemporaneo, caratterizzata da improvvisazione, ritmi complessi e un approccio dinamico al genere.
La domenica ha mantenuto il ritmo intenso con performance che sono andate avanti per tutto il giorno: dal jazz evocativo di Yuzuha O’Halloran al soul-jazz di Big Spoon, dall’alternative jazz dei Tiny Crimes al duo acustico di Niamh & Eamonn, passando per la tradizionale contemporaneità dell’Hothouse Big Band, il set vocale di Annette Joy, gli standard reinterpretati dei Blue Moon, la session improvvisata della Secret Jazz Band, il tribute-style dei Faster Shorter Louder, fino alla chiusura con la Jazz Jam Allstars, una session aperta a tutti che ha incarnato lo spirito più autentico del jazz: quello dell’improvvisazione condivisa e della comunità musicale.
Questa incredibile varietà ha permesso al festival di coprire praticamente ogni sfaccettatura del jazz moderno: dal dixieland tradizionale al jazz-fusion contemporaneo, dal blues-jazz al latin jazz, dal jazz vocale alle sperimentazioni più ardite, creando un’offerta che poteva soddisfare tanto i puristi quanto i neofiti, tanto gli amanti dello swing quanto quelli del funk elettronico. La scelta di programmare band di diversi livelli di esperienza e notorietà, inoltre, ha contribuito a creare quell’atmosfera democratica e inclusiva che ha reso questo festival così speciale.
I protagonisti del weekend
Tra le decine di performance che hanno animato il festival, due band hanno lasciato un’impressione particolarmente forte, incarnando perfettamente due anime diverse ma complementari del jazz.
La Des Hopkins Dixieland Jazz Band ha regalato una delle serate più memorabili del festival, riportando in vita lo spirito autentico del jazz tradizionale con una performance che ha letteralmente fatto esplodere il pub che li ospitava. Dal primo riff di tromba, la band ha dimostrato una padronanza tecnica straordinaria del repertorio dixieland, quel jazz nato a New Orleans all’inizio del Novecento e caratterizzato da improvvisazioni collettive e ritmi sincopati irresistibili.
Hopkins e i suoi musicisti non si sono limitati a una riproposizione accademica del genere: hanno infuso energia pura in ogni brano, con il sax che danzava attorno alla tromba in contrappunti virtuosistici, mentre la sezione ritmica manteneva un groove inesorabile che ha costretto praticamente l’intero pubblico ad alzarsi e ballare. La scelta di brani classici come “When the Saints Go Marching In” è stata sapientemente alternata a pezzi meno noti del repertorio tradizionale e a brani swing, dimostrando una profonda conoscenza della materia. Ma ciò che ha davvero conquistato il pubblico è stata l’evidente gioia con cui suonavano: ogni musicista sembrava divertirsi come un bambino, e questa energia si è trasmessa direttamente alla folla in un’ondata di entusiasmo contagioso. In un’epoca in cui il jazz viene spesso percepito come musica d’élite o intellettuale, i Des Hopkins hanno ricordato a tutti che, alle sue origini, era musica da ballare, da vivere con il corpo oltre che con la mente.
All’altro estremo dello spettro musicale, gli 8-Bit Funk hanno rappresentato l’anima più contemporanea e sperimentale del festival, portando sul palco del gremito Sally Gardens Pub un concept tanto originale quanto brillante: la reinterpretazione jazzistica delle colonne sonore dei videogiochi. Questa formazione ha dimostrato che il jazz può davvero dialogare con qualsiasi linguaggio musicale, anche quello apparentemente più distante dalla tradizione.
La band ha trasformato temi iconici di Super Mario, Zelda e Pokémon in sofisticate composizioni che fondono funk, samba, jazz e molto altro. Il risultato è stato un wall of sound stratificato e ipnotico che ha lasciato il pubblico letteralmente a bocca aperta. Ascoltare “Bob-omb Battlefield” da Super Mario 64 reinterpretato in chiave funk-jazz, con il sassofono di O’Halloran che ricamava assoli virtuosistici sopra un groove serrato della sezione ritmica, è stata un’esperienza sorprendente. La melodia, che per milioni di giocatori in tutto il mondo evoca ricordi d’infanzia, veniva smontata e ricostruita con un’inventiva armonica degna dei migliori arrangiatori jazz, pur mantenendo intatta quella qualità nostalgica che la rende così riconoscibile. Gli 8-Bit Funk hanno dimostrato che il jazz del XXI secolo può e deve guardare alla cultura contemporanea non con snobismo ma con curiosità creativa, trovando nella musica dei videogiochi – spesso sottovalutata ma ricchissima di melodie memorabili e armonie sofisticate – un terreno fertile per l’improvvisazione e la reinvenzione.
Un festival per tutti
Va detto, però, che non tutte le performance hanno raggiunto questi picchi di eccellenza. Come spesso accade nei festival di dimensioni contenute, accanto a musicisti di grande esperienza e talento si sono alternati sul palco artisti meno qualificati e rilevanti nel panorama jazzistico. Alcuni set hanno mostrato evidenti limiti tecnici, con improvvisazioni prevedibili, arrangiamenti piuttosto scolastici e un pubblico disinteressato. Tuttavia, nel contesto complessivo del festival, anche queste performance hanno trovato la loro ragion d’essere: Portlaoise non si è proposto come un evento d’élite per soli intenditori, bensì come una celebrazione popolare e inclusiva del jazz in tutte le sue sfaccettature.
Questa scelta di programmare artisti di diversi livelli si è rivelata particolarmente azzeccata per coinvolgere anche i neofiti del genere. Chi si avvicinava al jazz per la prima volta poteva trovare proposte più accessibili e immediate, senza sentirsi intimidito dalla complessità armonica e ritmica che caratterizza le esibizioni dei musicisti più affermati.
Il Jazz Irlandese: tradizione e confronti
Portlaoise si inserisce ora in quel ricco panorama di festival jazz che attraversa l’intera Irlanda, un paese che ha sviluppato negli ultimi cinquant’anni un rapporto particolare con questo genere musicale. Il Cork Jazz Festival, nato nel 1978, rimane il più importante e longevo del paese, capace di attirare ogni anno oltre 100.000 visitatori e musicisti di fama internazionale. Cork ha saputo trasformare il jazz in un evento di massa, con centinaia di concerti che invadono letteralmente ogni angolo della città, dai teatri ai pub più piccoli.
Il City of Derry Jazz and Big Band Festival, nell’Irlanda del Nord, rappresenta invece un modello diverso, più incentrato sulle big band tradizionali e sul repertorio swing, con una forte componente educativa rivolta ai giovani musicisti. A Dublino, pur in assenza di un vero Jazz Club , la capitale ospita una scena jazz vivace tutto l’anno. Il confronto con l’Italia è interessante e rivela approcci diversi alla cultura del jazz. I festival italiani, da Umbria Jazz a Clusone Jazz, tendono a essere eventi più strutturati e istituzionalizzati, spesso con budget considerevoli. L’approccio irlandese è invece più informale e democratico: meno attenzione alle grandi star internazionali, più spazio ai musicisti locali e alle jam session aperte. I festival irlandesi nascono spesso dal basso, dall’iniziativa di comunità locali che vedono nel jazz un’occasione di aggregazione sociale prima ancora che un evento culturale d’élite. Questa differenza si riflette anche nelle venue: mentre in Italia i concerti jazz si svolgono principalmente in teatri, auditorium e spazi formali, in Irlanda il cuore pulsante della scena jazz rimane il pub, con la sua atmosfera conviviale e la sua tradizione di musica dal vivo.
Portlaoise ha pienamente adottato questo modello irlandese, creando un evento che privilegia la partecipazione popolare e l’accessibilità. Il fatto che molti concerti fossero gratuiti o a offerta libera, che i pub rimanessero aperti fino a tarda notte con musica continua, tutto questo ha creato un’atmosfera molto diversa da quella dei grandi festival italiani, più intima e partecipativa.
Uno sguardo al futuro
Se questo primo weekend di febbraio ha dimostrato qualcosa, è che il jazz continua a vivere nei luoghi più inaspettati, dove il pubblico è vicino, la musica scorre libera e ogni nota si sente con il cuore. E Portlaoise, dopo trent’anni, ha dimostrato di non aver dimenticato il proprio ritmo. Gli organizzatori hanno già annunciato che lavoreranno per rendere l’evento annuale, con l’ambizione di farlo crescere mantenendo però intatta quella dimensione umana e accessibile che ne ha fatto il successo. Il jazz è tornato a casa, e questa volta sembra destinato a rimanerci.
