Un film, vent’anni di cammino e una serata memorabile al TU Dublin. Il regista Nino Tropiano racconta la sua storia a Radio Dublino.
La sala 0010 del TU Dublin era quasi completamente piena quando le luci si sono abbassate su Samira’s Dream. Dopo sette anni di lavorazione, festival internazionali e proiezioni in Africa, il documentario di Nino Tropiano arrivava finalmente davanti a un pubblico irlandese.
Ci sono film che richiedono anni per essere fatti. E poi ci sono film che ti cambiano la vita, ti consumano, ti trasformano da regista in produttore, da produttore in promotore, e ti lasciano, alla fine, con la certezza di aver fatto la cosa giusta. Ndota ya Samira / Samira’s Dream di Nino Tropiano è uno di questi.
Lunedì 18 maggio 2026, la TU Dublin di Grangegorman ha ospitato la prima proiezione pubblica irlandese del documentario, nell’ambito del progetto Film for All, organizzato da Phibsboro for All. Una serata densa, partecipata, che ha incluso la proiezione del film, un poetry reading, musica dal vivo e infine un doppio momento di dialogo: il Q&A moderato da Gemma Creagh di Film Ireland, e l’intervista che Radio Dublino ha realizzato con il regista nella serata.
Un italiano a Dublino, una storia che parte da lontano
Nino Tropiano è nato a Monopoli, in provincia di Bari, Puglia. Arrivò a Dublino nel settembre del 1993 come studente Erasmus di economia, senza sapere una parola di inglese. È rimasto. E Dublino, ha cambiato tutto.
“Venivo dalla provincia,” ha raccontato durante il Q&A con Gemma Creagh, “da Monopoli sono arrivato direttamente a Dublino, senza fare il passaggio obbligato a Roma. Fu un impatto enorme, linguistico, identitario, urbano. Dublino era una città piena di sognatori, pronta a esplodere. Erano gli inizi del Celtic Tiger, il 1993-1994. Un posto dove tutto sembrava possibile.”
Fu la radio, quasi per caso, a far scattare qualcosa. Un mattino, il conduttore annunciò la morte di Federico Fellini. Tropiano scoppiò a piangere. Poi si fermò: “Non avevo mai visto un film di Fellini. Perché stavo piangendo?” Da quel momento cominciò a frequentare l’Irish Film Centre, che oggi si chiama Irish Film Institute, in Eustace Street. “Era praticamente la mia casa,” ha detto a Radio Dublino sorridendo.
Il percorso fu lungo e non lineare: l’economia studiata di giorno, il teatro alla sera con il gruppo delle Liberties per due anni e mezzo, poi la fotografia, la camera oscura, i ritratti in bianco e nero di attori italiani in cerca di fortuna a Dublino. Poi i cortometraggi, poi la National Film School all’IADT. E infine, sette anni dopo l’arrivo, Tropiano era sul palco dell’Irish Film Centre a presentare in inglese fluente il suo primo documentario. “Quella trasformazione, quella sera, la sentivo passarmi attraverso,” ha detto. “Ed era la stessa trasformazione che, anni dopo, avrei filmato in Samira.”
Chippers: quando gli italiani di Dublino erano i protagonisti
Prima di Zanzibar c’è stata Dublino. E prima di Samira’s Dream, c’è stato Chippers (2008), il documentario che Tropiano ha dedicato a una delle storie di emigrazione italiana più singolari d’Europa: quella degli italiani di Casalattico, un piccolo paese della Ciociaria (Val di Comino, Lazio), che si trasferirono in massa a Dublino all’inizio del Novecento aprendo una catena di fish & chips. Una comunità di circa quattromila persone, chiusa, orgogliosa, radicata.
“Chippers raccontava una storia di emigrazione italiana che sentivo vicina al mio modo di guardare il mondo,” ha ricordato durante l’intervista a Radio Dublino. “Non mi considero un regista di impegno sociale, di denuncia. Volevo raccontare questa comunità sui generis, venuta dal cucuzzolo della montagna della Ciociaria.”
Radio Dublino aveva già incrociato il lavoro di Nino Tropiano in due occasioni precedenti. Nella Puntata 70 (aprile 2015), dedicata alle passate generazioni di migranti italiani in Irlanda con il Club Italiano Irlanda, Chippers venne citato come riferimento imprescindibile su quella comunità. Cinque anni dopo, nella Puntata 296 (ottobre 2020), prima puntata della settima stagione, Tropiano fu ospite per presentare in anteprima Samira’s Dream.
Ironicamente, fu proprio la fine di quel lavoro estenuante a spingere Tropiano verso Zanzibar. La mattina in cui consegnò il montaggio finale di Chippers, trovò nella cassetta della posta una lettera del Simon Cumbers Media Award, un fondo istituito in memoria di Simon Cumbers, reporter di Channel 4 originario di Belfast, ucciso a Riyad nel 2004 durante la guerra in Iraq. Il fondo sosteneva filmmaker e fotografi nel raccontare storie di vita contemporanea nei paesi in via di sviluppo. Tropiano rispose. E così iniziò tutto.
Il film: sette anni con Samira a Zanzibar
Ndota ya Samira / Samira’s Dream segue per sette anni la vita di Samira, una giovane donna del villaggio di pescatori di Nungwi, nel nord di Zanzibar. Ha ventuno anni quando il film inizia. Vuole una famiglia, come tutte le sue amiche. Ma vuole anche studiare, diventare insegnante, essere un modello per la sua comunità, in una società che spinge le donne a scegliere tra le due cose. Il film è girato interamente in lingua swahili, con una durata di 94 minuti, ed è una coproduzione tra Italia, Irlanda, Svizzera.
“Volevo fare un film che potesse ispirare”, ha raccontato Tropiano, “non nel senso retorico della speranza, ma nel senso di mostrare che qualcuno ce l’ha fatta e quindi forse anche altri possono provarci”.
Più che un semplice documentario osservazionale, Samira’s Dream è un’opera che oscilla tra cinema del reale e racconto poetico. Tropiano costruisce il film attraverso un linguaggio visivo delicato, contemplativo, lasciando spazio ai silenzi, agli sguardi e ai tempi lenti della vita quotidiana di Zanzibar. Durante il Q&A, il regista ha spiegato di essersi ispirato sia ai grandi maestri europei, da Fellini a Kieślowski, sia alla letteratura modernista, cercando però soprattutto di creare un film che potesse parlare, prima di tutto, al pubblico africano.
Zanzibar non è una cartolina
Il documentario evita accuratamente l’approccio paternalistico, spesso presente nel cinema occidentale, verso l’Africa. Zanzibar non viene rappresentata come un luogo esotico da cartolina, ma come uno spazio umano complesso, attraversato da tensioni sociali, sogni individuali e desiderio di cambiamento. È proprio questo uno degli elementi che rende Samira’s Dream particolarmente potente: la capacità di restituire dignità e profondità ai suoi personaggi senza mai trasformarli in simboli astratti.
“Quando mi chiedono perché ho scelto Samira,” ha detto Tropiano nel Q&A, “rispondo che lei era già lì ad aspettare qualcuno che facesse questo film. Sin dall’inizio, era consapevole che voleva essere il soggetto di un documentario per diventare un esempio per la sua comunità. Nessuna vanità, nessun narcisismo. Solo lucidità.”
Quella lucidità, sullo schermo, diventa qualcosa di potente. La macchina da presa di Tropiano osserva senza giudicare, senza dramatizzare, senza cedere al pietismo che spesso affligge i documentari europei girati in Africa. “Sono un uomo italiano del Sud che racconta l’emancipazione femminile in Africa,” ha detto ridendo durante il Q&A con Gemma Creagh. “Non è la combinazione più facile da vendere.” La risposta è stata sparire il più possibile dietro l’obiettivo. Lasciare che fosse Samira a riempire il quadro.
Gemma Creagh ha posto una delle domande più interessanti della serata, notando che nella seconda visione del film, sul grande schermo, l’elemento del linguaggio visivo emerge con ancora più forza: anche nelle scene in cui Samira è ferma, a guardare un cartone animato, si è dentro la sua testa. Tropiano ha risposto citando Kieslowski: “Lui diceva che se segui qualcuno abbastanza a lungo, la storia emerge da sola. La vita di ognuno di noi potrebbe essere un film.”
La verità del documentario: tra osservazione e costruzione
Uno dei momenti più coraggiosi della serata è stato quando, durante il Q&A, Tropiano ha ammesso candidamente che alcune scene del film sono state “costruite” per servire la verità più profonda del racconto. La scena in cui la professoressa interroga Samira sulle sue ambizioni prima degli esami, per esempio, non sarebbe accaduta spontaneamente. “Nella realtà, nessun professore ti chiede: sei pronta per l’esame di domani? Non succede. Ma, come pubblico, tendiamo a dimenticarlo.”
Ha raccontato di aver discusso di questo approccio con degli antropologi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che lo hanno rassicurato: forzare alcuni eventi per catturare una verità più ampia è una pratica legittima nel documentario etnografico. “Quello che ho registrato è reale. E ogni volta che torno alle riprese, Samira mi sorprende.”
Ha anche accennato, con la stessa ironia con cui racconta tutta la sua storia, a essere finito in prigione a Zanzibar con le pistole puntate alla testa. “Potrei scrivere un romanzo. Ma non ho la disciplina.”
L’ossessione del produttore: un sogno che ha un prezzo
Parlando con Radio Dublino, Tropiano ha usato un’espressione che sintetizza bene la doppia natura di questo progetto: “Sono un sognatore pragmatico.”
Il film lo ha prodotto con i propri soldi. Ha girato per anni tra Zanzibar, Dublino, Roma, Napoli e Parigi. Ha accumulato rifiuti di finanziamento, ha affrontato problemi logistici che preferisce non descrivere nel dettaglio. Ha vissuto la crisi pandemica che ha bloccato la distribuzione proprio mentre il film stava per decollare. E ora, da anni, ha smesso di fare il regista per fare il promotore.
“Come regista, sono felice del risultato. Come produttore, sono in perdita,” ha detto senza cercare di ammorbidire il concetto. “Ma il film ha superato le mie aspettative iniziali. È amato in Africa, ed è la cosa che mi importa di più. Di solito i film europei girati in Africa vengono accolti con crescente sospetto. Posso dire di aver prodotto un film africano, tanzaniano, apprezzato in diverse parti del continente. Non è poco.”
Il momento più toccante che ha raccontato non riguarda nessun festival internazionale. Riguarda una donna di settantacinque anni che, al termine di una proiezione, si è alzata e ha detto: “Ho passato tutta la vita a fare la casalinga, ho cresciuto tre figli maschi fino all’università, ho fatto sacrifici. Non mi chiamano nemmeno la domenica. Grazie a Samira ho capito: voglio studiare.” Tropiano ha allargato le braccia: “Quello vale più di qualsiasi recensione del Corriere della Sera.”
Il piano per il futuro: 50.000 studenti in Tanzania
Tropiano non si ferma. Sta lavorando con la Belgian Development Agency per portare Samira’s Dream nelle scuole remote della Tanzania. Quest’anno il film è stato proiettato a 5.000 studenti nella regione di Kigoma, sul lago Tanganica. L’obiettivo è arrivare a 50.000.
“Potrei passare il resto della mia vita a proiettare questo film”, ha detto a Radio Dublino. “Ma ad un certo punto dovrò fermarmi. Non sono un filmmaker, adesso. Sono un promotore. E tutto questo mi sta insegnando a calibrare l’energia per il prossimo progetto.”
Il prossimo film non è ancora stato annunciato. Ma le idee, ha lasciato intendere, non mancano.
Una serata da ricordare
L’evento del 18 maggio al TU Dublin di Grangegorman è stato molto più di una semplice proiezione. La serata, organizzata da Phibsboro for All, ha incluso il musicista Ger Griffin, che ha letto un breve estratto dal racconto ambientato a Zanzibar del cantante folk Johnny Moynihan ed eseguito alcuni brani dal vivo.
Alla fine della serata rimane la sensazione di aver assistito non soltanto alla proiezione di un film, ma all’incontro con un’opera profondamente vissuta, costruita nel tempo e animata da una sincera urgenza umana. Samira’s Dream è un film che parla di emancipazione, ma anche di ascolto, di sguardo e della possibilità del cinema di creare connessioni autentiche tra mondi apparentemente lontani.
Per Nino Tropiano, il viaggio iniziato trent’anni fa a Dublino continua ancora oggi. E forse, proprio come racconta nel film, certi sogni richiedono tempo prima di trovare la loro forma definitiva.
Samira’s Dream è disponibile per proiezioni e screening.
Intervista e reportage: Maurizio Pittau | Riprese: Silvana Benedetto | Serata: Film for All Screening of Samira’s Dream, TU Dublin Grangegorman, 18 maggio 2026 | Organizzatore: Phibsboro for All
