Una storia di inclusione mancata, poi, faticosamente, ritrovata. Jacopo Lilli, 45 anni, professore di inglese non vedente dell’Istituto Russel Newton di Scandicci, è al centro di una vicenda che ha acceso il dibattito nazionale sulla scuola italiana e i suoi limiti nell’applicazione concreta dei principi di inclusione sanciti dalla legge.
Tutto nasce da una gita scolastica: sette giorni a Dublino, dal 25 febbraio al 3 marzo, per uno stage linguistico con la sua classe, la Terza V. Un’esperienza didattica fondamentale, che avrebbe portato i quindici studenti a vivere un’immersione totale nella lingua inglese e nella cultura anglosassone, con visite al Trinity College e attività linguistiche sul campo. Lilli era l’unico docente del consiglio di classe ad essersi reso disponibile per accompagnare i ragazzi. Eppure, la scuola gli ha negato il ruolo di accompagnatore ufficiale.
Chi è Jacopo Lilli: molto più di un insegnante
Per comprendere appieno la portata della vicenda, è importante conoscere chi è Jacopo Lilli. Cieco dalla nascita, non è solo un insegnante di inglese apprezzato dai suoi studenti. È anche uno sportivo di livello nazionale: ha giocato a calcio a 5 per non vedenti nella Nazionale italiana, un’esperienza che racconta la sua determinazione e la sua capacità di superare limiti che la società spesso considera invalicabili.
La sua lunga militanza nello sport paralimpico non è solo una nota biografica: è la dimostrazione concreta che le barriere più grandi sono quelle mentali e culturali, non quelle fisiche. Proprio per questo, la decisione della scuola ha ferito ancora di più: a un uomo che per tutta la vita ha dimostrato di poter fare ciò che molti ritenevano impossibile, viene detto che non può accompagnare i suoi studenti in viaggio.
La decisione della dirigenza e il nodo delle responsabilità
La dirigente scolastica ha motivato la scelta con ragioni che intrecciano organizzazione, normativa e responsabilità legale. Nei viaggi di istruzione all’estero, i docenti accompagnatori firmano un’assunzione formale di responsabilità, disciplinata dal codice civile e penale, per la vigilanza continua sui minori. Questa vigilanza deve essere garantita durante tutta la permanenza fuori dall’Italia: negli spostamenti quotidiani, durante le visite guidate, nelle ore libere, persino la sera in hotel.
Secondo la preside, un insegnante non vedente non sarebbe in grado di assicurare quella sorveglianza fisica e immediata richiesta in contesti non strutturati come le escursioni in città, i tragitti in autobus o le situazioni impreviste che possono verificarsi in un paese straniero. La preoccupazione, ha spiegato la dirigenza, non riguarda il valore professionale di Lilli — mai messo in discussione — ma la tutela giuridica della scuola e, soprattutto, la sicurezza degli studenti.
Il problema sta proprio qui: la normativa italiana sui viaggi di istruzione non prevede esplicitamente limitazioni per docenti con disabilità visiva, ma nemmeno fornisce indicazioni chiare su come organizzare l’inclusione di insegnanti non vedenti in questi contesti. Questa zona grigia legislativa lascia spazio a interpretazioni soggettive e, inevitabilmente, a scelte prudenziali che possono tradursi in esclusione.
La replica di Lilli: “È discriminazione”
Per Jacopo Lilli, la questione è chiara: si tratta di discriminazione. “La mia disabilità viene messa davanti alle mie competenze e al rapporto che ho costruito con gli studenti in questi anni”, ha dichiarato con amarezza. “Non stiamo parlando di una vacanza, ma di parte integrante del mio lavoro di docente e di un momento formativo fondamentale per i ragazzi.”
Lilli ha sottolineato come, con un’adeguata organizzazione — magari affiancandolo a un altro accompagnatore o prevedendo supporti specifici — sarebbe stato perfettamente in grado di svolgere il suo ruolo educativo. “Non si tratta di negare che la mia condizione richieda accorgimenti pratici”, ha spiegato, “ma di capire che questi accorgimenti sono realizzabili e che escludermi significa privarmi — e privare i miei studenti — di un’esperienza che appartiene alla nostra relazione didattica.”
La mobilitazione: quando gli studenti difendono il loro prof
La reazione alla decisione della scuola è stata immediata e significativa. Studenti e genitori della Terza V hanno espresso forte delusione e incomprensione. Per i ragazzi, Lilli non è solo “il professore di inglese”: è un punto di riferimento, qualcuno che ha dimostrato loro, giorno dopo giorno, che le difficoltà si possono superare e che la diversità è una ricchezza, non un limite.
Alcune famiglie si sono dette pronte a sostenere costi aggiuntivi — assumendo eventualmente un accompagnatore supplementare a proprie spese — pur di permettere al professore di partire con la classe. Un gesto che va oltre la solidarietà: è il riconoscimento del valore umano e professionale di Lilli e del legame che ha saputo instaurare con i suoi studenti.
La vicenda ha rapidamente superato i confini di Scandicci, richiamando l’attenzione di associazioni per i diritti delle persone con disabilità, personalità del mondo politico e commentatori che l’hanno definita un chiaro esempio di “abilismo” — quella tendenza sociale a erigere barriere superflue alla partecipazione delle persone con disabilità, nonostante le loro piene e dimostrate capacità professionali.
La svolta: un compromesso che lascia aperti molti interrogativi
Dopo giorni di crescenti polemiche e pressioni dall’esterno, è arrivata una svolta. Grazie all’intervento del direttore dell’Ufficio scolastico regionale della Toscana, è stata concordata una soluzione di compromesso tra la dirigente e le istituzioni: Jacopo Lilli potrà accompagnare la classe a Dublino, ma in qualità di “consulente didattico”, senza assumere formalmente il ruolo di responsabile della vigilanza sugli studenti.
In pratica, Lilli sarà presente durante il viaggio e potrà svolgere tutte le attività didattiche e relazionali con i suoi ragazzi, ma sulla carta la responsabilità legale della vigilanza ricadrà su altri accompagnatori. Una soluzione che permette di non escluderlo completamente dall’esperienza, ma che — e questo va riconosciuto — conferma implicitamente l’idea che un docente non vedente non possa assumere pienamente le responsabilità di un accompagnatore.
Il docente ha accolto la decisione con un misto di sollievo e consapevolezza critica. “Sono contento di poter partire con i miei studenti”, ha dichiarato, “ma questa vicenda dimostra che c’è ancora molto lavoro da fare. Un docente non vedente può svolgere gran parte del lavoro come chiunque altro. Auspico che casi simili vengano affrontati in futuro con strumenti di reale inclusione, non con pregiudizio o soluzioni di ripiego.”
Il quadro normativo: tra leggi avanzate e applicazione incerta
La vicenda di Lilli mette in luce una profonda contraddizione del sistema scolastico italiano. Da un lato, l’Italia vanta una delle legislazioni più avanzate d’Europa in materia di inclusione scolastica. La Legge 104 del 1992 riconosce e tutela il diritto all’inclusione delle persone con disabilità in ogni ambito educativo e formativo, sia per gli studenti che per il personale scolastico.
Grazie a questa normativa, bambini e ragazzi con disabilità frequentano scuole comuni, con le stesse opportunità curriculari degli altri studenti, supportati da piani educativi personalizzati e insegnanti di sostegno. È un modello che altri paesi europei ci invidiano e che ha contribuito a costruire una cultura dell’inclusione diffusa.
Dall’altro lato, però, l’applicazione pratica di questi principi — soprattutto quando si esce dall’aula e si affrontano situazioni meno strutturate come le gite scolastiche — presenta ancora ostacoli significativi. La normativa sui viaggi di istruzione, ferma a circolari ministeriali che risalgono agli anni ’90 e primi anni 2000, non contempla esplicitamente situazioni come quella di Lilli, creando una zona grigia interpretativa che le scuole tendono a gestire in modo prudenziale.
Questa prudenza, comprensibile dal punto di vista della dirigenza — che deve tutelare se stessa e l’istituto da possibili contenziosi legali in caso di incidenti — diventa però esclusione per il docente con disabilità. E qui emerge il nodo centrale: fino a che punto la tutela della sicurezza può giustificare limitazioni ai diritti di inclusione? Dove passa il confine tra responsabilità legittima e discriminazione?
Il modello irlandese: l’inclusione nella scuola di Dublino
Un dettaglio non sfuggito a molti osservatori è che la destinazione del viaggio conteso fosse proprio Dublino, capitale di un paese che ha fatto dell’inclusione scolastica una priorità nazionale negli ultimi decenni.
L’Irlanda ha adottato l’Education for Persons with Special Educational Needs Act (EPSEN Act) del 2004, una legislazione che garantisce il diritto all’educazione inclusiva per tutti gli studenti con bisogni educativi speciali. La legge prevede la redazione di piani educativi individualizzati e l’assegnazione di risorse specifiche per supportare l’inclusione nelle scuole ordinarie.
Nel 2017, il Ministero dell’Istruzione irlandese ha pubblicato linee guida specifiche sull’inclusione degli studenti con disabilità nelle attività extracurriculari, comprese le gite scolastiche. Le direttive sottolineano che ogni studente ha diritto di partecipare pienamente a tutte le attività della scuola e che le istituzioni devono adottare “ragionevoli accomodamenti” per rendere possibile questa partecipazione, piuttosto che partire dal presupposto dell’esclusione.
Quanto al personale scolastico con disabilità, l’Irlanda applica l’Employment Equality Act del 1998, che vieta esplicitamente la discriminazione basata sulla disabilità nel contesto lavorativo, compreso quello educativo. La normativa obbliga i datori di lavoro — incluse le scuole — a fornire “reasonable accommodation”, ossia adattamenti ragionevoli che permettano ai dipendenti con disabilità di svolgere le loro mansioni in modo efficace.
Nel contesto pratico delle scuole irlandesi, questo si traduce in un approccio diverso: quando un docente con disabilità vuole partecipare a un viaggio di istruzione, la domanda non è “può farlo?”, ma “cosa serve per permettergli di farlo?”. Un cambio di prospettiva significativo rispetto all’approccio prudenziale italiano.
L’ironia della situazione non è sfuggita ai commentatori: un docente italiano non vedente viene inizialmente escluso da un viaggio proprio verso una città dove, probabilmente, un suo collega irlandese nella stessa condizione avrebbe avuto meno difficoltà a essere incluso come accompagnatore.
L’inclusione oltre le parole: la sfida quotidiana della scuola
Il caso Lilli non è isolato. Rappresenta piuttosto la punta dell’iceberg di una questione più ampia, relativa all’inclusione reale — non solo dichiarata — nelle scuole italiane. Mentre in aula i principi dell’inclusione sono ormai acquisiti e applicati con risultati spesso eccellenti, nelle attività extracurricolari persistono difficoltà.
Mancano protocolli chiari, linee guida ministeriali specifiche, formazione adeguata per i dirigenti scolastici su come gestire situazioni che richiedono un bilanciamento tra sicurezza e inclusione. E manca, soprattutto, una cultura diffusa che consideri la disabilità non come un problema da gestire con cautela, ma come una condizione che richiede adattamenti pratici senza compromettere le capacità professionali.
Come hanno sottolineato diverse associazioni intervenute nel dibattito, la domanda da porsi non è “può un docente non vedente vigilare su una classe?”, ma “come possiamo organizzare un viaggio di istruzione in modo che anche un docente non vedente possa esercitare pienamente il suo ruolo educativo?”. È un cambio di prospettiva fondamentale: dalla logica dell’esclusione cautelativa a quella dell’inclusione organizzata.
Un dibattito che riguarda tutta l’Europa
La storia di Jacopo Lilli arriva in un momento particolare per il dibattito europeo sull’inclusione. L’Unione Europea ha recentemente rafforzato la propria strategia sui diritti delle persone con disabilità, con direttive che chiedono agli Stati membri di garantire pari opportunità in tutti gli ambiti della vita sociale, lavorativa ed educativa.
In molti paesi europei si stanno rivedendo normative e procedure proprio per evitare che situazioni come quella vissuta da Lilli si ripetano. L’obiettivo è creare sistemi che, anziché partire dal presupposto dell’impossibilità, costruiscano soluzioni pratiche per rendere possibile l’inclusione.
Cosa resta da fare
Il compromesso raggiunto ha permesso a Lilli di partire per Dublino, evitando lo strappo definitivo. Ma la questione di fondo rimane irrisolta: serve un intervento normativo chiaro da parte del Ministero dell’Istruzione che fornisca alle scuole linee guida precise su come organizzare viaggi di istruzione inclusivi. La zona grigia attuale costringe i dirigenti scolastici a scelte difficili senza strumenti adeguati, con il rischio che ogni caso venga gestito in modo diverso a seconda della sensibilità o della prudenza di chi decide.
Diverse associazioni hanno già richiesto un tavolo tecnico sul tema. Resta da vedere se questa vicenda, che ha suscitato ampio dibattito pubblico, porterà a cambiamenti concreti o rimarrà l’ennesimo caso risolto individualmente senza affrontare il problema strutturale. Per ora, dal 25 febbraio al 3 marzo, quindici studenti della Terza V partiranno per Dublino con il loro professore di inglese. Una vittoria parziale, ottenuta dopo giorni di tensione e polemiche, che lascia aperti più interrogativi di quanti ne abbia risolti.
