Quando ho finito di leggere The Anthropologists (Gli Antropologi) di Ayşegül Savaş, pubblicato da Paperback in Irlanda e da Feltrinelli in Italia, mi sono ritrovata a fissare la pagina finale con un nodo in gola. Non perché il romanzo racconta una storia drammatica o piena di colpi di scena – anzi, non succede quasi niente di “importante” – ma perché ogni pagina sembrava parlare direttamente a me, alla ragazza irlandese che ha vissuto sei mesi a Bologna durante il mio Erasmus e che ancora oggi, quando ritorno a Dublino, si sente un po’ straniera dappertutto.
La storia è semplice: Asya e Manu sono una giovane coppia di expat che vivono in una grande città occidentale (che non viene mai nominata) e cercano di comprare casa. Lei è documentarista, lui lavora per un’organizzazione non-profit. Vengono da paesi diversi, hanno lasciato le famiglie d’origine, e adesso cercano di costruirsi una vita nuova, osservando la città che li ospita con lo sguardo curioso degli antropologi – da cui il titolo del libro.
Ma Gli antropologi non è davvero un romanzo sulla ricerca della casa perfetta. È un romanzo sulla ricerca di se stessi quando non sai più a dove appartieni. Ayşegül Savaş riesce a catturare quella sensazione particolare di vivere “a metà”, tra due mondi, tra due lingue, tra chi eri e chi stai per diventare. Quella sensazione che conoscono bene tutti gli espatriati – e che conosco io, dopo Bologna.
Durante quei sei mesi in Emilia-Romagna, ho vissuto esattamente quello che vivono Asya e Manu: osservavo gli italiani come se fossi un’antropologa, affascinata con le loro abitudini, dai rituali dell’aperitivo, dalla passione con cui discutevano di politica ai tavolini dei bar. Mi sentivo libera, senza le aspettative della mia famiglia e della società irlandese, ma anche un po’ persa, sempre con la sensazione di stare “interpretando” una versione di me stessa che non era del tutto reale.
E oggi, quando parlo con gli italiani che vivono qui a Dublino, riconosco lo stesso sguardo – quello sguardo un po’ curioso, un po’ nostalgico, di chi vive in un posto che non è completamente casa ma che forse, piano piano, sta per diventarlo. Savaş scrive: “Vivere in un Paese straniero può farci sentire come se la nostra vita non fosse del tutto reale”. È proprio questo: la sensazione di essere sempre un po’ fuori fuoco, di dover decifrare codici culturali che per gli altri sono naturali.
La scrittura di Savaş è delicata, quasi sospesa. Il romanzo procede per piccoli frammenti di vita quotidiana: le birre con gli amici, le passeggiate al parco, le videochiamate con i parenti lontani. Non ci sono grandi drammi o colpi di scena. Anzi, una delle cose più belle del libro è che Asya e Manu sono una coppia felice – sì, felice! – e questo nella letteratura contemporanea è quasi rivoluzionario. Niente tradimenti, niente litigi devastanti, solo la costruzione paziente di un mondo comune, di una lingua condivisa che permette di sentirsi a casa l’uno con l’altra anche quando tutto intorno è straniero.
Ma questa quiete apparente nasconde una profondità incredibile. Savaş esplora con sensibilità le grandi domande esistenziali dei trentenni di oggi: come mettere radici senza tradire da dove veniamo? Come diventare adulti senza perdere la libertà che ci ha spinti a partire? Come costruire una famiglia, biologica o di amici, in un posto dove nessuno ti conosce da sempre?
Il romanzo è stato scritto durante la pandemia, e si sente – c’è quella stessa attenzione antropologica alle piccole cose quotidiane che tutti noi abbiamo riscoperto quando ci siamo ritrovati chiusi in casa. Ma Gli antropologi non parla solo di Covid o di expat: parla della condizione di tanti giovani che, anche rimanendo nel loro paese d’origine, si sentono stranieri nella propria vita, sempre un po’ impostori dell’età adulta.
Il libro è stato definito tra i migliori dell’anno da The New Yorker, Time Magazine e persino Barack Obama lo ha inserito tra i suoi cinque romanzi preferiti. E si capisce perché: Ayşegül Savaş ha scritto un romanzo che parla a una intera generazione, quella dei millennial cosmopoliti che cercano di trovare un equilibrio tra la nostalgia delle radici e il desiderio di reinventarsi.
Se avete trent’anni (o giù di lì), se vi siete mai sentiti stranieri nella vostra stessa vita, se avete mai passato ore sui siti immobiliari sognando una casa che vi facesse sentire finalmente “arrivati” – beh, Gli antropologi è il libro che fa per voi.
Non è un romanzo che vi cambierà la vita, ma è un romanzo che vi farà sentire capiti, meno soli in quel limbo tra chi eravate e chi state diventando. E a volte, è proprio questo quello di cui abbiamo bisogno.
The Anthropologists
Ayşegül Savaş
Paperback, 2024
Gli antropologi
Ayşegül Savaş
Feltrinelli, 2024
Traduzione di Gioia Guerzoni
Voto: ★★★★★
