Dal prossimo settembre, oltre 2.000 musicisti, attori, scrittori e creativi irlandesi riceveranno un reddito di base garantito dallo Stato. È la prima volta in Europa – forse al mondo – che un governo introduce una misura permanente di questo tipo.
Aisling Murphy serviva pinte in un pub di Galway sei sere a settimana. Tra un turno e l’altro, provava a scrivere canzoni. “Tornavo a casa alle due di notte troppo stanca anche solo per prendere in mano la chitarra”, racconta. Poi è arrivato il Basic Income for the Arts: 325 euro a settimana, nessuna condizione se non continuare a fare musica. “Ho lasciato il pub. Ho finito l’album. Per la prima volta in dieci anni, mi sento davvero un’artista.” Storie come quella di Aisling sono alla base della decisione storica presa dal governo irlandese. Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2026, il ministro della Cultura Patrick O’Donovan ha confermato che il “Basic Income for the Arts” (BIA) diventerà permanente da settembre 2026. Circa 1.400 euro al mese a 2.000 beneficiari, con possibilità di estendere il programma ad altri 200 se le risorse lo permetteranno. “Non si tratta di assistenzialismo”, spiega O’Donovan. “È il riconoscimento che il lavoro creativo produce valore per l’intera società, non solo economico ma culturale e sociale. E che questo valore merita protezione.”
L’esperimento che ha convinto tutti
L’idea sembrava utopistica quando nel 2022 il governo lanciò la fase pilota. Pagare gli artisti semplicemente per essere artisti? I critici parlavano di spreco di denaro pubblico, di privilegio ingiustificato. Poi sono arrivati i numeri. Alma Economics, incaricata di valutare l’impatto del progetto, ha calcolato che tra il 2021 e il 2025 il programma ha generato oltre 100 milioni di euro in benefici per la società. Ogni euro investito ne ha restituiti 1,39 in valore complessivo. Ma la vera sorpresa è arrivata dall’analisi del benessere psicologico: 80 milioni di euro di valore sociale derivano dal miglioramento della salute mentale dei beneficiari.
“Prima del BIA vivevo in uno stato di ansia costante”, racconta Conor O’Sullivan, attore e drammaturgo di Dublino. “Ogni mese era una roulette russa: riuscirò a pagare l’affitto? Dovrò abbandonare il teatro per un call center?” Con il sussidio, O’Sullivan ha fondato una piccola compagnia sperimentale e ha assunto tre collaboratori. “Non sto diventando ricco, ma finalmente posso fare il lavoro per cui ho studiato.” I dati mostrano che gli artisti del programma pilota hanno aumentato i loro guadagni da attività creative di oltre 500 euro al mese. Contemporaneamente, hanno ridotto la dipendenza dai sussidi di disoccupazione e da altri aiuti sociali. Il risultato? Più arte, meno welfare.
Come funzionerà (e quanto costerà davvero)
Dal settembre 2026, musicisti, attori, danzatori, scrittori, artisti visivi e altri professionisti del settore potranno fare domanda. I posti disponibili sono 2.200; pagamenti mensili basati su 325 euro settimanali. Ma attenzione: non è un regalo senza condizioni. Il sussidio è tassabile come reddito professionale, secondo l’aliquota individuale di ciascuno. Per accedere servirà una Tax Clearance Certificate che attesti di essere in regola con il fisco. E qui arriva il primo nodo tecnico: il BIA non può essere combinato con l’Artists’ Exemption, l’agevolazione che già permette agli artisti irlandesi di non pagare imposte sui redditi creativi fino a 50.000 euro annui.
In pratica, chi riceverà il BIA dovrà dichiararlo come reddito separato e pagare le relative imposte, i contributi sociali (PRSI) e l’Universal Social Charge. Per alcuni, soprattutto chi già sfrutta l’esenzione fiscale, l’impatto netto potrebbe essere inferiore ai 325 euro settimanali lordi. “È una limitazione seria”, ammette un rappresentante di Praxis, il sindacato degli artisti che ha spinto per l’approvazione del programma. “Ma abbiamo preferito un sussidio imperfetto a nessun sussidio. Ora lavoreremo per perfezionare il meccanismo.” I criteri di selezione verranno definiti attraverso consultazioni con il settore nelle prossime settimane. Praxis, Visual Artists Ireland e il National Campaign for the Arts hanno già fatto pressione perché il processo sia trasparente e inclusivo, evitando che il programma favorisca solo artisti “affermati” o forme creative tradizionali.
La notte culturale irlandese sta morendo
Il BIA non nasce solo dall’idealismo. Dietro c’è un’emergenza culturale che i numeri rendono drammatica. Nel 2000, l’Irlanda contava 522 nightclub attivi. Oggi ne restano 83. Un crollo dell’84% in poco più di vent’anni. “Non è solo una questione di discoteche”, spiega un portavoce di Give Us The Night, l’organizzazione che ha redatto il rapporto “The Rhythm Of The Night”. “È l’intero ecosistema culturale notturno che sta collassando. E con esso, centinaia di artisti che vivevano di quella scena.”
Le ragioni sono molteplici. Dublino ha l’orario di chiusura più anticipato dell’Unione europea: 2:30 del mattino, quando Berlino o Barcellona entra nel vivo della notte. Le licenze speciali costano migliaia di euro. Il Public Dance Halls Act, una legge del 1935, è ancora in vigore e impone vincoli anacronistici. Le assicurazioni sono proibitive. Il 71% dei gestori intervistati da Give Us The Night ritiene che i locali non possano sopravvivere in queste condizioni. L’84% chiede una revisione completa della normativa. Anche i pub continuano a chiudere, spazi che storicamente sono stati casa di tanti musicisti, in tutto il Paese. Ma finora il governo non ha mosso un dito. Il BIA, da solo, non risolverà questa crisi strutturale. Ma almeno offre un paracadute agli artisti che altrimenti sarebbero costretti ad abbandonare il settore o emigrare. Sara Ní Chatháin, danzatrice freelance di Cork, lo dice senza mezzi termini: “Senza il BIA, a quest’ora sarei a Londra o a Berlino. Qui non c’è lavoro per chi fa quello che faccio io.”
I rischi: non tutto è rose e fiori
Sarebbe ingenuo pensare che il BIA sia la soluzione perfetta. I dubbi sono legittimi e numerosi. Primo: la selezione. Chi deciderà quali artisti meritano il sussidio e quali no? Con 2.200 posti disponibili e migliaia di candidati potenziali, c’è il rischio che i criteri favoriscano chi è già inserito nel sistema, escludendo giovani emergenti, artisti non irlandesi o forme creative non convenzionali. Secondo: la sostenibilità. Coprire 2.200 artisti con 325 euro settimanali significa un impegno di decine di milioni di euro all’anno. Cosa succederà alla prima crisi economica o al primo cambio di governo? “Temo che tra cinque anni qualcuno decida che è troppo costoso”, confessa Conor O’Sullivan. “E che si torni alla normalità.”
Terzo: il rischio di sostituzione. Il governo potrebbe usare il BIA come scusa per tagliare altri investimenti culturali. Perché finanziare spazi, teatri, sale prove, se tanto gli artisti hanno il loro reddito garantito? Ma il BIA non costruisce infrastrutture, non riforma leggi obsolete, non abbassa i costi delle licenze. “Il BIA è un mattone fondamentale, ma da solo non costruisce una casa”, sintetizza un rappresentante di Visual Artists Ireland. “Serve un piano complessivo. Altrimenti rischiamo di avere artisti pagati che non hanno dove esibirsi.”
L’Irlanda come laboratorio europeo
Se guardiamo al resto d’Europa, l’Irlanda sta davvero esplorando un territorio inesplorato. Italia, Svezia, Finlandia e Germania hanno sperimentato forme di reddito di base, ma rivolte alla popolazione generale, non agli artisti come categoria professionale specifica. Nessun Paese europeo ha mai introdotto un programma permanente, strutturato e dedicato esclusivamente al settore creativo con queste dimensioni. Se il BIA funzionerà – se resisterà ai cambi politici e alle crisi economiche – l’Irlanda diventerà un modello da studiare, copiare o evitare.
“Siamo tutti con gli occhi puntati su Dublino”, conferma un funzionario del Ministero della Cultura francese contattato da Radio Dublino. “Se l’esperimento avrà successo, molti governi europei potrebbero seguire. Se fallirà, servirà come monito.” Praxis e le altre organizzazioni del settore ne sono consapevoli. Nelle consultazioni di settembre 2025, che hanno coinvolto oltre 250 rappresentanti del mondo culturale, il messaggio è stato chiaro: il BIA è una conquista storica, ma deve essere monitorato, perfezionato, difeso. E soprattutto, deve restare un punto di partenza, non di arrivo.
Scommessa vinta o rischio calcolato?
Torniamo a Galway, nello studio dove Aisling Murphy ha finalmente potuto finire il suo album. “Tra due mesi uscirà”, dice. “Senza il BIA, sarebbe ancora chiuso in un cassetto, sepolto sotto scontrini del pub e bollette non pagate.” Il Basic Income for the Arts rappresenta qualcosa di più di un sussidio. È una dichiarazione politica: l’arte non è un hobby per ricchi o un lusso per tempi prosperi. È lavoro, è valore, è cultura. E merita la stessa protezione di qualsiasi altra professione.
Ma il successo dipenderà da come sarà implementato, monitorato e integrato con altre politiche. Serviranno riforme sulle licenze, investimenti in spazi culturali, revisione delle leggi antiquate. Servirà trasparenza nei criteri di selezione. E servirà, soprattutto, la volontà politica di difendere il programma quando arriveranno le inevitabili critiche. “Non ci facciamo illusioni”, conclude un attivista di Praxis. “Sarà una battaglia continua. Ma per la prima volta abbiamo conquistato qualcosa di concreto. E non lo molleremo facilmente.”
Settembre 2026 è alle porte. L’Irlanda si prepara a un esperimento che potrebbe ridefinire il rapporto tra Stato, cultura ed economia in tutta Europa. Aisling Murphy, Conor O’Sullivan, Sara Ní Chatháin e altri duemila artisti irlandesi sperano che non sia solo un esperimento, ma l’inizio di una nuova normalità.
Per informazioni aggiornate sul programma e sui criteri di accesso, è possibile consultare il sito del Dipartimento della Cultura irlandese o contattare le associazioni di categoria come Praxis e Visual Artists Ireland.
