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Sei lavoratori stranieri qualificati su dieci lasciano l’Irlanda entro cinque anni

Critical Skills Employment Permit (CSEP)
Scritto da Redazione

Negli ultimi anni l’Irlanda si è affermata come una delle mete più attrattive per professionisti da tutto il mondo. Stipendi competitivi, aziende multinazionali e un mercato del lavoro dinamico hanno portato migliaia di persone qualificate a trasferirsi qui, soprattutto grazie al Critical Skills Employment Permit (CSEP), un permesso creato per attrarre lavoratori altamente specializzati nei settori strategici del Paese.

Eppure, dietro questa immagine di successo, i dati raccontano una realtà più complessa: sei lavoratori stranieri su dieci lasciano l’Irlanda entro cinque anni dal loro arrivo. È quanto emerge da uno studio del Department of Enterprise, Trade and Employment, che getta una luce nuova sulla capacità del Paese di trattenere i talenti che tanto fatica ad attrarre. Il Critical Skills Employment Permit offre diversi vantaggi: consente di far venire in Irlanda la propria famiglia, di richiedere dopo due anni un permesso di lavoro senza restrizioni (il cosiddetto Stamp 4) e persino, dopo cinque anni, di chiedere la residenza di lungo termine.

Tuttavia, molti di coloro che arrivano carichi di aspettative si scontrano con ostacoli imprevisti. Alcuni lamentano la difficoltà di ottenere il riconoscimento delle proprie qualifiche, ritrovandosi costretti a lavorare in settori molto distanti dalla propria formazione. È il fenomeno del cosiddetto brain waste: competenze preziose che restano inutilizzate. Il rapporto sottolinea inoltre come le aziende irlandesi investano poco nella formazione e nella progressione di carriera dei lavoratori stranieri, con il rischio che competenze preziose acquisite in Irlanda vengano poi messe a frutto altrove.

A questo si aggiungono altri fattori: il costo della vita elevato, soprattutto per l’alloggio, l’assenza di prospettive fiscali vantaggiose a lungo termine (gli incentivi come il Special Assignee Relief Programme durano solo cinque anni), e un senso di precarietà che può spingere molti a guardare altrove dopo pochi anni. La perdita di lavoratori qualificati ha conseguenze significative. Significa meno competenze nei settori chiave come sanità, tecnologia e istruzione, e rende più difficile per il Paese affrontare le sfide di un mercato del lavoro in rapido mutamento. Inoltre, con un tasso di fertilità sceso a 1,6 figli per donna secondo la Central Statistics Office, ben al di sotto della soglia di sostituzione, l’Irlanda non può permettersi di perdere il contributo degli immigrati, anche in chiave demografica.

La perdita di lavoratori qualificati e’ un fenomeno che riguarda anche l’Italia, che continua a perdere i propri giovani più qualificati: secondo i dati dell’ISTAT e un’analisi della Corte dei Conti, negli ultimi anni si è registrato un aumento del 41,8% dell’emigrazione dei laureati italiani, e solo nel 2023 circa 21.000 giovani laureati tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese. Molti di loro si trasferiscono proprio in Irlanda, attratti da stipendi più alti e maggiori prospettive di carriera. Questa “fuga di cervelli” dall’Italia e l’alta rotazione dei lavoratori qualificati in Irlanda rivelano due facce della stessa medaglia: l’Europa continua a spostare talenti da un paese all’altro senza riuscire spesso a creare condizioni stabili per trattenerli nel lungo periodo.

Sei su dieci che partono dopo pochi anni sono tanti. E pongono una domanda cruciale: come può l’Irlanda non solo attrarre, ma soprattutto trattenere i talenti stranieri? Il CSEP non riguarda i lavoratori europei, ma serve a facilitare l’ingresso e la permanenza di lavoratori altamente qualificati provenienti da paesi extraeuropei, ma questo interrogativo riguarda da vicino anche la comunità italiana in Irlanda, che negli ultimi anni è cresciuta e si è fatta più stabile e radicata. Se in passato molti connazionali vedevano l’Irlanda solo come tappa temporanea, oggi sono sempre più numerosi gli italiani che si fermano a lungo, comprano casa, mettono su famiglia e in alcuni casi chiedono la cittadinanza irlandese.

Questa evoluzione segna un cambiamento importante nel profilo migratorio degli italiani, che non arrivano più solo per fare un’esperienza di breve durata, ma per costruire progetti di vita a lungo termine. Tuttavia, il fenomeno dell’abbandono colpisce anche la comunità italiana, soprattutto tra chi non riesce a stabilizzarsi o a trovare un alloggio sostenibile. Negli ultimi anni, però, si nota in generale una maggiore permanenza media rispetto al passato, segno che l’integrazione della comunità italiana procede, anche se non senza difficoltà.

Negli ultimi anni il governo ha introdotto diverse misure per cercare di trattenere i lavoratori qualificati: agevolazioni fiscali temporanee, permessi di soggiorno semplificati, accesso accelerato alla residenza. Ma tutto questo potrebbe non bastare. Occorre investire in politiche di integrazione più solide, in percorsi rapidi di riconoscimento delle qualifiche e in un mercato immobiliare più accessibile. Solo creando un ambiente in cui le persone possano davvero immaginare il proprio futuro in Irlanda sarà possibile invertire la tendenza.

L’Irlanda ha costruito gran parte del suo recente successo economico sulla capacità di attrarre talenti dall’estero. Ma per continuare a crescere dovrà dimostrare di saperli anche trattenere. E questo, come ricordano i dati, è oggi più che mai la sfida decisiva.

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