Al Project Arts Centre, Francesco Turrisi intreccia pianoforte, voci siciliane e immagini in uno spettacolo che porta la memoria dell’emigrazione di fronte alle responsabilità del presente.
La risacca scorre al contrario. L’acqua sembra riavvolgere il proprio movimento, come se il mare potesse restituire ciò che ha preso. Accanto al pianoforte di Francesco Turrisi, quell’inversione produce una vertigine fisica, la sensazione che il tempo abbia preso la direzione sbagliata. È una promessa impossibile: annullare una partenza e cancellare una distanza. Ed è una delle immagini più riuscite di Vuci, lo spettacolo con cui il pianista ha presentato il nuovo disco giovedì 22 ottobre alla Space Upstairs del Project Arts Centre, il giorno prima dell’uscita.
Joyce aveva fatto dire a Stephen Dedalus, proprio qui a Dublino, che la storia è un incubo da cui cerca di svegliarsi. Quella risacca rovesciata è il sogno di chi parte: tornare indietro lungo la stessa strada e ritrovare le persone dove le aveva lasciate. Il tempo, però, non obbedisce al montaggio. Si può tornare in un luogo senza poter tornare nella vita che vi si abitava. Vuci lavora dentro questa frattura.
Melodia, fatica e contabilità
Nel 1954 Alan Lomax, il texano che aveva passato gli anni Trenta a registrare i canti di lavoro nei penitenziari del Mississippi (uomini in catena che contavano i colpi d’ascia per non impazzire), arriva alle saline di Trapani. Registra gli uomini che portano il sale sulle spalle, cesta dopo cesta. Cantano per contare, perché sono pagati a carico. Lomax ascolta quella melodia pentatonica e annota sul taccuino che è la musica più africana che abbia mai sentito in Italia. Non dice più mediterranea né araba, come ci saremmo aspettati. Dice più africana: Parchman Farm e Trapani, il delta del Mississippi e il delta salato della Sicilia occidentale, legati dal filo di chi lavora per un padrone e deve tenere il conto con la voce. Turrisi lo ricordava nella nostra diretta della settimana scorsa: ascoltando quella melodia pentatonica, Lomax annotò che era la musica più africana che avesse mai sentito in Italia.
Dentro quella voce convivono melodia, fatica e contabilità. È questo il valore storiografico di Vuci. L’archivio sonoro non conserva soltanto canzoni, ma anche le condizioni materiali di una vita: il modo in cui un corpo cercava di arrivare a sera. E rivela che la Sicilia non è mai stata un mondo chiuso. L’Africa che Lomax sentiva a Trapani non era un’altra cosa rispetto all’isola, ma la sua riva opposta, la stessa canzone cantata da un’altra bocca.
«Questa musica non ha bisogno di me»
Le registrazioni di campo degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta, dagli archivi di Santa Cecilia e di Lomax, non sono reperti museali ma presenze. Turrisi non le restaura, non le “accompagna” né ci mette sotto gli accordi giusti. Me l’aveva detto la settimana scorsa, durante la diretta su Radio Dublino: «questa musica non ha bisogno di me». Il suo lavoro, spiegava, assomiglia a quello di un curatore «quando sei in un museo, come decidono di presentarti un’opera, da un punto di vista dello spazio, della luce».
L’intuizione iniziale, raccontava Turrisi, è arrivata ascoltando Naturale di Luciano Berio, in cui strumenti e canto popolare siciliano registrato si incontrano senza che l’uno addomestichi l’altro. E aveva spiegato ciò che il suo pianoforte rifiuta di fare: «Non è che cerco di inventarmi degli accordi un po’ fighi sotto. […] Cerco di far vedere questa musica sotto una luce diversa».
È anche il risultato più convincente dello spettacolo. Il pianoforte evita di sovrapporsi alle voci con un accompagnamento convenzionale: apre uno spazio d’ascolto in cui il documento conserva la propria distanza e, insieme, riesce a raggiungerci. È un metodo che Turrisi aveva già sperimentato in Grigio, circondando di risonanze il sean-nós di Róisín Elsafty. Tra Connemara e Trapani c’è più parentela di quanto si pensi: due periferie d’Europa che hanno esportato persone come altri esportano grano.
Una ninna nanna attraversa il tempo
Il cuore della serata, come avevo previsto e come lui stesso aveva ammesso, è stata la Ninna nanna. Maria Bonferraro la cantò nel 1960 a Barrafranca. La sua voce è intonata alla perfezione e, insieme, sul punto di spezzarsi, come un bicchiere che vibra. Turrisi ci costruisce intorno un pedale armonico quasi immobile, suonato a orecchio, senza arrangiamento. Mi aveva raccontato che registrarla gli era sembrato di «aver ricevuto visite da un fantasma del passato, tipo della mia bisnonna».
In sala si sentiva esattamente questo, una visita. Sullo schermo dietro al pianoforte, i visual di Laura Sheeran aprivano una notte di stelle e una luna. Era tutto così semplice da diventare insopportabile. Una ninna nanna è il primo canto di ogni emigrazione: la cantano le madri che restano e quelle che partono, nei bassi di Torino come nelle stive dei piroscafi per New York. Una ninna nanna dice al bambino che il mondo è sicuro, ed è la più bella bugia che la specie umana abbia inventato.
Le lingue del ritorno
Ignazio Buttitta scriveva che un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua dei padri. Eredità di lacrimi, letta da Ester Pantano con la tromba di Fulvio Sigurtà che entra come un vento da sud-est, porta sul palco la Sicilia semi-feudale dei latifondi e dei braccianti. È la Sicilia da cui si scappava. Poi arriva Ti salutu Sicilia di Nino Provenzano, emigrato a New York a cinque anni, che scrive in siciliano e in inglese. Lui la legge col telefono e la registrazione sembra uscita da un fonografo del 1940. Poi la rilegge John Turturro in inglese, nello stesso pezzo. È la storia dell’emigrante che torna nel paese dopo decenni e non riconosce più nessuno, finché non arriva al cimitero, dove riconosce tutti.
Viene in mente Leonardo Sciascia, Il lungo viaggio: i contadini che pagano un traghettatore per l’America e vengono scaricati di notte su una spiaggia siciliana, convinti di essere nel New Jersey. Tra Provenzano e Sciascia c’è tutta la crudeltà della migrazione. Chi parte non arriva mai del tutto, e chi torna non torna mai davvero. Turrisi lo sa per esperienza diretta. Nell’intervista mi aveva detto che, quando è in Sicilia, la gente gli traduce ancora le cose dal siciliano, convinta che non capisca. In realtà quella lingua l’ha sempre ascoltata, a tavola, dai nonni emigrati a Torino.
Il rosso della mattanza
Le immagini di Sheeran aprono un secondo percorso nella musica. A volte ne prolungano l’emozione, altre la mettono in tensione, facendo emergere una domanda che il solo ascolto lascerebbe sospesa. È il caso della tonnara. Le riprese d’archivio di Favignana scorrono in bianco e nero: il rais, le reti, la camera della morte in cui i tonni vengono spinti e chiusi, i tonnaroti che tirano su il pescato. Poi il rosso irrompe nel bianco e nero e tinge l’acqua. Il colore rompe la distanza dell’archivio, quella che ci permetterebbe di contemplare la violenza con troppa tranquillità.
In quelle immagini si può leggere anche l’altra migrazione raccontata da Vuci: quella di chi parte dalle coste nordafricane verso la Sicilia e spesso muore prima di approdare. Il naufragio del 3 ottobre 2013, avvenuto davanti a Lampedusa, costò la vita a 368 persone. Il mare della mattanza e quello dei naufragi sono la stessa superficie d’acqua. Che cosa accade quando una terra di emigranti diventa una frontiera d’arrivo? Quale parte della propria memoria sceglie di riconoscere?
La risacca, al contrario, suggeriva il desiderio di riavvolgere il tempo. La mattanza mette davanti a ciò che nessun riavvolgimento può riparare.
Polentone a Castelbuono, terrone a Torino
Nel talk finale con Kate Ellis, direttrice artistica del Crash Ensemble, e con Laura Sheeran, Turrisi ha riportato tutto questo alla propria biografia. Da bambino, d’estate in Sicilia, era il polentone. Il resto dell’anno, a Torino, era il terrone. «Non appartieni mai né da una parte né dall’altra», ci aveva detto in diretta.
La lingua di famiglia rende la frattura ancora più evidente. Il siciliano lo parlavano a tavola i genitori e i nonni emigrati al Nord: «L’ho sempre ascoltata, l’ho sempre capita, però al tempo stesso quando ero in Sicilia era come se non mi fosse permesso parlarla». Ancora oggi, sull’isola, c’è chi gli traduce parole che comprende perfettamente. È la contraddizione di molte seconde generazioni: una cultura può essere intimamente familiare, e tuttavia sono gli altri a decidere se vi apparteniamo.
È la Torino della Fiat che assorbiva il Sud a turni di otto ore, dei cartelli che rifiutavano l’affitto ai meridionali. Oggi, da italiano in Irlanda e vincitore di un Grammy con They’re Calling Me Home insieme a Rhiannon Giddens, Turrisi aggiunge un’altra distanza alla prima. La sua vicenda offre agli espatriati un modello di appartenenza capace di accogliere più luoghi, senza fingere che le frizioni scompaiano. Ne fa anche una possibilità creativa, oltre che una perdita: il suo linguaggio nasce proprio dall’attraversare tradizioni diverse. È un musicista che ha fatto dell’appartenenza incerta un metodo.
The Unanswered Wave, scritta durante la pandemia mentre era bloccato in Irlanda, dà a questa distanza una forma pianistica: l’acqua che collega e separa le due isole. In quei mesi, per la prima volta lontano dall’Italia così a lungo, Turrisi non poteva tornare in Sicilia né ritrovare i sapori dell’infanzia. Quella mancanza aveva alimentato insieme alcune composizioni del disco e una ricerca sulla cucina della Sicilia occidentale, quella della sua famiglia trapanese, oggi confluita in Cooking by Ear, la sua pagina Substack dedicata a cibo e musica. Quell’impossibilità di tornare ricorda quanto possa essere fragile la libertà di muoversi.
Per Radio Dublino questa ricerca ha una storia condivisa. Turrisi era stato ospite nei nostri studi già nella prima stagione e di nuovo nel 2024, in una puntata dedicata proprio a Cooking by Ear. Aveva inoltre partecipato, con il suo trio, all’Italian Fusion Festival 2018. In Vuci quella familiarità con linguaggi diversi diventa un’indagine intima sulle origini.

Francesco Turrisi con Laura Sheeran e Kate Ellis durante il talk dopo il concerto di Vuci, Project Arts Centre, Dublino, 22 ottobre 2026.
Una memoria da tenere in mano
Vuci è un’autoproduzione, disponibile in vinile e in formato digitale su Bandcamp. Il vinile è stato stampato in Irlanda da Anthem Vinyl, a Clane, nella contea di Kildare. Turrisi ha voluto sostenere un’attività del Paese in cui vive: «Mi piace perché è comunque una cosa locale». È andato a vedere la stampa delle sue copie, un altro incontro tra musica e lavoro materiale. L’inserto raccoglie le fotografie in bianco e nero scattate nei luoghi delle sue registrazioni ambientali, tra Castelbuono e San Vito Lo Capo. Le voci di Vuci passano attraverso registratori a bobina, archivi, un pianoforte, uno schermo, e infine un oggetto che qualcuno può portarsi a casa.
Sono uscito dal Project Arts Centre con la sensazione di aver assistito non a un concerto ma a un’udienza. Maria Bonferraro, i salinai di Trapani, Nino Provenzano col suo telefono, Buttitta con la sua lingua: erano stati chiamati a testimoniare. Il verdetto non spetta a Turrisi, che ha il pudore di non pronunciarlo. Spetta a chi ascolta.
Sullo schermo il mare può tornare indietro. Fuori dal teatro restano le partenze, le assenze e la responsabilità di ascoltare le voci che hanno raggiunto la riva, e quelle che non ci sono arrivate.
