Ogni anno migliaia di persone si riuniscono sulle colline sacre di Uisneach, nella contea di Westmeath, per celebrare il Bealtaine Fire Festival. Uisneach è considerata, nella mitologia irlandese, il centro spirituale dell’isola, rendendola il luogo perfetto per celebrare la fine dell’inverno e l’arrivo dell’estate. Il festival si svolge nell’arco di due giorni, tra musica, cerimonie del fuoco, racconti, artigianato e spiritualità, ispirati alle antiche tradizioni celtiche. Si mangia un po’ di tutto, dal cibo tradizionale irlandese ai food truck più moderni, mentre, tra un concerto e una cerimonia, si incontrano musicisti, artisti, performer, famiglie, curiosi e praticanti spirituali provenienti da tutta Irlanda e non solo.
Bealtaine è una delle quattro principali feste stagionali celtiche legate alla natura e all’agricoltura, insieme a Samhain – o Halloween, come la conosciamo noi oggi, Imbolc e Lughnasadh. Celebra l’inizio dell’estate, che coincide con il punto medio tra l’equinozio di primavera e il solstizio d’estate. Rappresenta il ritorno della fertilità alla terra; e il suo elemento, come avrete intuito, è il fuoco. Il fuoco, nella tradizione di Bealtaine, non era soltanto simbolico: veniva acceso per proteggere il bestiame, purificare la terra e augurare prosperità alla comunità nei mesi estivi. Ancora oggi il momento dell’accensione del grande fuoco cerimoniale rimane il cuore del festival, accompagnato da tamburi, canti e processioni che trasformano le colline di Uisneach in qualcosa che sembra sospeso tra storia, rituale e leggenda.
Il festival è cambiato molto negli ultimi anni, aprendosi al pubblico, invece di rimanere esclusivo per i druidi praticanti. Questo, ovviamente, ha comportato molti aspetti, alcuni positivi, altri meno. Il festival com’è oggi permette a chiunque compri il biglietto di avvicinarsi a questo mondo così antico e misterioso, di ascoltare le storie e le tradizioni, di assistere ai rituali e farne parte, anche se da spettatore. C’è molta cura e attenzione a renderlo un luogo adatto a famiglie e bambini, infatti non si vende alcol sul perimetro del festival e ci sono molte zone create apposta per i più piccoli: dai giochi in legno, alla ceramica e l’albero delle fate. Posso solo immaginarmi come sarebbe entrare in un luogo del genere da bambina, dove suona musica antica, gli adulti si radunano per ascoltare storie e metà delle persone sembrano uscite da un libro di favole (con costumi veramente impressionanti). Anche gli adulti, però, non rimangono a bocca asciutta; anzi, forse tornano un po’ bambini anche loro. Quello che mi ha meravigliata di più di questo festival è stata la sensazione di essere entrati in un mondo con sospensione del giudizio: una libertà che spesso perdiamo crescendo. Si respirava un’aria di libertà e di armonia, accompagnata da musica e dalla voglia di stare in comunità, di raccontare storie, di raccontarsi. Certo, pagare un biglietto d’entrata per un giorno e mezzo di più di 100 euro e vedere un druido ordinare un kebab al food truck, facevano un po’ storcere il naso, e la voglia di recriminare l’autenticità delle cerimonie e gridare al consumismo di massa saltava fuori. Ma la verità è che se questo evento non fosse stato aperto al pubblico, io non ci sarei potuta andare. Non mi sarei potuta avvicinare ad un aspetto della cultura irlandese che mi ha sempre incuriosita, facendone esperienza diretta. Non avrei conosciuto e visto in azione i druidi, non avrei potuto fare mille domande, ascoltare grandi cantastorie, fabbri, artigiani e musica di altri tempi. E per questo, ne sono molto grata.
Ho avuto infatti il piacere di fare una chiacchierata con Tom King, detto anche An Gobha, che fa il fabbro di oggetti cerimoniali, gioielli e armi e, attraverso il fuoco e la lavorazione del metallo, porta avanti un mestiere antichissimo, profondamente intrecciato alla mitologia irlandese. Ho poi avuto l’onore di parlare con Eimear Burke, una delle figure più importanti del druidismo contemporaneo irlandese, che mi ha colpita per il modo incredibilmente umano e accessibile con cui racconta pratiche e tradizioni che spesso immaginiamo lontane o misteriose, il tutto con calore e una passione contagiosa. Meraviglioso anche l’incontro con Charles e il suo “Soup of the Land”, progetto che utilizza il cibo a km 0 e la condivisione di ricette locali come forma di protesta, di sostenibilità e di ritorno a un rapporto più diretto con la terra e la comunità.
Il Bealtaine Fire Festival, quindi, non è solo un festival di musica e tradizioni, con workshop e cantastorie che ci raccontano leggende antiche, balli e spettacoli col fuoco. È anche un momento di comunità, di riflessione e di rinascita. Riunirsi intorno al fuoco, cantare, ballare e celebrare tutti insieme ha qualcosa di innegabilmente ancestrale che risveglia parti che spesso restano assopite nella vita di tutti i giorni, rendendo questo momento ancora più potente, perché raro.
Che vogliate avvicinarvi alle tradizioni celtiche, conoscere le storie e le leggende di questa terra o semplicemente passare un fine settimana nella campagna irlandese tra musica e spettacoli di fuoco, il Bealtaine Fire Festival offre un’esperienza più unica che rara che va fatta almeno una volta nella vita. Ma se chiedete a me, questo festival vi lascerà molto più che il ricordo di una scampagnata.
Personalmente, quando su una pista da ballo fatta di morbidi fili d’erba verde, su delle colline sacre piene di storia e di storie, ballano un druido, una ballerina in tutù e una bambina coi capelli arcobaleno a ritmo di melodie antiche, io non posso far altro che respirare un po’ di magia nell’aria.
Photo Credits: Mesut MERT
